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Calcio

L’Africa e i Mondiali del 1966, una storia dimenticata

Matteo Luciani

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Coppa del Mondo 1966: presente nell’immaginario collettivo per la vittoria dell’Inghilterra (rimasta l’unica fino ai giorni nostri), un gol controverso nella Finale, l’esplosione di Eusebio e la sorpresa rappresentata dalla Corea del Nord. Quasi nessuno ricorda, invece, che si è trattato dell’unica volta in cui un intero continente ha boicottato la Coppa del Mondo. Stiamo parlando dell’Africa e della sua clamorosa rinuncia a quella manifestazione sportiva.

Tra coloro che non poterono brillare durante tale appuntamento c’era il ghanese Osei Kofi, descritto una volta addirittura da Sua Maestà Gordon Banks come fenomeno pari al grande George Best. Un’affermazione che di certo lascia di stucco, visto il talento smisurato dell’ex numero sette del Manchester United che lo porta a tutt’oggi ad essere considerato uno dei più grandi calciatori mai esistiti.

La stranezza, però, risiede nel fatto di non aver mai sentito parlare prima di Kofi, che in occasione di due gare amichevoli trafisse il fenomeno Banks per ben quattro volte.

Purtroppo per lui, il “Wizard Dribbler” (il mago del dribbling) non ebbe modo di dimostrare tutto il suo talento imperversando sulle fasce laterali durante la Coppa del Mondo del 1966; gli fu tolta questa grande opportunità quando l’Africa decise sorprendentemente di boicottare la Fase Finale della manifestazione.

A quel tempo, le “Black Stars” ghanesi erano reduci da due successi consecutivi (1963 e 1965) nella Coppa d’Africa e si sarebbero presentati ai Mondiali da campioni in carica del proprio continente.

Penso che il soprannome di ‘Black Stars’ fosse perfetto per quel periodo,” dice Kofi, che oggi è diventato un sacerdote, alla BBC Sport. “Avevamo uomini intelligenti che erano pure calciatori eccezionali sul rettangolo verde. Credo che avremmo anche potuto vincere quella Coppa del Mondo”.

Nel momento più splendente della propria storia, però, le “Black Stars” caddero in un buco nero.

Durante il gennaio del 1964, la Fifa decise che le sedici contendenti alla Coppa del Mondo sarebbero state così suddivise: 10 team europei, inclusa l’Inghilterra che ospitava la rassegna, 4 selezioni provenienti dalla zona latino-americana ed una dall’America Centrale. Rimaneva soltanto un posto da conquistare e ben tre continenti a battagliare per esso: Africa, Asia e Oceania.

Poco dopo l’assurda decisione, il capo dello sport del Ghana, Ohene Djan, che era anche membro del Comitato Esecutivo della Fifa, gridò allo scandalo.

In un telegramma inviato alla Fifa da parte di Djan, la scelta fu definita “patetica e malsana”. “L’Africa avrebbe dovuto avere, nel peggiore dei casi, almeno un posto per una sua nazionale”, l’opinione di Djan.

I toni della lettera di Djan furono approvati da Kwame Nkrumah, il presidente del Ghana, che era diventato, nel 1957, il primo paese sub-Sahariano ad ottenere l’indipendenza.

Nkrumah voleva utilizzare il calcio come mezzo per unire l’Africa e disse a Djan di fare tutto il possibile per rendere il calcio africano importante nel mondo.

Ohene Djan era anche un membro della Confederation of African Football (Caf) ed emerse come figura principale per la lotta alla conquista di un posto nella Coppa del Mondo del 1966 insieme ad un membro etiope della Caf di nome Tessema Yidnekatchew.

La coppia portò argomenti convincenti a sostegno della tesi che vedeva ingiusto il trattamento riservato dalla Fifa alle nazionali africane; Tessema, in merito, parlò di “una presa in giro a livello economico, politico e geografico”.

In primo luogo, i due sostenevano che fosse giusto riservare almeno un posto all’Africa perché le nazionali del ‘continente nero’ erano migliorate in modo significativo nel corso degli ultimi anni. La seconda critica alla scelta della Fifa riguardava il fatto che i costi dell’organizzazione di un play-off tra una nazionale Africana ed un’altra proveniente da Asia o Oceania erano terribilmente alti. Infine, la politica; con una situazione molto complicata e tesa tra Caf e Fifa riguardo al tema dell’apartheid in Sudafrica.

