“Per una giornata ci hanno tolto i più basilari diritti civili”. Esordisce così Guido La Morgia, avvocato di professione e tifoso del Pescara da sempre. Assieme ad altri 1.400 supporter abruzzesi sabato si è messo in viaggio verso la Capitale, per la sfida contro la Lazio. Un match atteso da anni, il coronamento di una storica rivalità nata sul finire degli anni settanta e da sempre rinfocolata in riva all’Adriatico. Era una partita a rischio, si sapeva, e la gestione dell’ordine pubblico, affidata all’ineffabile Questura di Roma, ha suscitato diverse polemiche.  “Io ero su uno dei due pullman del club Quelli del Delfino – prosegue Guido – dove viaggiavano anche molte donne e parecchi bambini. Siamo usciti a Lunghezza, accolti dalle forze dell’ordine per la classica perquisizione. Ci hanno trattenuto oltre quaranta minuti, facendoci ripartire, inspiegabilmente, alla volta del centro. Abbiamo percorso buona parte del Raccordo Anulare e siamo passato vicino Piazza Cavour, impiegando un’ora e venti per raggiungere lo stadio. Entrando a partita ampiamente iniziata. Ovviamente – evidenzia – ho chiesto spiegazioni a un agente della Guardia di Finanza, che si è giustificato paventando un possibile (e improbabile considerato il percorso militarizzato e lo stadio semivuoto) rischio di agguati da parte dei tifosi laziali. Purtroppo questo cozza palesemente, ad esempio, con la gestione dei tifosi arrivati in macchina. Questi sono stati fatti parcheggiare nei pressi di Piazzale Clodio e costretti a raggiungere lo stadio (distante due chilometri) a piedi e senza nessuna scorta. Creando un vero pericolo per la loro incolumità (come confermato dal dettagliato articolo di forzapescara.com)”.

La cieca rigidità della Questura capitolina (che per alcuni versi ricorda quanto accaduto lo scorso anno ai tifosi del Frosinone a Napoli) ha ovviamente esasperato gli animi dei tifosi che, nonostante aver pagato regolarmente il biglietto ed essere arrivati in netto anticipo a Roma, hanno dovuto rinunciare a quasi tutto il primo tempo: “Quando siamo arrivati all’Olimpico siamo stati sottoposti a controlli mai visti in tanti anni di trasferte – sottolinea Guido -.  Ci hanno fatto togliere le scarpe, costringendoci a poggiare i piedi su una parte di asfalto bagnato appositamente per crearci ulteriori disagi, a mio modo di vedere. Ma la cosa più vergognosa di questa giornata si è consumata al ritorno, quando a nessuno è stato consentito di fermarsi negli autogrill. Davanti agli ingressi delle quattro aree di sosta poste tra Roma e Pescara, erano messe delle fiaccole che impedivano l’ingresso ai torpedoni. Ci è stato interdetto persino l’autogrill di Brecciarola, a pochi chilometri da Pescara. L’unica sosta è stata presso una piazzola dopo Avezzano, dove siamo stati costretti a fare i bisogni al freddo e in mezzo al prato. Va tenuto presente – spiega – .  che c’erano anche donne e anziani, e ciò rende ancora più scandaloso l’avvenuto. I responsabili dei pullman hanno provato a interloquire con i dirigenti delle forze dell’ordine, i quali hanno però hanno fermamente risposto che questo era il “protocollo previsto” (generalmente al passaggio dei tifosi gli autogrill vengono chiusi in parte, senza però inibire la zona del bar e dei bagni n.d.r.) e che a causa della sconfitta per 3-0 potevano esserci delle intemperanze dei tifosi. A mio modo di vedere è stato una sorta di sequestro di persona, nonostante tutti noi avessimo pagato sia il biglietto dello stadio che i servizi compresi nel tratto autostradale. Una violenza psicologica ingiustificata e gratuita, nonostante né allo stadio, né fuori fosse successo qualcosa, alla quale fortunatamente nessuno ha reagito parimenti ”.

