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Le meteore della Serie A: Lassissi a Roma, tra stregoni ed un’avventura mai iniziata

Matteo Luciani

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La storia del difensore ivoriano Saliou Lassissi è fatta di grandi passi scalati a velocità supersonica ed una caduta, successivamente, fragorosa, che lo porterà poi sostanzialmente a smettere con il calcio giocato.

Nella sua prima stagione da professionista con il Rennes, giovanissimo, il centrale mette insieme ben 21 presenze e, soprattutto, viene messo sotto la lente d’ingrandimento da diversi importanti club europei; su tutti la Juventus di Moggi.

A maggio del 1997 i bianconeri ne annunciano l’acquisto a parametro zero per bocca proprio del direttore generale. Sembra tutto fatto per il ‘sogno italiano’ di Lassissi, tuttavia il transfer del calciatore viene negato poiché il difensore ha firmato ben due contratti allo stesso tempo, uno con la compagine torinese ed uno con il Rennes. Luciano Moggi va su tutte le furie e afferma: “Noi rinunciamo al giocatore: se a 19 anni sottoscrive due contratti, chissà cosa farà da grande. Non è uomo da Juve“. Emerge, così, per la prima volta il vero problema, oltre alla sfortuna, che caratterizzerà la carriera di Lassissi: un carattere decisamente sopra le righe. Il centrale rimane, alla fine, tra le fila del Rennes per un’altra stagione, costellata però di piccoli infortuni che non lo fanno esprimere al meglio e gli permettono di giocare soltanto sette partite.

L’approdo in Serie A si rivela, comunque, spostato in avanti soltanto di un anno visto che nell’estate del 1998 il Parma di Tanzi lo mette sotto contratto. Lassissi esordisce con la maglia dei ducali nella sfida del 20 settembre contro il Venezia, un pareggio a reti bianche, prima di essere immediatamente spedito in prestito alla Sampdoria. I gialloblu, d’altronde, possono contare su una discreta coppia difensiva centrale, composta da Thuram e Cannavaro, e per l’ivoriano è quindi meglio andare a farsi le ossa dove può ragionevolmente trovare più spazio. Dopo poche gare disputate con i blucerchiati, Lassissi mostra il proprio carattere focoso facendosi espellere per una spinta a gioco fermo a Gennaro Gattuso, allora militante nella Salernitana. Tre giornate di squalifica e si riparte. Il 14 febbraio del 1999 arriverà pure il suo primo gol nella massima serie contro la sua futura squadra: la Roma.

Continua la stagione e, con essa, anche le esplosioni di rabbia di Lassissi, che viene nuovamente espulso a marzo in una sfida contro l’Inter per reciproche scorrettezze con Nicola Ventola. La squalifica è ancora di tre turni. Inoltre, quando torna in patria, per rispondere alla convocazione in nazionale, le cose per Lassissi non vanno decisamente meglio visto che genera addirittura un caso diplomatico: il centrale colpisce un compagno di squadra con una testata in allenamento e gli rompe il labbro. Il malcapitato è Blaise Kouassi, colpevole di aver sbagliato un passaggio. Saliou viene espulso dalla selezione e perde il posto nell’avventura in Coppa d’Africa. Tuttavia la storia non finisce qui perché quella rissa fa il giro della nazione e Lassissi viene internato in un campo militare, dove viene interrogato sui fatti e costretto a seguire un corso di rieducazione civica. Viene rilasciato solo dopo aver chiesto scusa a tutto il paese, in diretta televisiva.

