Lo stereotipo che lega la tifoseria della Lazio al fascismo è molto radicato nella cultura sportiva italiana. Uno stereotipo che viene combattuto attivamente dal 2011, ovvero da quando un gruppo di ragazzi ha fondato la pagina Facebook “Laziale e Antifascista”. La pagina è gestita da un gruppo di «ragazzi romani accomunati da due fattori», ovvero «fede laziale e antifascismo», come essi spiegano. «L’iniziativa di fondare la pagina è stata di una sola persona ma in pochissimo tempo in molti si sono riconosciuti nella pagina e hanno voluto partecipare attivamente alla sua attività». «Dopo aver passato anni della nostra vita a combattere contro questo stereotipo come singoli individui», affermano i ragazzi, «la possibilità di aggregarci in un gruppo unico, di contarci e di discutere tra noi ha suscitato molto interesse e partecipazione». Secondo un’analisi dei numeri raggiunti dalla pagina, gli amministratori non esitano a affermare che «la verità è molto distante da quella che viene raccontata».

Un connubio, quello tra politica e calcio, spesso al vaglio di sociologi e intellettuali. «Il calcio ha sempre interessato la politica per il bacino d’utenza che può muovere e per i soldi che fa girare», affermano i ragazzi aggiungendo anche che «il rapporto tra sport e politica è mediato anche da un terzo fattore fondamentale: il business». Cosa rappresenta la Curva nel calcio moderno? «La Curva è un luogo di aggregazione sociale e ormai sono anni che i movimenti neofascisti usano la strategia politica di occupare questi spazi», spiegano i ragazzi, «per usare gli stadi con fini propagandistici e adescare soprattutto i più giovani». Un processo d’infiltrazione il cui «filo conduttore è sempre quello di spacciare valori squadristi per mentalità ultrà».

Per definire cosa intendano per fascismo, riportano le parole di Sandro Pertini, secondo cui è antitesi delle fedi politiche perché opprime le fedi altrui. Un movimento che «ha significato l’eliminazione di tutte la libertà civili e politiche attraverso un modus operandi coercitivo, violento e repressivo», e per questo cercano di contrastarne la relazione stereotipata con quella che i ragazzi chiamano «Lazialità». Incalzati sull’argomento, gli amministratori continuano: «Il fascismo nasce nella palude dell’ignoranza ed il populismo fascista attecchisce quando non ci sono adeguate basi culturali». La soluzione, ovviamente, sarebbe «investire nell’istruzione e nella cultura ma le istituzioni vanno nella direzione contraria», per cui «l’azione diventa fondamentale».

«Togliere agli Irriducibili», uno dei più famosi gruppi ultrà della tifoseria biancoceleste, «il peso ottenuto sotto la gestione Cragnotti è stata forse la cosa migliore che ha fatto Lotito», affermano i ragazzi. Un peso che spaziava «dalla gestione ufficiosa del merchandising della società al finanziamento delle coreografie». Non c’è dubbio da parte loro sul fatto che questo sia stato il “peccato originale”, in quanto «se oggi lo stereotipo laziale-fascista è così radicato lo si deve moltissimo a questa vecchia e sconsiderata scelta societaria». Tuttavia, concludono così la loro riflessione: «Non pensiamo ovviamente che la scelta di Lotito sia dovuta all’intenzione di limitare la propaganda fascista».

Ci sono state iniziative in questo senso da parte della società in questi anni, come per esempio la presenza sulle maglie di slogan antirazzisti, «ma i risultati finiscono per essere più simbolici che pratici». Quindi, iniziative non sufficienti a contrastare parecchi episodi nell’ultimo ventennio, come affermano i ragazzi. «Di episodi vergognosi ce ne sono parecchi in questi ultimi vent’anni», ricordano, «dagli striscioni fascisti ai cori razzisti». Hanno impresso nella memoria anche un episodio avvenuto nel 2010, quando l’allora candidata alla presidenza della regione Lazio, Renata Polverini, si presentò in Curva Nord in occasione della partita contro il Bari «per farsi pubblicità prima delle elezioni tra saluti romani e inneggiamenti al duce». Ne hanno anche per Paolo Di Canio, da molti considerato uomo simbolo dei Biancocelesti e non estraneo a dimostrazione di simpatia (per usare un eufemismo) nei confronti dell’estrema destra. «Dà fastidio il fatto che venga considerato un’icona di Lazialità», tuonano gli admin della pagina, «proprio colui che disse che preferiva essere un gagliardetto della Juventus piuttosto che una bandiera della Lazio».

Quando poi si comincia a parlare di Ousmane Dabo, i ragazzi lasciano trasparire grande ammirazione. Nato a Laval nel 1977, il centrocampista francese è stato un giocatore della Lazio per cinque stagioni nonché simbolo della lotta al razzismo nell’ambiente biancoceleste. «Per noi Dabo è un mito perché è sempre pronto a difendere la Lazio ed i Laziali dalle accuse di razzismo», e lo descrivono anche come «un grande uomo e ambasciatore perfetto della Lazialità nel mondo». Il transalpino è spesso impegnato in opere benefiche, come quando per esempio diede un contributo alla creazione di una scuola calcio a Ziguinchor, in Senegal. «Vedere quei bambini giocare con le maglie della Lazio ti rende oltremodo orgoglioso di amare questi colori», ammettono i ragazzi. Infine, un ulteriore moto d’orgoglio traspare dalle loro parole: «È difficile spiegare quanto orgoglio abbiamo provato quando abbiamo visto che segue la nostra pagina».

Un’iniziativa che non ha avuto finora grande peso mediatico. «Questa è la quarta intervista che rilasciamo», rivelano, «rilasciate per lo più a blog e forum». Ma non si sono scoraggiati, continuando nella loro gestione della pagina come se fosse un’agorà. Interessante, infatti, la recente iniziativa di consultazione nel processo di co-design per la creazione degli adesivi ufficiali. «Volevamo dare a tutti la possibilità di dire la propria idea», spiegano, aggiungendo che l’iniziativa «ha raggiunto ottimi risultati e verrà riproposta in futuro».

Quale l’obiettivo della pagina? «L’obiettivo sarà raggiunto quando lo stereotipo sarà cancellato definitivamente», affermano i ragazzi, «quando la Lazio non avrà più etichette politiche e verrà considerata solo per quello che fa in campo e per la sua storia». Un lavoro, il loro, che ha dato fastidio ai gruppi di potere dell’ambiente: «Le minacce arrivano di continuo e non ci stupiamo della cosa, più ne riceviamo più capiamo che stiamo facendo bene».

In chiusura, alla richiesta di un aforisma a cui si rifacciano citano il pugile Muhammad Ali: «Chi non è abbastanza coraggioso da assumersi le proprie responsabilità non compirà niente nella vita». E loro non sono stati con le mani in mano.

FOTO: www.crampisportivi.it

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