Gli fa eco Nella Grassi, presidentessa del club Donne Biancazzurre e con una lunga storia di trasferte alle spalle: “Siamo un club femminile, ma portiamo anche tante famiglie sui nostri pullman. Sabato ci sono stati dei disagi importanti, basti pensare che alle 18,12 ancora eravamo in giro per il centro di Roma – racconta – e costretti a muoverci a una velocità inferiore ai 40km/h. Dobbiamo ringraziare la correttezza dei romani, nessuno infatti ha mostrato ostilità nei nostri confronti. Nonostante già ci fossero state meticolose perquisizioni al casello di Lunghezza, allo stadio hanno voluto nuovamente perquisirci, ritardando ancor più il nostro ingresso. Inoltre – continua – durante l’intervallo gli agenti hanno fatto aprire i pullman agli autisti perquisendo i nostri effetti personali e sequestrando tutte le bevande. Così in tanti non hanno potuto bere fino al ritorno a casa, anche a causa della chiusura, solo per noi, degli autogrill. Davvero un comportamento esagerato. Sono orgogliosa di come si sono comportati i pescaresi. Nessuna intemperanza e nessun problema. Non bisogna sempre addossare le colpe ai tifosi, perché in casi come questi sono palesemente vittime. Del resto capisco anche perché lo stadio Olimpico sia vuoto, se questo è il trattamento  riservato abitualmente a chi lo frequenta, non posso biasimare il pubblico che preferisce evitarlo. Non mi è mai successo nulla di simile in nessuna parte d’Italia ”.

Particolare quanto accaduto a Maurizio:Dopo due ore e mezzo in giro per Roma eravamo ovviamente innervositi. Allo stadio, durante la quarta perquisizione della giornata, ho fatto presente  come avessimo almeno il diritto di seguire almeno il resto della partita. Dei funzionari mi hanno portato in un piccolo ufficio là vicino facendomi spogliare, cercando chissà cosa. Ho provato a chiedere spiegazioni, ma mi è stato risposto che questo era il “protocollo” disposto per ordine pubblico. Mi pare lapalissiano che la cosa sia stata studiata ad arte”.

Il “modello Roma” continua così a mietere vittime. In nome dell’ordine pubblico sembra essere diventato sempre più accettabile sospendere, seppur temporaneamente, alcuni diritti alla base della nostra società civile. Nonostante i numeri sui “frequentatori” dell’impianto di Viale dei Gladiatori siano ormai impietosi e dovrebbero aprire un serio dibattito sul comportamento arbitrario e ormai divenuto prassi da parte delle istituzioni romane, di concerto con il Ministero dell’Interno. Nonostante la violenza a margine di manifestazioni sportive nel nostro Paese sia nettamente diminuita (grazie a una maggiore presa di coscienza da parte del pubblico ma anche e soprattutto perché gli stadi sono stati letteralmente svuotati dalla burocratizzazione medievale e assassina degli ultimi 15 anni). Resta inoltre irrisolto il quesito sulla necessità di dissipare un’ingente somma di denaro pubblico per mettere in moto questa elefantiaca e repressiva strategia della tensione, anche laddove uno snello lavoro di prevenzione potrebbe scongiurare qualsiasi problema pur con l’impiego della metà degli uomini. Un Paese che sotto questo aspetto retrocede sempre di più, trovando negli stadi un fertile terreno per sperimentare nuove forme di controllo sociale. Nulla di nuovo, poi, all’ombra del Colosseo.

Ci sarebbe bisogno di maggiore cultura coscienziosa e una civile opposizione a questo genere di abusi, sempre più all’ordine del giorno e sempre meno messi in evidenza anche dai media. Non bisognerebbe mai dimenticare che ragionare per stereotipi (in questo caso i tifosi violenti, beceri e ignoranti a prescindere) significa prestare il fianco a decisioni prese sull’onda emotiva anziché sulla base di un volere razionale e di un obiettivo (che poi dovrebbe essere quello di ogni Stato) di migliorare il cittadino e rendergli accessibile uno spettacolo, come quello calcistico, attraverso l’aspetto ludico. Che passa anche e soprattutto per il tifo, le trasferte e tutto quello che di folkloristico il pallone ha rappresentato e rappresenta in Italia. Saranno frasi e concetti triti e ritriti. Qualcuno punterà il dito mettendosi in bocca l’incentivato concetto di “populismo”. Ma se pretendere di andare in uno stadio non pensando di essere in guerra vuol dire fare demagogia, allora sì: siamo dei qualunquisti di primo ordine.

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