Lassissi finisce il campionato 1998/99 con diciannove presenze ed un gol all’attivo; la Sampdoria retrocede e il ragazzo torna a Parma. L’ivoriano si ferma in Emilia per la stagione 1999/2000, rappresentando una buona alternativa ai già citati Cannavaro e Thuram, prima di lasciare nuovamente Parma, stavolta in direzione Firenze. Con i viola, Lassissi colleziona 18 partite tra campionato e coppe, segna la sua seconda rete in Serie A, contro il Perugia, e vince la Coppa Italia. Nella sua esperienza toscana passa alla storia però, soprattutto, per le sue disavventure automobilistiche; celebre la volta che si schianta contro i bidoni dell’immondizia, o quando viene denunciato per aggressione da un vigile urbano. Il rapporto con Fatih Terim non regala meno emozioni, dal momento che sul tecnico turco Lassissi afferma: Ha usato la Fiorentina per farsi un nome. Terim ha fatto credere di essere un genio ma, se lo fosse davvero, perché non ha fatto una magia in Coppa Uefa contro l’Innsbruck? Lui si prende i meriti ma di questa squadra non gliene importa un accidente”. Diplomazia a non finire.

Giungiamo, dunque, all’incredibile esperienza romana di Lassissi. Siamo nell’estate del 2001, i giallorossi sono appena diventati Campioni d’Italia per la terza volta nella loro storia, e Fabio Capello è alla ricerca di rinforzi per la propria squadra. La società del presidente Sensi mette in piedi un maxi scambio con il Parma in cui vengono coinvolti ben sei calciatori; Gurenko, Mangone e Poggi si trasferiscono in Emilia mentre Fuser, Longo ed il nostro eroe fanno il percorso opposto. Ogni calciatore viene valutato ben 20 miliardi di lire; storie di fantasmagoriche plusvalenze e di un calcio che non c’è più. L’ivoriano arriva a Roma con la fama del ‘nuovo Thuram‘, forse lievemente esagerata, e la possibilità di crescere all’ombra di grandi campioni come Samuel, Zago e Aldair. Il 7 agosto del 2001 la Roma neoscudettata si presenta al proprio pubblico in tripudio in un’amichevole contro il Boca Juniors. La gara scorre tranquilla, i giallorossi conducono per 2-0 e al 15′ della ripresa Saliou Lassissi fa il suo debutto all’Olimpico. Sette minuti dopo accade il fattaccio: l’ivoriano subisce un’entrata durissima da parte dell’avversario Barijho. Un fallo grave, tanto che l’attaccante degli argentini viene espulso dall’arbitro Rossetti. La diagnosi è tremenda: rottura di tibia e perone, per almeno sei mesi di stop. Incredibilmente, conoscendo il suo carattere, Saliou tranquillizza però Barijho, riguardo all’incidente, ai microfoni all’inviato della testata argentina Olé, dichiarando: “Voleva recuperare la palla, non posso dirgli nulla. Deve stare tranquillo, è stato un incidente. Deve stare tranquillo e dimenticare tutto, non è stata colpa sua. Mi piacerebbe ricevere la sua maglietta, potrebbe nascere una piccola amicizia, ma non voglio mettergli pressione”.

