Parola in gioco. Nascono, crescono e si divertono: sono i ragazzi coinvolti nel progetto Multisport dell’Università per Stranieri di Siena, che tra i suoi diversi obiettivi si prefigge di creare le condizioni per accogliere ragazzi migranti e richiedenti asilo, farli allenare, giocare, sognare e divertirsi imparando la lingua italiana. A progettare, organizzare e guidare le attività in campo e in aula è stato il camerunense Raymond Siebetcheu, ricercatore in Didattica delle Lingue Moderne presso l’Università per Stranieri di Siena e in possesso della qualifica di Istruttore di Scuole calcio.

 “Tutto è nato nel 2012, grazie ad una collaborazione con il CONI (sezione Toscana). L’idea iniziale era quella di sperimentare una nuova figura, quella del mediatore linguistico e culturale in ambito sportivo”, racconta il professor Siebetcheu.

 Dopo un paio di anni il progetto è passato dalla fase teorica a quella applicativa. E i risultati non si sono fatti attendere. Grazie al corso di italiano in ambito calcistico i profughi hanno imparato con motivazione migliorando decisamente le loro competenze linguistiche in generale, nonché quelle inerenti al linguaggio calcistico. “Abbiamo sperimentato un corso di italiano della durata di 6 mesi – continua il professor Siebetcheu – Il campo di calcio si trasformava in un vero e proprio laboratorio”. Durante il corso era prevista una seduta di allenamento a settimana in campo e una lezione in aula di circa 1 ora. I giocatori della squadra Migrantes San Francesco che vi hanno partecipato, tutti richiedenti asilo, provenivano principalmente dall’Africa occidentale (Senegal, Gambia, Mali, Nigeria) e interagivano in varie lingue tra cui inglese, francese, pidgin english, ma anche wolof, bambara e mandinka.

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 Grazie ai giochi linguistici i giocatori hanno imparato l’italiano senza rinunciare alla propria passione calcistica. “Partendo dai bisogni linguistici dei ragazzi l’obiettivo era di fare in modo che potessero imparare la lingua allenandosi, divertendosi e senza sentire il ‘peso’ dell’apprendimento”, racconta il professore. Il punto è che molti di questi ragazzi considerano il calcio – e lo sport in generale – come una droga: “Chi lavora con ragazzi con questo tipo di profilo non può quindi prescindere dall’aspetto sportivo se si vuole ripensare i processi di integrazione sociale”, continua. “Sono contento quando sono in campo. Mi diverto, rido e scherzo con i miei compagni. Ho l’impressione di essere in Mali” racconta uno dei migranti. In altre parole, il calcio ha in qualche modo un ruolo terapeutico considerando i traumi psicologici che questi ‘migranti forzati’ hanno dovuto affrontare.

 A giudicare dalle testimonianze dei giocatori della squadra di Migrantes San Francesco coinvolti nel progetto, si può dedurre che la sperimentazione dei modelli didattici sviluppati presso l’Università per Stranieri di Siena ha sicuramente funzionato. “Siamo riusciti ad abbinare l’allenamento calcistico all’apprendimento linguistico – racconta Raymond Siebetcheu – Agli allenamenti arrivavano ragazzi che non giocavano le partite ufficiali della squadra, ma che volevano esserci comunque, perché apprezzavano questo modo di apprendere l’italiano”. Era proprio a questo tipo di reazione che si aspettava l’iniziativa: considerare lo sport in generale, e il calcio in particolare, come strumento di integrazione, aggregazione e inclusione sociale. Per questo motivo, oltre ai giocatori professionisti “abbiamo ritenuto opportuno sviluppare attività sportive in contesti dilettantistici e amatoriali – conclude il professore – e speriamo in futuro di poterlo fare anche nei settori giovanili e scolastici”.

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Sono tanti i ragazzi che oggi riescono a padroneggiare l’italiano, affiancandola alle altre lingue conosciute. Molti di loro, ottenuti i documenti, hanno fatto la valigia e si sono trasferiti in altre città integrandosi egregiamente dal punto di vista linguistico e culturale in squadre che militano nei campionati della Lega Nazionale Dilettanti (LND) e della FIGC. Alcuni sono riusciti a passare dal settore amatoriale a categorie più importanti. A volte, dicono, il calcio può salvarti la vita.

 

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