Politica e campo

Successivamente alla sua fondazione, avvenuta nel 1957, la Caf era l’unica organizzazione panafricana esistente in quel momento; precedette, infatti, di sei anni la creazione di quella che oggi è l’African Union, assumendo dunque un ruolo geo-politico assolutamente fondamentale.

Con sede a Il Cairo, la Caf fu la prima organizzazione sportiva mondiale ad espellere il Sudafrica a causa della politica di apartheid nel 1960.

Non appena un paese africano diveniva indipendente, si univa alle Nazioni Unite e poi alla Caf: non c’erano altre organizzazioni,” ricorda Fikrou Kidane, a lungo fianco a fianco con Tessema, che morì nel 1987.

Lo storico del calcio Alan Tomlinson, in merito, afferma: “Sin dall’inizio, questa fu una storia che toccò le politiche culturali nel periodo post-coloniale”.

La Fifa inizialmente sospese il Sudafrica, comunque con un anno di ritardo rispetto a quanto fatto dalla Caf, per poi riammettere il paese nel 1963, parzialmente a causa della promessa, da parte della nazione Africana, di inviare un team di soli bianchi alla Coppa del Mondo del 1966 ed uno di soli neri nell’edizione di quattro anni dopo.

La prima volta che venni a conoscenza di questa fantomatica soluzione, iniziai a ridere” afferma Tomlinson, che attualmente sta lavorando alla biografia dell’allora presidente della Fifa Stanley Rous.

Per le qualificazioni alla Coppa del Mondo del 1966, la Fifa decise di inserire il Sudafrica, che potremmo definire uno ‘stato reietto’ nel suo continente allora, in un gruppo asiatico, così da evitare che avvenisse uno scontro con altre nazionali africane; ci pensò, tuttavia, la storia del play-off tra Africa, Asia e Oceania a riproporre il problema.

Era una cosa inaccettabile ed, oltretutto, logisticamente complessa,” afferma Kidane, delegato etiope che prese parte ai congressi della Fifa negli anni 60.

Si arrivò, così, alla decisione drastica: nel luglio del 1964, la Caf decise di boicottare la successiva Coppa del Mondo del 1966. L’unica condizione che avrebbe potuto far tornare sui propri passi la Caf riguardava il fatto che all’Africa venisse riservato un posto per una propria nazionale. Le reazioni furono tiepide, visto che l’unica nazionale africana a disputare una Coppa del Mondo in precedenza era stato l’Egitto nel 1934.

Non è un grosso problema’, insomma, pensò la Fifa.

Dal momento che le decisioni del Comitato Organizzativo sono finali, non credo che, per il prestigio della Fifa, sarebbe una buona soluzione alterare quanto già stabilito; tuttavia, qualche spunto proposto da Tassema appare ragionevole”. Questo quanto sostenuto dal Segretario Generale della Fifa Helmut Kaser nel 1964.

Il president Rous era d’accordo con tale idea, così nell’Ottobre del 1964 la Caf ufficializzò la decisione di non partecipare ai Mondiali del 1966.

Non fu una decisione difficile,” afferma Kidane, oggi consigliere dell’attuale presidente della Caf. “Si trattava di una questione di prestigio. La maggior parte del continente stava battagliando per la propria indipendenza e la Caf aveva l’obbligo di difendere gli interessi e la dignità dell’Africa”.

“Avremmo vinto quella coppa”

Nonostante quella che poteva essere l’occasione di una vita, Osei Kofi confessa di non serbare rancore. “Avremmo dovuto recriminare con la Caf per non poter disputare la Coppa del Mondo ma non sarebbe stato giusto perché avevano ragione loro. Era una truffa, c’era molto poco di chiaro in quella faccenda e la Fifa meritava tale comportamento”.

Tanti, però, la pensano diversamente.

Non conosco nessuno di noi che non sia amareggiato per non aver disputato quella competizione” dice, ai microfoni della BBC, Kofi Pare, altra stella di quel Ghana degli anni 60. “Dopo aver visto quel torneo, sapevamo che avremmo potuto fare meglio di chiunque altro. Penso che saremmo stati una delle squadre più forti. Saremmo andati in finale e probabilmente avremmo anche vinto”.

