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L’altalenante stagione dell’Inter commentata dalle bandiere neroazzurre. Da Mazzola a Boninsegna, da Burgnich a Colonnese

Leonardo Ciccarelli

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Che stagione strana quella dell’Inter, la si può riassumere in quella che a posteriori verrà ricordata come una delle più clamorose gaffe del decennio, ovvero Eder che dice di aver scelto i colori neroazzurri e non il contratto del Leicester per vincere lo scudetto.

Ammettiamolo, oggi fa un po’ ridere questa dichiarazione, ma a Gennaio il Leicester era una favola che rischiava di sciuparsi come tante favole prima di lei (come dimenticare il Palermo di Guidolin o il Chievo di Delneri), invece l’Inter solo all’ultima giornata del girone perde il titolo morale di Campione d’Inverno a vantaggio del Napoli. La squadra neroazzurra fornisce un gioco essenziale, cattivo, ed è salvata spesso da un Handanovic che è stato per larga parte della stagione uno dei migliori portieri del mondo. Se l’Inter chiude il campionato al quarto posto salvando parzialmente la stagione, o almeno rendendola sufficiente, probabilmente lo deve al suo immenso numero uno.

Ad un certo punto della stagione però qualcosa si incrina. La fortuna abbandona la squadra di Mancini, il tridente tutto muscoli del centrocampo non riesce proprio a girare, i talenti offensivi non rendono. Questo fa sì che l’atroce gioco interista, che nella prima parte di stagione era accettato volentieri dai tifosi perché era accompagnato dai risultati, diventa solo una terribile sagra della difesa.

Per i soldi spesi da Thohir, e la fama del tecnico, tutti gli addetti ai lavori ed i tifosi si aspettavano qualcosa di più ma così non è stato e l’Inter dovrà accontentarsi dell’Europa League il prossimo anno, con l’obbligo di riscattare le opache annate di alcuni dei suoi, su tutti Mister 40 milioni Geoffrey Kondogbia, e di operare oculatamente sul mercato, cosa fatta davvero poco bene in estate.

Per Io Gioco Pulito abbiamo sentito alcuni grandi interisti del passato a riguardo.

In ordine alfabetico, cominciamo da Roberto Boninsegna, vice Campione del Mondo con l’Italia, un attaccante formidabile che, in 281 presenze con la maglia dell’Inter, ha segnato 171 gol vincendo Scudetto e titolo di Capocannoniere nel 1971. “Stagione molto altalenante-dice Bonimbapartita bene e finita male. La squadra è stata rinnovata tanto e questo incide, come la fortuna che incide sempre, prima dona e poi prende e la fortuna, o la mancanza di essa, è stata parte integrante della stagione dell’Inter. Per me le responsabilità maggiori sono dell’area tecnica e di Roberto Mancini. E’ stato un grosso errore non avere una formazione base che ha disorientato un po’ tutti perché era alla continua ricerca della quadratura. Inoltre Thohir ha speso tantissimo in estate, ma Mancini ha fatto meno punti di Mazzarri che non è certo ricordato in maniera positiva dai tifosi, quindi per me Mancini ha parecchio da rivedere“.

Anche Tarcisio Burgnich non è clemente con l’area tecnica. Dall’alto delle sue 467 presenze in neroazzurro, ottavo di ogni epoca, ha forgiato tutta la sua carriera sulla durezza e sulla lealtà e alla Roccia non va giù il comportamento di Thohir, troppo distante dalle faccende in casa Inter: “Il presidente non c’è mai ma per una squadra vincente la società deve essere presente. Ai miei tempi Italo Allodi, allora presidente, risolveva tantissimi problemi di spogliatoio e se abbiamo vinto tutto con Herrera è anche grazie ad Allodi, nonostante il rapporto difficile tra i due. Oggi invece Mancini è un uomo solo. Lo stesso problema ce l’ha il Milan per esempio. Ma non è solo questo. La stagione dell’Inter non ha mai ingranato, si vinceva con la prima con una grande prestazione, ricordo quella col Napoli, ma poi si perdeva con l’ultima. Questo problema deriva da uno spogliatoio non coeso, fatto di troppe prime donne che pensano più al loro bene che a quello dell’Inter e questo è dannoso alla lunga“.

Per Francesco Colonnese, detto Ciccio, tre anni in neroazzurro ed una Coppa Uefa vinta da protagonista, la stagione dell’Inter “è stata insufficiente. Stagione andata male e quindi non me la sento di trovare un colpevole ma quello che è sicuro è che le aspettative sulla squadra erano maggiori, l’Inter doveva fare molto di più. E’ vero che il quarto posto finale si prefigge come una delle migliori stagioni degli ultimi anni, ma per la storia neroazzurra e per la piazza interista, è poco, l’Inter merita di più. Ora bisogna ricominciare, dalla rosa e dalla consapevolezza che servono gli uomini prima che i calciatori. L’Inter non può più permettersi stagioni così“.

La leggenda Sandro Mazzola, che con l’Inter ha giocato per 17 anni, di cui 7 da capitano e con la quale ha vinto ogni cosa nelle sue 565 partite, è invece amareggiato e dice che “Se sto guardando la partita ormai dopo mezz’ora stacco. Non capisco come, con questi giocatori, non si riesca a dare un gioco diverso alla squadra. Mancini secondo me è bravo, d’altronde i risultati ottenuti nella sua carriera sono importanti, ma quest’anno non è riuscito ad imprimere la sua mano sulla squadra. Non so di chi siano le maggiori responsabilità perché bisognerebbe stare dentro la squadra. Da fuori non riesco a decidere se la colpa è di chi ha acquistato giocatori che sembravano all’altezza ma non lo sono, o dei calciatori che sono svogliati e poco uniti o ancora dello stesso Mancini, che non è riuscito a gestire la rosa che ha a disposizione“.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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