Con un quadro societario del genere, la salvezza tranquilla conquistata con svariate giornate d’anticipo è quasi un risultato positivo. L’ennesima stagione fantozziana dell’Inter post-triplete, culminata con l’esonero di Stefano Pioli, ha esposto con dovizia di dettagli tutto quello che un società calcistica non dovrebbe fare. L’ottavo posto attuale, lontano anni luce dalle ambizioni iniziali, è la naturale conseguenza della gestione sciagurata del gruppo Suning, tanto forte dal punto di vista finanziario quanto incomprensibile sul piano strategico. Dopo un anno travagliato non si è ancora capito chi decida e chi no, quante anime convivano faticosamente in seno alla società e per quale strano motivo l’Inter non sia capace di imparare dagli errori del passato. Gli ultimi sviluppi (l’esonero di Pioli e l’incompatibilità evidente di Sabatini e Ausilio) rientrano in una logica suicida perpetrata perennemente da più di vent’anni: se si contestualizza la storia recente dell’Inter, gli anni del triplete e degli scudetti post Calciopoli rappresentano poco più di un episodio.

L’Inter non ha avuto una mentalità vincente nella misura in cui non ha fatto sua la lezione più importante che ci ha lasciato il trionfo mourinhano del 2010. Quella squadra, infatti, nacque grazie ad un mercato intelligente che assecondò pienamente le esigenze del tecnico, facendo di una cessione pesantissima (Ibrahimovic, venduto al Barcellona per 70 milioni di euro) la migliore delle occasioni per costruire una squadra più forte. La Juventus, invece, totalmente allo sbando nell’anno del triplete interista, ha preso appunti, si è comportata da allieva modello e si ritrova oggi ad un passo dalla realizzazione del sogno europeo per la seconda volta negli ultimi tre anni, con due terzi di scudetto già in bacheca (sarebbe il sesto consecutivo) ed una finale di Coppa Italia da giocare. I segreti della Vecchia Signora sono molteplici (lo stadio di proprietà è solo la punta dell’iceberg), ma c’è un elemento che emerge con maggiore forza: la capacità di vendere bene per diventare più forte.

Quel che ha reso episodico l’exploit interista del 2010 non è stato tanto l’addio prevedibile di Mourinho, quanto l’incapacità di portare avanti il progetto sportivo con le dinamiche virtuose dell’anno precedente, a prescindere dalla guida tecnica. Confermare in blocco una squadra che aveva vinto tutto quello che poteva vincere si è rivelato essere un errore gravissimo. Il rinnovamento è un presupposto fondamentale sia per chi ha centrato un obiettivo che per chi ha fallito: se l’Inter, per esempio, avesse venduto almeno uno tra Milito, Maicon, Eto’o e Sneijder (richiestissimi sul mercato) e avesse migliorato la rosa grazie ai soldi delle cessioni, oggi racconteremmo probabilmente una storia diversa. La stessa che sta vivendo la Juventus, vicinissima al triplete soprattutto per merito di una politica societaria intelligente. Le plusvalenze rappresentano un’ arte imprescindibile per chi è ambizioso e non ha alle spalle i mezzi delle società più ricche: lo dimostrano le cessioni di Vidal al Bayern Monaco nell’estate 2015 (venduto a 37 milioni dopo esser stato acquistato a 12,5) e, un anno dopo, di Pogba (tornato al Manchester United con una plusvalenza monstre di 105 milioni di euro).

Il divario strategico tra Inter e Juventus è ancora più evidente se si considera il saldo della stagione in corso tra acquisti e cessioni. Secondo quanto riporta Transfermakt.com, i primi sono ottavi in campionato e fuori da tutto con un bilancio negativo di 130 milioni di euro, mentre la Juventus, dopo aver pareggiato i conti nel mercato estivo (nonostante abbia sborsato 90 milioni e rotti per il solo Higuain), sono sotto di 19 milioni (includendo anche gli acquisti di Caldara e Orsolini). La differenza è abissale e dimostra l’importanza strategica delle plusvalenze, testimoniato anche dal capolavoro dell’Atalanta quinta in campionato (già ora in attivo di 25 milioni, senza considerare il valore decuplicato della rosa) e di alcune realtà che hanno spiazzato tutti negli ultimi anni pur non avendo a disposizione delle risorse economiche all’altezza dei risultati raggiunti. Il Siviglia, guidato sapientemente per diciotto anni da Monchi, è il caso più eclattante: gli andalusi possono vantare cinque Europa League nelle ultime dodici stagioni, conquistate soprattutto grazie alla bellezza di 275 milioni di plusvalenze.

Una gestione societaria del genere è frutto di lungimiranza e totale chiarezza su ruoli e obiettivi. Insomma, tutto quello che manca all’Inter da troppi anni e che ha portato la Juventus dove si trova oggi. Ad un passo dal triplete, più forte e più ricca. Nello stesso campionato in cui i suoi rivali storici affondano sotto i colpi di un Iemmello qualunque.

 

 

 

 

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