Ancora una strage, l’ennesima all’interno di un fatiscente stadio africano.

Soltanto all’inizio del 2017, eravamo costretti a riportare la notizia delle 17 persone morte in Angola (ultima, a sua volta, di una lunga serie).

Oggi, purtroppo, ci risiamo.

Le morti avvenute dentro gli impianti sportivi dedicati alla disciplina dal pallone di cuoio, ormai, quasi non si contano più nel ‘Continente Nero’.

Quali che siano i motivi (risse tra tifosi, cedimenti strutturali, cariche o violenze da parte degli organi di polizia locali), siamo quasi giunti al punto in cui si debba parlare di ‘caduti’, proprio come accade in guerre sanguinarie.

L’ultimo bollettino parla di otto, o nove in base ad altre fonti, persone rimaste uccise a Dakar, in Senegal.

Lo scenario è il seguente: finale della Coppa nazionale disputata tra Ouakam e Mbour.

La gara finisce, soltanto dopo il secondo tempo supplementare, con il risultato di 2-1 in favore dello Mbour. A questo punto, si scatena una violenta rissa tra sostenitori delle fazioni opposte.

L’intervento della polizia, con annesso lancio di gas lacrimogeni, piuttosto che aiutare a risolvere la situazione, peggiora ulteriormente lo stato delle cose.

Si crea una calca infernale e, come successo nella tragica notte dell’Heysel, in molti restano a terra, schiacciati.

Come se non bastasse, la fuga della folla impazzita causa pure il crollo di una parete dello stadio Demba Diop.

E qui bisognerebbe aprire un’altra pagina riguardante unicamente le condizioni in cui gli africani sono costretti ad assistere agli incontri delle proprie squadre del cuore. Una vergogna disumana.

Ci sarà tempo e modo per farlo; intanto, piangiamo altri morti.

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