Fatto sta che la carriera di Lassissi si esaurisce sostanzialmente qui, a soli 21 anni. I giorni dopo l’operazione sono tremendi e il calciatore dichiara al Corriere della Sera: “Continuo a sentire dolore, soffro molto, non vivo più, dormo sul divano, mi sveglio come un barbone, dormo mezz’ ora a notte. Non mi riconosco più, mi vedo male, anche la mia fidanzata mi chiede come è possibile che stia così”. Inizia, contestualmente, una lunga disputa tra la società e lo stesso giocatore; la vera storia d’amore tra la Roma e Lassissi. Il 6 settembre il difensore decide di lasciare Villa Stuart, la clinica dove era ricoverato, perché, a suo dire, gli vengono somministrate le pillole sbagliate. Dalla Roma arrivano, intanto, accuse di non rispettare gli appuntamenti con la fisioterapia e di non voler fare le iniezioni per paura di riti voodoo; lui e il suo procuratore Caliendo incolpano a loro volta i medici. Brozzi dice di dover seguire la prima squadra, come se il giocatore non ne facesse parte, mentre il consulente medico Camiglieri rimanda appuntamenti per impegni di lavoro. La Roma, comunque, non ha gradito il comportamento di Lassissi e dichiara che il giocatore agisce senza consultare il parere di chi gli paga lo stipendio. Proprio da quest’ultimo assunto, nasce un nuovo contenzioso tra la Roma e Lassissi, che nel novembre del 2002 torna agli onori della cronaca in quanto dichiara che la società non ha provveduto a pagargli sei mensilità (“Come pagano Batistuta devono pagare anche Lassissi” la sobria dichiarazione dell’ivoriano). Pago tutti tranne Lassissi, dal canto suo, afferma il presidente Sensi, che non intende versare 2,5 miliardi di lire a stagione a un giocatore inattivo da più di un anno. La Roma fa di tutto per arrivare a una rescissione del contratto che la lega al giocatore; addirittura nel gennaio del 2003, convocato per una partita della Primavera giallorossa contro il Sora, Lassissi scopre di non poter giocare una volta arrivato al campo. Sugli spalti ci sarebbero anche i dirigenti del Bolton, interessati a un prestito, ma il ragazzo non gioca: “So che è stato il presidente Sensi a decidere, forse per dimostrare che sto ancora male. Non sono Maradona, ma non si sono scordati di me. La Roma mi sta rovinando. Mi avevano detto che, se mi fossi trovato una squadra, mi avrebbe pagato mezzo stipendio. Saranno costretti a pagarmi anche gli interessi, ma così perderemo tutti: sia io, che la Roma”. A provare a stemperare un po’ la tensione ci pensa, intanto, il sempre tranquillo Antonio Cassano che “mi chiama negro e mi fa ridere”. Decisamente non basta. La vicenda si sposta in tribunale, dove Lassissi vince. Si tratta, comunque, di una vittoria di Pirro; il calciatore, infatti, resta nella Capitale fino all’estate del 2004, naturale scadenza del suo contratto, senza mai scendere in campo con la maglia della Roma in impegni ufficiali. Tre anni di nulla calcistico; e dire che Lassissi, quando la Roma nell’estate del 2003 sta lottando con la Juventus per accaparrarsi a suon di milioni di euro il difensore del Chievo Nicola Legrottaglie, prova anche a tornare a farsi sentire dopo due anni di inattività dichiarando: “Non me ne frega nulla di chi arriva. Sono più forte di chiunque possa venire“. Il canto del cigno prima dell’addio.

A gennaio del 2005 sembra arrivare una nuova opportunità. Il Bastia gli offre la possibilità di allenarsi con la squadra e, magari, di tesserarlo. Lassissi però non convince e resta altri sei mesi senza calcio giocato. Finalmente, nel giugno del 2005, Saliou Lassissi torna calciatore e firma con il Nancy. Tanti buoni propositi non bastano, tuttavia, a rivedere Lassissi in campo con i ‘grandi’. Dopo sei mesi di sole gare disputate con la squadra riserve, quindi, il difensore lascia anche il Nancy e torna in patria per giocare nel RFC Daoukro. Qui resta un anno e mezzo prima di ritentare l’avventura europea nel 2007; lo chiama, infatti, il Bellinzona di Petkovic, futuro tecnico della Lazio. L’inizio è promettente: l’ivoriano arriva rigorosamente in ritardo al primo allenamento a bordo del suo SUV bianco e a Petkovic dirà, parlando in terza persona: “La difesa la comanda Lassissi. Bisogna ascoltare Lassissi“. Tre partite, diversi disastri, e finisce anche questa esperienza per l’ivoriano, che rescinde e si accorda con i francesi dell’Entente SSG. 14 presenze e due gol nel campionato National durante la stagione 2007/2008 poi la decisione: stop, ritiro. Il calcio non fa in tempo a piangere un addio così doloroso che, due anni dopo, arriva il clamoroso ripensamento; Lassissi torna in campo tra le fila del Sokół Skromnica, formazione amatoriale polacca, con cui gioca due stagioni prima del definitivo ritiro e del ritorno in patria per condurre una vita da agente immobiliare di successo.

