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L’addio di Storari non ha risolto i problemi del Cagliari

Antonio Casu

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Gennaio è un mese fondamentale per le squadre di A. Rappresenta il momento dei primi bilanci dopo il giro di boa e costituisce un’ultima grande occasione per inserire i puntelli necessari per migliorare la rosa a disposizione e cedere gli elementi in esubero. Gennaio è un crocevia dal quale non si può prescindere, anche per una squadra come il Cagliari che non avrà molto da chiedere alla seconda parte del campionato. I 23 punti raccolti finora e le 13 lunghezze che lo rendono quasi irraggiungibile dal Palermo terzultimo sono più di un’ipoteca sulla permanenza nella massima serie. Allo stesso tempo, le difficoltà palesate nella prima metà di stagione portano a pensare che non potrà alzare granché l’asticella e lottare per un posto in Europa. Il Cagliari è immerso nel limbo di metà classifica che può rappresentare una grandissima occasione, perché i sardi hanno un mercato invernale bonus di sei mesi per pianificare il futuro. Gennaio, a differenza di quanto accade normalmente, potrebbe diventare un laboratorio di costruzione, invece di un’ultima spiaggia per rimediare agli errori commessi in estate.

Finora, tuttavia, le operazioni in entrata e in uscita non hanno entusiasmato i tifosi e hanno mostrato un notevole immobilismo della società. Una scelta giustificabile, ma non del tutto. L’addio di Storari, seguito ad una lunga scia di polemiche con la società che ha lasciato l’amaro in bocca, e l’approdo in Sardegna di Gabriel dal Milan con la formula discutibile del prestito secco potrebbero non aver risolto alcun problema, seppure non ne creeranno probabilmente di nuovi. Mare piatto al porto di Cagliari, insomma. E se le prossime settimane ci proporranno lo stesso leitmotiv, si potrà parlare di una grande occasione persa. Perché? Approfondiamo la questione.

Un elemento su tutti è fondamentale: il Cagliari incassa un numero smisurato di reti. I rossoblù hanno chiuso il girone d’andata con 43 gol subite: sette in più del Palermo, seconda nella classifica delle peggiori difese di A. Le uscite a vuoto di Storari hanno influito in modo importante sul rendimento disastroso della retroguardia, ma non rappresentano certo l’unica causa. Come avevamo affermato in un articolo di qualche settimana fa, i problemi riguardano principalmente il centrocampo e, in seconda battuta, difesa e portiere. La prestazione folle col Sassuolo, culminata in un 4-3 pirotecnico, lo dimostra: il Cagliari, seppure vincente, ha incassato tre reti in casa con Rafael tra i pali al posto di Storari, accantonato dopo il ritiro seguito alla sconfitta di Empoli. D’altro canto, l’ottima figura fatta domenica scorsa a San Siro contro il Milan sembrerebbe dimostrare le responsabilità decisive dell’ex portiere dei rossoblù, ma la verità è un’altra: il Cagliari, messo sotto dai rossoneri con un 1-0 finale per molti versi immeritato, ha giocato con un atteggiamento diverso, più aggressivo a centrocampo e attento in difesa. Rafael, protagonista indubbiamente di una gara che ha dato maggiori sicurezze ai compagni rispetto a quante ne infondevano le indecisioni di Storari, si sta rivelando un elemento stabilizzante, più che risolutore.

Affiancare Gabriel a Rafael non sposterà granché gli equilibri. Il giovane portiere ha mostrato nelle prime stagioni della sua carriera un’affidabilità che lo associa al collega brasiliano, e non rappresenta un patrimonio economico da far maturare, visto che rimarrà di proprietà del Milan senza alcuna opzione sull’acquisto a titolo definitivo. L’operazione, resasi indispensabile a seguito delle frizioni tra Storari e la società, non risolve il nodo portiere per la prossima stagione: i tifosi si augurano di conseguenza che Capozucca blindi il contratto di Cragno, protagonista di un’ottima stagione in B con la maglia del Benevento e allontani quindi le sirene partenopee che lo seducono da qualche giorno. Le stesse che sente risuonare Del Fabro, centrale ventunenne di Alghero che si sta mettendo in luce a sua volta in cadetteria con il Pisa di Gattuso. Se il Cagliari intende portare avanti il progetto di crescita dei giovani nati in Sardegna, puntare su Del Fabro è una grande occasione.

In difesa, d’altronde, sono diversi i dubbi da risolvere. L’unico centrale che si sta rivelando affidabile è Bruno Alves: i vari Salamon, Ceppitelli e Capuano, invece, non sono stati finora all’altezza. L’immobilismo sul mercato che riguarda i centrali di difesa ha due spiegazioni possibili: il Cagliari potrebbe aver dato fiducia agli elementi presenti in rosa, e sarebbe un errore. Oppure sta attendendo il completamento della maturazione di Del Fabro, e la scelta potrebbe rivelarsi azzeccata. I sardi, inoltre, non si stanno preoccupando di rinforzare le fasce difensive, altro tallone d’Achille della retroguardia: l’unico nome che si insegue è Miangue, mancino come Murru. Il belga dell’Inter, lanciato in prima squadra da De Boer, andrebbe a occupare la casella che lascerà libera Bittante e non potrà essere acquistato a titolo definitivo: anche in questo caso si coprirebbe una falla, senza risolvere il problema, presente anche sull’out destro occupato attualmente da Pisacane, tanto grintoso quanto carente dal punto di vista tecnico.

L’attacco, privato di Melchiorri, potrebbe essere potenziato con Avenatti, inseguito fin dai tempi di Cellino, mentre a centrocampo il Cagliari ha individuato un profilo che potrebbe spostare gli equilibri: i sardi, infatti, stanno inseguendo con insistenza Cigarini, in uscita dalla Sampdoria dopo l’esplosione di Torreira. Il regista ex Atalanta porterebbe in dote esperienza, grinta e geometrie, fondamentali in una mediana con poche idee e in carenza di ordine. Tachtsidis resterebbe una buona alternativa, mentre Di Gennaro darebbe il cambio a Joao Pedro sulla trequarti. Ionita, inoltre, è prossimo al rientro e permetterà ad Isla di tornare sulla fascia destra di difesa, ruolo maggiormente nelle sue corde. A Cigarini potrebbe aggiungersi Dimitri Bisoli, figlio di Pierpaolo, centrocampista del Brescia dalle ottime potenzialità, soprattutto in prospettiva. Si dovrà poi sciogliere il nodo Padoin, infortunatosi al bicipite femorale destro con tempi di recupero da definire. La strategia che sembra esser stata adottata per potenziare la mediana dovrebbe essere uno spunto per lavorare bene su tutta la rosa: puntare su garanzie che offrano un presente senza rischi ed elementi giovani da far crescere senza ansia è l’opzione ideale, specie per una squadra che può permettersi qualche azzardo e deve risolvere allo stesso tempo diversi problemi. Una squadra come il Cagliari, messasi nella posizione invidiabile di chi può costruire senza dover distruggere. I sardi hanno una grande occasione, ma sembrano non averlo ancora percepito del tutto. Avranno due settimane per smentirci, trasformare un gelido gennaio in un’anomala primavera e non fare di un bonus inatteso un grande rimpianto.

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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