Se vi trovate a vedere una partita dell’Ajax in Tv, oppure avete la fortuna di vederla dal vivo all’Amsterdam ArenA vi sorprenderete forse a vedere dei vessilli che raffigurano la bandiera di Israele o solo la Stella di David. Il tifo europeo è quasi tutto destrorso e spesso nei meandri della tifoseria si nascondono neonazisti della prima ora ed è quindi inusuale vedere certe cose in uno stadio, ed in effetti in soli due stadi succede, questo in Olanda ed uno meraviglioso in Inghilterra, nella sua capitale: il White Hart Lane, casa (in rifacimento) del Tottenham Hotspur.

I tifosi del Tottenham si definiscono addirittura Yid, ovvero yiddish, perché il quartiere degli Spurs è nella zona della comunità ebraica, a differenza di quanto avvenuto in casa Ajax, squadra di tutta Amsterdam.

Durante la seconda guerra mondiale, l’Olanda è stata falcidiata dai nazisti tant’è che 3/4 degli ebrei olandesi sparirono nei campi di concentramento. In un recente libro dello storico dello sport Simon Kuper, “Ajax, la squadra del ghetto“, si racconta di come il calcio “è stato il luogo dove l’Olocausto e la vita quotidiana si sono incontrati” e di come l’Ajax fosse popolare ai tempi dell’occupazione perché il tram che portava i venditori di stoffe ed i mercanti di diamanti allo stadio passava direttamente nel ghetto ebraico. Il mito era il newyorkese Eddie Hamel, un’ala destra che poi morì ad Auschwitz insieme ai suoi tifosi il 30 aprile del 1943.

Il radiocronista dell’Ajax, il primo del Paese, era Han Hollander. Anche lui ebreo, anche lui deportato, anche lui ucciso nei campi di concentramento.

Moltissimi sono i nomi dei calciatori dell’Ajax nelle tabelle naziste che figuravano come ebrei, altrettanti sono quelli che simpatizzavano per il partito nazista e che andavano alle porte di quegli stessi tifosi che li osannavano ogni domenica, ma lo facevano per prendere tutti i beni e deportarli, in un misto di sangue e dolore e shock. Immaginate la scena, la tragedia: bussa alla porta Francesco Totti, o Gonzalo Higuain o Paul Pogba e che succede? Ti dicono che devi lasciare il Paese, la famiglia, i tuoi sogni, per andare in un luogo sconosciuto e gli devi dare anche tutti i tuoi beni. Terribile.

Kuper ha usato l’archivio dello Sparta Rotterdam per le sue ricerche, una gloriosa squadra di inizio ‘900, oggi nella seconda divisione, ed ha scoperto il volto burocratico ed efficiente dell’Olocausto: sono le lettere, spietate, con le quali si rende noto ai soci ebrei che in base alle nuovi leggi la loro affiliazione è da considerarsi terminata; tra i documenti spunta fuori anche un grande cartello con la scritta “Vietato l’ingresso agli ebrei”, da inchiodare sulla porta dello stadio.

Alla fine della guerra, più o meno tutti in Olanda erano legati alla morte di qualche persona cara durante il conflitto, non andavano esclusi dunque i dirigenti dell’Ajax, oggi come allora per di più facoltosi banchieri. Il presidente divenne Jaap Van Raag, un negoziante di dischi ebreo che si era nascosto per due anni nel retrobottega di un minuscolo negozio di fotografie. Tra i dirigenti anche Maup Caransa, anch’egli ebreo ma salvato durante la guerra dal fatto che fosse sposato con una potente donna cattolica, e di mestiere faceva il petroliere: ingenti somme di denaro cadevano dalle sue tasche.

Non solo personaggi positivi, altri due importanti dirigenti erano Wim e Freed Van Der Mejiden, due imprenditori che costruivano i bunker per i nazisti e che furono processati dopo la liberazione del Paese ma che non si sa in che modo riescono a convincere Van Raag, che diventerà il più grande presidente dei Lancieri, ad entrare in società.

Scrive Kuper nel libro che “Una squadra di calcio è come una famiglia e questo è particolarmente vero per coloro che non ne hanno una propria. Non erano rimaste molte famiglie ebree dopo l’olocausto“. Lo stesso Johann Cruijff, scomparso pochi giorni fa, aveva perso il padre e fu adottato dall’Ajax e da tutta la comunità ebraica.

La squadra di Cruijff, forse tra le più forti della storia, era forgiata dalla guerra: il padre di un suo compagno di squadra, Ruud Krol, difensore straordinario che ha giocato anche al Napoli, era Kuki Krol. Kuki è stata una delle figure di spicco della resistenza olandese, della quale ha fatto parte anche Leo Horn, l’arbitro olandese che nel 1963 diresse la partita nella quale l’Ungheria umiliò l’Inghilterra col risultato di 6-3.

L’Ajax “post bellico”, quello dopo la seconda guerra mondiale, è nato da un dato di sofferenza della storia olandese, in questa curiosa e oscura contraddizione che ha messo insieme imprenditori ebrei con imprenditori nazisti.

Quella dell’Ajax e dell’ebraismo è una storia particolare perché nonostante il progresso che spesso mostra nelle proprie leggi, l’Olanda è ancora fortemente antisemita. I più acerrimi rivali dell’Ajax, i tifosi del Feyenoord, spesso intonano cori contro gli ebrei. Un atteggiamento subdolo degli ultras, come di tutte le istituzioni dei Paesi Bassi durante l’invasione tedesca e durante i rastrellamenti nazisti. Le istituzioni olandesi hanno affrontato con atteggiamenti sinistri la forte presenza di ebrei sul territorio nazionale, da una parte mostrando evidenti segnali di tolleranza, dall’altra delegittimandone la piena partecipazione alle vicende civili, economiche e politiche.

L’Ajax, squadra simbolo del ‘900, nel secolo del calcio, come lo ha soprannominato Federico Buffa, ha sicuramente lasciato un’impronta, sia nella storia, che nella cultura di massa in Europa, non solo per quanto riguarda il calcio.

L’Ajax resta la squadra del ghetto, è solo passata dall’essere la squadra della borghesia aristocratica olandese, all’essere la squadra di tutti i cittadini di Amsterdam, che hanno dimenticato le proprie vicissitudini e contraddizioni e si sono unite sotto un’unica grande, gloriosa bandiera, quella che raffigura la testa di Aiace Telamonio.

FOTO: www.spiegel.de

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