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Mario Kempes racconta i Mondiali 1978

Paolo Valenti

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Mario Kempes fu l’eroe della nazionale argentina che nel 1978 conquistò il suo primo titolo mondiale, trascinando l’Albiceleste nella seconda fase del torneo. Oggi apprezzato commentatore della ESPN latinoamericana, Kempes ci ha rilasciato questa intervista esclusiva, nella quale ricorda l’atmosfera che si respirava nel giugno del 1978 all’interno della Seleccion di Menotti.

Mario, sai che prima del Mundial in Argentina alcuni non volevano che in nazionale andassero i calciatori che giocavano all’estero. Eri disturbato da quelle affermazioni?

No, non mi dava fastidio. In nazionale eravamo solo in tre a giocare all’estero, quindi non si può certo dire che l’Argentina avesse un numero esagerato di “stranieri”.

Qual era la squadra che temevate di più all’inizio di quel mondiale?

Temere nessuna. Direi più che altro che portavamo rispetto verso molte di quelle che avevamo avuto modo di veder giocare. Noi eravamo dei “novizi” in quel mondiale, nonostante qualcuno avesse già giocato in Germania nel 1974.

Quali furono i meriti di Luis Menotti?

Io credo che Menotti abbia dovuto fare un gran lavoro per far capire alla gente che quella era la selezione migliore, nonostante nelle sette partite che facemmo non si vide un gran gioco. Quella era la formazione più equilibrata e alla fine lui riuscì a trovare il tipo di gioco che cercava.

Nonostante la pressione che da un mondiale, riuscivate a scherzare, a trovare dei momento di svago?

Eravamo una squadra con molta meno esperienza di altre per cui non ci fu molto spazio per le risate. Tra un allenamento, la partita, il risposo dopo una partita e poi ancora l’allenamento successivo non ci fu materialmente il tempo per gli scherzi.

Dopo la morte del fratello, come riuscì Luque a ritrovare la voglia di giocare con voi?

Tra l’appoggio che gli assicurammo noi e la grande forza interiore che aveva, Leopoldo riuscì a superare il lutto e a concentrarsi sul mondiale.

Bertoni, in un’intervista rilasciata poche settimane prima del mondiale, disse che aveva sognato di fare il gol decisivo nella finale. Era un aneddoto che aveva raccontato anche a voi?

Io non sapevo di quell’intervista perché allora non vivevo in Argentina, però pare che andò proprio così e che la sua “visione” spettacolare divenne realtà.

Cosa pensasti quando l’Olanda prese il palo al 90°?

Non avemmo modo di pensare a nulla visto che il tempo che intercorse tra il tiro e il momento in cui il pallone colpì il palo durò solo decimi di secondo. Fu come festeggiare un goal: per quello servono quarantacinque secondi mentre per festeggiare un palo avversario ne bastano dieci.

Cosa sarebbe successo se quel pallone fosse entrato? Sarebbe cambiato qualcosa anche dal punto di vista politico-sociale?

Io credo che il problema della vittoria dell’Olanda sarebbe stato unicamente sportivo, socialmente e politicamente non sarebbe cambiato nulla. Quello che sarebbe davvero cambiato è che noi adesso non saremmo qui a fare questa intervista.

Cosa daresti per rivivere quella notte?

Purtroppo non sono cose che si possono ripetere. Però credo che aver giocato la finale di un mondiale, averla vinta per l’Argentina ed aver segnato due gol, tutto in una sola notte, sia più che sufficiente!

Aveva un segreto la vostra nazionale?

Ci sarebbero molte cose di cui potrei parlare, però credo che fu importante per noi argentini rimanere concentrati solo sul futbol, parlare tutto il giorno solo di quello. In quel modo diventammo sempre più forti e credemmo sempre di più nel gruppo. Certo, l’eventualità della sconfitta rimaneva ma noi beneficiammo molto di quella “concentrazione”, tanto da diventare campioni.

