Dici Udinese e pensi alle centinaia di scommesse vinte sul campo da parte della sapiente gestione della famiglia Pozzo: da Di Natale allo Iaquinta Campione del Mondo, passando per Alexis Sanchez, Samir Handanovic e talmente tanti altri fenomeni che neppure ci sarebbe lo spazio di menzionare tutti per intero in una pagina di giornale.

Ecco, ora cancellate tutto questo, resettate le vostre certezze di una vita e torniamo con la mente alle ‘prodezze’ di uno che a Udine arrivò da campione già consacrato e fallì miseramente. Stiamo parlando del gigante tedesco Carsten Jancker.

Nato e cresciuto nell’allora DDR, il giovane centravanti inizia a girovagare per varie squadre locali prima di fermarsi all’Hansa Rostock e, una volta caduto il muro di Berlino nel 1989, trasferirsi al Colonia.

Qui arriva l’esordio nel calcio che conta: dal 1993 al 1995, Jancker raccoglie 5 presenze in Bundesliga. Nulla di trascendentale ma almeno il ghiaccio è rotto. Il Colonia, però, crede che il ragazzo abbia bisogno di maturare un po’ di esperienza prima di tornare alla base e gonfiare le reti del paese. Si studia quindi una soluzione in prestito e alla fine la spuntano gli austriaci del Rapid Vienna. E’ la fortuna del buon Carsten, che segnerà sette reti in campionato (vero, non tantissime) ma in Coppa delle Coppe sarà semplicemente devastante: il Rapid intraprende un cammino eccezionale e Jancker segna a raffica. Ben sei gol in totale per sconfiggere Sporting Lisbona, Dinamo Mosca e Feyenoord.

Alla fine, al cospetto del Paris Saint-Germain, gli austriaci cadranno ma per Jancker è giunto comunque il momento del grande salto: lo chiama il Bayern Monaco. E’ l’occasione di una vita ed il tedesco non se la lascia scappare.

A Monaco di Baviera, Jancker si fermerà per sei stagioni, vincendo: 4 campionati, 2 coppe di Germania, una Champions League e una coppa Intercontinentale. Il primo anno è piuttosto complicato a causa di vari infortuni e Jancker non raccoglie nemmeno un gol piovuto dal cielo in 18 presenze. Nelle quattro annate successive, tuttavia, il gigante teutonico dimostra di che pasta sia fatto e va in doppia cifra in ben tre circostanze. Nel 2001/2002, l’anno che conduce al Mondiale asiatico, Carsten, invece, si ferma. Sembra un panzer inceppato. Zero gol in Bundesliga, proprio come quando arrivò a Monaco.

L’allora ct tedesco, Rudi Voeller, nonostante le critiche, lo vuole nei 23 che partono alla volta di Giappone e Corea del Sud. Jancker ripaga la fiducia del tecnico segnando una rete (seppur nell’8-0 all’Arabia Saudita…).

Al ritorno dal Mondiale, perso in Finale soltanto per ‘colpa’ del fenomeno Ronaldo, per Jancker non c’è più spazio nel ‘suo’ Bayern. Arriva, così, la chiamata della Serie A. ‘Basta promesse, è l’ora dei campioni‘ avrà pensato patron Pozzo. La storia, però, avrebbe detto che sarebbe stato meglio proseguire nella vecchia direzione.

Nonostante l’ultima pessima stagione, Jancker si presenta alla stampa in maniera tutt’altro che timorosa, promettendo di riuscire a fare meglio del connazionale Bierhoff; uno che ad Udine è diventato capocannoniere con qualcosa come 27 gol solo qualche anno prima. Forse sarebbe stato preferibile evitare.

L’allenatore bianconero dell’epoca, Luciano Spalletti, dimostra di credere subito in Jancker, lanciato immediatamente titolare nella sfida d’esordio contro il Parma. La prestazione non è malvagia; tante sponde per Muzzi e anche qualche occasione niente male (fallita). Le partite successive, però, riportano alla luce lo Jancker dell’annata passata e vedono il tedesco sempre più avulso dallo spumeggiante gioco del tecnico toscano.

Il tedesco è praticamente una statua in mezzo al campo. Alla decima giornata di campionato, contro il Chievo, un sussulto: gol! Finalmente è arrivato il vero Jancker? No. Poche settimane dopo, Carsten si fa male e perde due mesi. Tornerà, ma Spalletti, a quel punto, avrà già trovato la quadratura perfetta per il cerchio della sua squadra. Il bilancio finale parla di 20 presenze ed un gol. Cifre tutt’altro che esaltanti.

Addio fugace dall’Italia? Macché! L’Udinese non comprende che sbagliare sia umano ma perseverare diabolico e conferma Jancker.

La musica non cambia. Un pomeriggio di dicembre, contro la Reggina, con un terrificante tiro al volo da fuori area regala i tre punti alla squadra friulana. Nuova vita italica? Anche stavolta, la risposta è no: trattasi di canto del cigno.

Poche (e brutte) prestazioni fino a fine campionato. Inevitabili i bagagli nell’estate del 2004. Jancker torna in Germania ma continua a segnare poco. Chiuderà la carriera tra Cina e Austria. A 35 anni finisce la sua parabola come calciatore.

Proprio in terra austriaca, evidentemente considerabile sua seconda casa, ha poi iniziato il proprio percorso in panchina. Dapprima lo troviamo al Neusiedl (allenatore Under 14 e poi del reparto offensivo della prima squadra) e successivamente al ‘suo’ Rapid Vienna (allenatore Under 15 ed oggi assistente del capo-allenatore della prima squadra).

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