Ti verrebbe voglia di incontrarlo in una via immaginaria che collega Madrid a Buenos Aires, tra un barrio e il Santiago Bernabeu. Proprio tra un cielo albiceleste e una tonalità di strade merengues, risiedono i sogni e le imprese di Jorge Alberto Francisco Valdano. Attaccante letale e con la faccia da ballerino di tango, partito da Las Parejas per approdare sul tetto del mondo con la nazionale nel 1986, dove in un mondiale in Messico anche le nuvole si commossero di fronte a Masaniello-Maradona e i suoi furti con destrezza conditi da arte ridipinta cinque minuti dopo. E chi non sa di cosa parliamo si vada a rivedere la partita con l’Inghilterra. Valdano e Dieguito erano le punte di diamante di una nazionale che aveva più fabbri che artisti.

Jorge quando chiuse col calcio giocato, diventò uomo di lettere e di campo. Ha sempre letto molto, una sorta di sovversivo di un mondo lobotomizzato. In più ha deciso anche di scrivere. E con quel nome che fa rima con Soriano, bisognava aspettarselo.

Ha cominciato la sua carriera post erba calpestata facendo il dirigente della squadra da lui più amata. Il Real Madrid. A lui si deve l’aver coniato per i blancos, il concetto di miedo escenico. La paura del palcoscenico che attanaglia le squadre che varcano i confini dello stadio Madridista. Tra i pochi con fede Real, che ha potuto parlare con cognizione di causa e senza accuse di eresia del mito dirimpettaio e rivale. Lionel Messi. “A Lionel non è precluso nulla, che lui stesso non voglia, il suo limite non è fisico, ma mentale.”. Ipse dixit.

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Per non farsi mancare nulla, elegge subito il suo allenatore maestro. Cesar Luis Menotti. Colui il quale appena udì le lamentele di alcuni giocatori della nazionale per la fatica, li sollevò di peso all’alba per fargli vedere la vita che si faceva per gli operai di Buenos Aires, fino al ventre teso della metropolitana. “Loro hanno diritto di lamentarsi, non voi”. Chiuse la questione. Di lui Jorge dirà: “tutti gli allenatori mi urlavano in faccia di tirare fuori gli attributi, di andare con rabbia. Solo lui mi disse di entrare in campo e inseguire i miei sogni. Per questo ogni volta che respiro l’odore dell’erba mi ritorna addosso l’infanzia. In ogni caso, parlo dei sogni come del territorio abitato da un anticonformista, non da un illuso“.

Jorge è bravo non solo di piede, ma anche di testa. Autore de “Le undici virtù del leader”, un libro che profuma di psicologia empirista, nel guardare l’anima dei giocatori, quasi come la ricerca della pietra filosofale. Ma anche una sorta di biografia personale con le sue opinioni sul calcio. Mai banali e quasi sempre poetiche, con punte di acidulo ben assestate. Un esempio? “Quel fondo di fascismo che si annida dietro la filosofia del risultato è tipico di gente che divide il mondo in dominatori e dominati.

Nell’esprimersi sul talento di Beckham, così lo ritrae in due tocchi: “è due persone in una: è una persona quando gioca e un’altra nella vita. Fuori dal campo, come certi uccelli della Patagonia, fa una cagata ad ogni passo. Ma durante i 90′ mostra doti di concentrazione, buona capacità di partecipazione, abnegazione, solidarietà.“.

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Abile anche a mostrare le ferite che il “figlio orange del dio pallone”, Cruijff, gli inflisse: “quel giorno si mise a protestare con l’arbitro per un fallo senza importanza. E dato che l’arbitro non smetteva di dargli spiegazioni, suggerii a Cruijff di tenere quel pallone e di darcene un altro, visto che in quella partita avevamo qualche diritto anche noi. Cruijff mi chiese: come ti chiami? «Jorge Valdano». E quanti anni hai? «Ventuno». «Ragazzino, a 21 anni a Cruyff si dà del lei.»”.

Abile anche a dare pennellate efficaci di chi sembra essere ormai stato ampiamente descritto, si prendano i casi di Mario Balotelli e Carlo Ancelotti. Sul primo Valdano dice: “I voti calcistici generali si abbassano per colpa di alcune frivolezze psicologiche che in alcune occasioni lo collocano a metà tra un bambino capriccioso e un attore scadente“. e su Carletto: “Vince o perde con la stessa tranquillità, non si rende mai ridicolo nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile e non mostra neanche per un secondo il cattivo gusto che accompagna la demagogia. Un allenatore straordinario e una persona normale“.

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Il meglio di sè, Valdano lo dà con le definizioni di due che tanto simpatici non gli furono mai, un degno sipario prima di invitarvi a leggere un libro come pochi ce ne sono in giro di calcio.

Su Fabio Capello dice: “Credo che se lo abbandonassimo per un anno in una caverna piena di serpenti, al ritorno lo troveremmo sano e salvo“.

E su Josè Mourinho, che lo fece andare via dal Real per divergenze profonde, Jorge va in punta di penna e stile. Alla fin della licenza, così lo “tocca” a passo di tango: “Se Guardiola è Mozart, Mourinho è Salieri: sarebbe un gran musicista, se non esistesse Mozart. Si tratta di un vincente, che ama molto di più il risultato del gioco. Insegue la vittoria in modo ossessivo ed esercita una leadership dominante che richiede un’autentica esibizione di potere. Possiede un grande fascino mediatico, che quando vince lo trasforma in un eroe, e quando perde in una caricatura“.

Insomma un uomo a cui pagheresti un costoso rosso e un buon pranzo, pur di sentirlo parlare compiutamente della vita, o di ciò che le è più vicino. Il calcio.

 

 

 

 

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