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Lazio, l’amarezza di una sera non cancella il valore di una stagione

Tommaso Nelli

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Sulla spiaggia lascia sempre qualcosa, la mareggiata. Detriti e bellezze, monili e chincaglierie. Da esaminare con attenzione, non appena le onde si placano. Per capire cosa tenere e cosa no. Vale anche per l’immaginario arenile di Formello. Dove se è comprensibile l’amarezza per la mancata qualificazione alla Champions League, sarebbe ora insensato trascurare i tesori depositati dai dieci mesi di una tempesta quasi perfetta.

A cominciare dalla Supercoppa Italiana, quarta della storia e seconda dell’era Lotito, vinta lo scorso agosto, al 93’, contro la Juventus, in un 3-2 cuore e orgoglio. Proprio il confronto con i bianconeri (sette scudetti e quattro coppe Italia consecutive) è la seconda perla del forziere biancoceleste. Perché la Lazio è stata l’unica, fra Italia ed Europa, ad averli battuti due volte (2-1 a Torino, con rigore respinto da Strakosha a Dybala al 97’). Nemmeno il Real Madrid c’è riuscito. Tra i gioielli, anche il miglior attacco della Serie-A (89 reti, 2.34 a partita), Immobile capocannoniere (29 gol), ma, soprattutto, una stagione da protagonista quando il copione iniziale aveva scritturato un ruolo da comparsa. Perché dei 28,9 milioni sborsati durante l’estate 2017, 11,5 erano andati per Pedro Neto e Bruno Jordão, lusitani freschi maggiorenni spediti a maturare in “Primavera”. Il restante budget perlopiù tra Marusic, pescato nella “Jupiler Pro League” (Serie-A belga) ma ben presto titolare, e Lucas Leiva, giunto dal Liverpool tra lo scetticismo generale salvo far dimenticare, in meno di un mese, quel Biglia ceduto per 17 milioni al Milan. Che ne aveva spesi ben 194 per arrivare sesto, a otto punti dai capitolini, senza mai lottare per quella Champions League suo obiettivo dichiarato e per la quale la Lazio ha invece combattuto fino a dieci minuti dalla fine del campionato. Con grinta e con ardore, sconfinando dalla normalità che l’avrebbe voluta alla periferia dell’empireo nell’eccezionalità di poterlo abitare. Una sfida che ha visto un club a dimensione economica locale fare leva sullo spessore umano dei suoi atleti per battersi alla pari contro società alimentate da capitali asiatici e americani. Una sfida che ha restituito al calcio una vena di romanticismo.

E aver generato sentimento e passione è un’altra gemma dell’annata laziale. Merito di una squadra che mai si è risparmiata, andando a volte anche oltre le proprie possibilità, e che ha sempre espresso un calcio spumeggiante. Dove ha brillato Luis Alberto, oggetto misterioso fino a dodici mesi fa, come sagace raccordo tra Immobile e il centrocampo; dove si è esaltato un futuro campione come Milinkovic-Savic; dove è stato lanciato un giovane d’avvenire come Luis Felipe. Alla prima stagione della carriera su tre fronti, Simone Inzaghi ha superato l’esame con ottimi voti. Perché la Lazio ha reso sia in campionato (terminato a pari punti con l’Inter che aveva annunciato aspettative di “Grande Europa” e a “-5” dalla Roma semifinalista di Champions), sia nelle coppe: semifinale di coppa Italia persa al settimo rigore e quarti di finale di Europa League, la migliore italiana di una manifestazione che prosciuga energie perché si gioca il giovedì sera, spesso in luoghi lontani (Kiev) o senza aeroporto (tipo Arnhem o Waregem). Tra i pregi del tecnico piacentino, aver tirato fuori il massimo da tutto il gruppo e averlo tenuto unito, recuperando un Felipe Anderson che in inverno, dopo qualche panchina di troppo, sembrava prossimo alla rottura.