Al netto dei rimpianti, comunque, il boicottaggio funzionò: la Fifa finalmente reagì.

Nel 1968, infatti, fu votato all’unanimità di concedere un posto ad una nazionale africana ed un altro per l’Asia.

Penso che si trattò di un passo assolutamente fondamentale,” spiega lo storico Tomlinson. “Se la Fifa avesse continuato con il proprio ostruzionismo in merito, probabilmente il calcio sarebbe andato in un’altra direzione”.

Oggi, l’Africa detiene cinque posti dei trentadue totali di una Fase Finale di Coppa del Mondo; divennero addirittura sei quando il Sudafrica ospitò la competizione nel 2010. Ma non basta. L’Africa chiede ancora più spazio.

Nel frattempo, però, un grande obiettivo è stato raggiunto. A partire dall’edizione del 1970, infatti, l’Africa è sempre stata presente nelle varie edizioni della Coppa del Mondo.

L’eredità di Djan e Tessema ha continuato a vivere sui campi di calcio grazie a campioni come Roger Milla, Didier Drogba e Samuel Eto’o. Non c’è che dire, veramente un grande regalo per il calcio africano e non solo.

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Bruno Neri, il calciatore partigiano simbolo della disobbedienza al Regime Fascista

Simone Nastasi

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Per la Festa della Liberazione, vi raccontiamo la storia di un giocatore simbolo della Resistenza al Regime Nazifascista, Bruno Neri, il calciatore partigiano.

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

 

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Calcio

Johan Cruijff, la dittatura argentina e il rifiuto ai Mondiali del ’78

Maria Scopece

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Avrebbe compiuto oggi 71 anni Johan Cruijff, il Profeta del Goal, massimo interprete del calcio totale olandese. Nella sua infinita carriera, ci fu un episodio che ancora oggi è avvolto nel mistero: il suo rifiuto a partecipare ai Mondiali del 1978 in Argentina. C’è chi parlò di boicottaggio, ma la verità sembra essere un’altra.

Il 24 marzo di 42 anni fa si insediava in Argentina uno dei regimi più sanguinari della storia del Sud America. Un colpo di stato guidato dal tenente generale Jorge Rafael Videla spodestò Isabel Peròn e instaurò una dittatura militare che produsse qualcosa come 30mila desaparecidos, una triste pagina sulla quale, ancora oggi, non è stata fatta piena luce.

La dittatura di Videla (conosciuto anche come “Hitler della Pampa”) durò dal 1976 al 1981, cinque anni sanguinari che videro però anche un momento di gloria. Fu il 1978 quando l’Argentina si trovò ad ospitare i mondiali di calcio e a vincerli in una storica finale contro l’Olanda. Gli Orange, dati da tutti per favoriti, erano a caccia della definitiva consacrazione perché, nonostante il bel gioco, non avevano ancora alzato alcun trofeo. Non l’alzarono nemmeno quella notte perché l’Argentina s’impose ai tempi supplementari per 3 reti ad uno. Per molti, tra commentatori e tifosi, la responsabilità di quella sconfitta e della mancata consacrazione di una generazione di calciatori, che non arriverà nemmeno successivamente, fu di Johan Cruijff che decise di non partecipare ai campionati mondiali.

Molte furono le ipotesi in merito a questo “gran rifiuto”. C’era chi parlava di questioni economiche e contrasti tra sponsor, chi delle pressioni della moglie Danny Coster e  chi, ricordando il suo “no” nel 1973 al Real Madrid, allora ritenuta la squadra del dittatore Francisco Franco, e il suo approdo sull’indipendentista sponda blaugrana a questioni di natura politica.

A dirimere la faccenda ci ha pensato lo stesso Cruijff, 30 anni dopo. In un’intervista a Radio Catalunya nel 2008 il campione orange rivelò che a farlo desistere fu un tentativo di rapimento, non andato a buon fine, a danno della sua famiglia. “Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio.” – racconta Cruijff  – “Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona“. Dal racconto di Cruijff il rapimento si concluse in un nulla di fatto perché lui riuscì a liberarsi e i ladri – rapitori si diedero alla fuga. Se l’epilogo del crimine è fumoso, con molta chiarezza il campione orange ha raccontato che in seguito la sua vita cambiò in maniera radicale, i suoi figli furono sempre scortati dalla polizia e lui stesso si faceva accompagnare sempre da guardie del corpo anche agli allenamenti. Qualche anno dopo Cruijff lasciò l’Europa e concluse la carriera da calciatore negli Usa.

Inevitabilmente dopo le sue rivelazioni si fecero molte ipotesi sulle identità dei banditi. Senza lasciare la traccia politica si pensò a balordi mandati da Videla in persona o a franchisti dell’ultima ora. La faccenda non fu mai chiarita.

Cruijff, con tutte le sue complessità e contraddizioni, ha scritto per sempre il suo nome accanto a quelli di una generazione splendida, per certi versi perdente, ma forse per questo eroica.

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Calcio

Koulibaly, una rincorsa lunga una telefonata

Ettore zanca

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C’è chi dice che il treno delle occasioni passa una volta sola. E se non siamo bravi a prenderlo, la nostra vita non avrà la direzione che speravamo. Ogni scelta è un viale alberato o una discarica a seconda della scelta precedente. E invece c’è chi dice che a dispetto di futuro e coniugazioni varie, il nostro destino è segnato e va contro il nostro sbattergli la porta in faccia.

Oddio, il signore qui sotto il destino lo ha proprio sfidato, rischiando che fosse pure permaloso. Più che la porta in faccia, gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Quel viso in foto, da ieri lo avete tutti familiare. Kalidou Koulibaly, senegalese, difensore del Napoli di Sarri. Angelo d’ebano sceso dal cielo ad incornare la palla che ha riaperto una stagione. All’ultimo respiro ha trafitto la Juve in casa sua, riaprendo i giochi per lo scudetto e creando paradisi artificiali di prostrazione e gioia orgasmica a seconda della prospettiva.

Ma fermiamo un attimo tutto. Come ci è arrivato Kalidou su quella palla? Su calcio d’angolo, direte voi. No, non dicevo quello, perchè per arrivare lì, il ragazzo è partito da lontano e ha rischiato di non arrivare. La sua rincorsa parte dal 2014. Si trova a casa e riceve una telefonata. Dall’altro lato una voce dice: “pronto, sono Rafa Benitez, allenatore del Napoli, vorrei sapere se sei interessato a venire a giocare da noi”, la risposta è di quelle che lascerebbero interdetto anche un maestro zen: “piantala con questi scherzi, dai vieni a casa che ti aspetto, smettila, non ci casca nessuno”, e Kalidou, sorridendo, mette giù. La voce richiama, riproponendo lo stesso refrain, dice di essere davvero Benitez e di allenare il Napoli, ma niente, nuovamente “smettila dai, non è bello questo scherzo”, e giù la cornetta.

Kalidou era convinto che a chiamarlo fosse un suo amico che gli faceva continuamente scherzi telefonici, aveva chiuso e si era rimesso seduto a guardare la tv. Dopo cinque minuti riceve un messaggio del suo agente: “sta per chiamarti Benitez, deve parlarti, rispondi al telefono”. A quel punto la disperazione, che dura poco per fortuna, perchè Benitez dimostra che “poscia più che la permalosità, potè insistere” parafrasando Dante. E ritelefona. Stavolta Kalidou si scusa quasi in ginocchio e ascolta l’allenatore del Napoli. Ecco da dove arriva tutta la rincorsa per quel gol. Capite bene che dare un colpo di testa dopo questo correre non poteva che essere una sassata. Ma Kalidou è recidivo però.

 

Qualche tempo dopo un magazziniere del Napoli lo avvicina e gli dice: “Kalidou, mi dai una tua maglia? me l’ha chiesta Maradona”, capirai, stavolta è uno scherzo davvero, Kalidou è generoso però, per cui prende la maglia ma ammonisce: “se volevi la mia maglia potevi chiederla senza tante scuse, poi addirittura che la voglia Maradona, dai…”, appunto, dai. Qualche giorno dopo Kalidou riceve un messaggio, contiene una foto. Diego Maradona con la maglia di Koulibaly, Diego gli ha scritto e lo ringrazia per il dono.

Vai a fidarti di chi dice che siamo artefici del nostro destino. Qui il destino è arrivato sfondando la porta e entrando di prepotenza. Più o meno come ha fatto Kalidou dopo una corsa, con quella sassata di testa nella porta bianconera. Veniva da lontano, nonostante tutto.

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