Proprio il brasiliano è la chiave per aprire il baule delle chincaglierie. Dove si trova una rosa con un grosso limite per avere ambizioni in tre competizioni: l’ampia distanza, in termini di qualità, tra i titolari e le alternative.  A parte Felipe Anderson, unico alla pari della formazione maggiormente impiegata, soltanto Caceres, arrivato però a gennaio, Murgia e Lukaku si sono dimostrati all’altezza della situazione. Troppo poco per affrontare 55 partite (1,5 a settimana), impegni con le nazionali esclusi. Lucas Leiva, di fatto, non ha avuto un sostituto, perché il designato, Di Gennaro, causa anche problemi muscolari, ha disputato poco meno di 200 minuti. Anche Strakosha ha rifiatato soltanto in due occasioni. Un’inezia per un portiere del frenetico calcio odierno. Infine, sarebbe occorso anche un sostituto tecnico di Immobile. Perché Caicedo è sì un centravanti, ma di posizione, che non attacca lo spazio in velocità. Nani, invece, una seconda punta.

Dalla qualità alla mentalità. Altro limite. Alla Lazio è mancato il colpo dello scorpione, cioè saper iniettare all’avversario il veleno nel momento decisivo. A Salisburgo, sullo 0-1, fallì il raddoppio con Luis Alberto e poi crollò, subendo 3 gol in 6 minuti. Contro il Milan, in semifinale di coppa Italia, ai rigori, sull’1-0, per due volte non approfittò delle parate di Strakosha sui tiri di Rodriguez e Montolivo. In campionato, ha raccolto appena 2 punti all’Olimpico contro avversari alla sua portata come Spal, Bologna e Genoa, sprecando l’impossibile nel match-ball contro un Crotone poi retrocesso. La Champions League doveva arrivare dalle rive dello Ionio, senza aspettare un’ultima partita nella quale la motivazione del “Grande Traguardo”, ottimo omeopatico contro la stanchezza (vedi successi di fila contro Fiorentina, Samp e Torino), è stata insufficiente per stringere i denti anche nel quarto d’ora finale. Dove, al contrario, la squadra, come a Salisburgo, ha perso lucidità ed è andata in tilt al cospetto di un Inter tutt’altro che irresistibile. Da Strakosha a capitan Lulic, da De Vrij a Inzaghi: perché, sapendo d’Immobile autonomo per massimo 70’, non ha inserito Caicedo invece di chiudere senza punte di ruolo? E perché non la grintosa esperienza di Caceres, bensì Bastos, per Radu?

Nel quarto posto annegato tra gli ultimi flutti, anche più di un errore arbitrale a sfavore. Come il gol di mano di Cutrone nella sconfitta di San Siro o i calci di rigore non dati a Immobile (contro il Torino e a Cagliari) e a Lucas Leiva (contro la Juventus, all’Olimpico, sullo 0-0). Episodi che, più che sulla bontà del Var, portano a chiedersi come tanta solare visibilità sia potuta sfuggire all’occhio umano.

Dal recente passato al prossimo futuro. Dal tramonto di questa stagione la Lazio dovrà conservare il raggio verde funzionale alla nuova alba: ovvero quel felice connubio di solidarietà e spensieratezza tra giocatori e staff tecnico che l’ha spinta fino alle colonne d’Ercole del sogno. Senza di esso in uno spogliatoio sono inutili anche i migliori calciatori al mondo. Quindi scegliere prima la persona del giocatore. Perché, come scrisse Sallustio nel Bellum Iugurthinum, Concordie parvae res crescunt, discordie maximae dilabantur” (Nella concordia le piccole cose crescono, nella discordia le più grandi svaniscono). E dalle parti di Formello gli antichi hanno sempre esercitato un certo fascino.

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Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

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Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

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