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La Tigre Arkan e un sogno chiamato Champions League

Andrea Corti

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Il 17 Aprile 1952 a Brezice, in Slovenia, nasceva Željko Ražnatović, meglio conosciuto come la Tigre Arkan, il paramilitare serbo considerato uno dei personaggi più crudeli della storia del 900. Divenuto uno degli uomini più ricchi e potenti della Serbia, assume il ruolo di Presidente di una squadra di calcio, sognando la Champions League.

E’ il gennaio del 2000, il calcio italiano è il più ricco e il più bello del mondo, e gli occhi di tutti sono puntati sui campi della Serie A. Nelle curve degli stadi compaiono però sempre più spesso striscioni xenofobi e ostili, accompagnati da bandiere con croci celtiche, ma è forse ancora più inquietante un messaggio della Curva Nord della Lazio durante una partita con il Bari: “Onore alla tigre Arkan”. Moltissimi non capiscono, altri si indignano. E’ il caso di Alen Boksic, all’epoca attaccante biancoceleste e croato di nascita, che si sfoga sulle pagine de ‘La Repubblica’: “Sto male, molto male. Sono amareggiato e deluso anche perché quella scritta viene dai miei tifosi. Hanno reso onore a quello che tutto il mondo considera un criminale di guerra contro il mio popolo. Davvero non si rendono conto di quello che fanno”. Le voci di corridoio assicurano però che a volere quello striscione sia stato un compagno di squadra di Boksic, il serbo (di madre croata) Sinisa Mihajlovic, ora allenatore del Milan, che anni dopo ha spiegato le sue motivazioni al ‘Corriere della Sera’: “Lo rifarei, perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri”.

La Tigre Arkan, nome di battaglia di Željko Ražnatović, trova la morte il 15 gennaio 2000 in un agguato avvenuto in un albergo di Belgrado, dopo essere stato uno dei più cruenti protagonisti delle guerre jugoslave del decennio precedente. Da sempre grande appassionato di calcio, Arkan è il leader del gruppo ultras più violento della curva della Stella Rossa Belgrado negli anni del conflitto iniziato nel 1991: Ražnatović è noto ai corpi di Polizia di tutta Europa, per aver imperversato tra Italia, Germania, Olanda e Belgio con rapine ed esecuzioni (anche su commissione dei servizi segreti della Jugoslavia di Tito) tra gli anni 70 e 80.

Una volta tornato in patria diventa uno dei principali protagonisti della guerra civile, e sugli spalti del ‘Maracanà’ organizza una spietata milizia di supporto a Slobodan Milošević, presidente della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia che troverà la morte a L’Aja durante il processo a suo carico per crimini contro l’umanità. Arkan e le sue ‘Tigri’ seminano il terrore da vero braccio armato dell’espansionismo della ‘Grande Serbia’: i circa tremila volontari reclutati tra la curva dello stadio e le carceri belgradesi si rendono protagonisti di migliaia di uccisioni, e il potere del loro leader cresce a dismisura nel corso di quei tragici anni.

Al termine dei conflitti, nel 1995, Arkan è uno degli uomini più ricchi e potenti della Serbia, sebbene ufficialmente sia solo il titolare di una pasticceria. Ma oltre che un amante dei dolci, un criminale e un nazionalista Ražnatović è da sempre un grande calciofilo. La sua ambizione e la sua passione per il pallone lo portano ad aspirare a diventare protagonista in prima persona del calcio del suo Paese: sfumati i tentativi di prendere possesso della ‘sua’ Stella Rossa, diventa presidente del FK Obilic, squadra di Belgrado dal passato tutt’altro che glorioso. Ma avere come proprietario il capo delle ‘Tigri” in un’epoca come quella può essere decisamente rilevante, e la storia dei gialloblu lo dimostra: dopo decenni nell’anonimato, nonostante la squadra non sia assolutamente al livello delle big, l’Obilic diventa una delle realtà di punta del calcio serbo.

Le minacce per nulla velate cui vengono sottoposti arbitri e giocatori avversari, con la leggenda che parla anche di gas sedativi negli spogliatoi degli avversari e altre amenità del genere, consentono quello che da altre parti, ma non certo nella Serbia degli anni 90, sarebbe considerato un miracolo calcistico: in un battibaleno arrivano la promozione nella massima serie, il primo scudetto della storia del club (che interrompe un dominio di Partizan e Stella Rossa durato 27 stagioni consecutive) e la partecipazione ai preliminari di Champions League, il tutto facilitato certamente dalla costante e minacciosa presenza di Arkan in panchina.

A eliminare i ‘Cavalieri’ dalla massima competizione europea è il Bayern Monaco, dopo che Arkan ha lasciato la presidenza del club alla moglie Svetlana, cantante celeberrima in Serbia, a causa delle pressioni della Uefa che lo portano anche a progettare l’omicidio dell’allora presidente Johansson prima di rinunciare a causa della mancanza di occasioni concrete. I bavaresi si impongono con facilità in casa, anche grazie alla forzata assenza di Arkan che non può recarsi in Germania a causa di una taglia sulla sua testa risalente alle ‘avventure’ di gioventù da quelle parti, eliminando la squadra balcanica e costringendola alla Coppa Uefa nella quale è l’Atletico Madrid di Arrigo Sacchi a mettere la parola fine alla campagna estera della compagine del crudele comandante serbo.

Poco dopo la parabola di Arkan si conclude a colpi di arma da fuoco, con la stessa violenza che ha caratterizzato tutto il suo percorso di vita. E che ha avuto un ruolo non certo marginale nel suo sogno di realizzare un’utopia calcistica che sarebbe meglio cancellare. Necrologi e onori postumi compresi.

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8 Commenti

8 Comments

  1. Simone Lomuoio

    febbraio 4, 2016 at 11:37 am

    Consiglio a tutti di leggere “La guerra in casa” prima di giustificare o meno quel che è scritto in questo articolo.

  2. paolo

    febbraio 4, 2016 at 11:53 am

    Che grande scoop. Se il romeo ci vorrà un giorno deliziare con le frasi nazi fasciste apparse in curva sud gliene saremmo grati, ma non credo che arriverà mai. Se poi ci vorrà ricordare gli striscioni che inneggiavano a veri e propri delinquenti morti mentre cercavano di far evadere il proprio fratello.
    Ma La chicca migliore sarebbe ricordare a tutti che il fascismo di certi sedicenti tifosi laziali poco si addice alla squadra che si richiama agli ideali dello sport olimpico universale che affratella i popoli. Universalità dello sport contro nazionalismo più bieco. Non c’è nessun nesso possibile. Nimmanco le bandiere tricolori sono compatibili con ” ‘A SQUADRA CO’ I COLORI DEL CIELO”.

  3. carlo

    febbraio 4, 2016 at 1:18 pm

    E’ed e’stata la vergogna dei tifosi Laziali in tutta Europa.
    Ci hanno fatto vergognare di essere Laziali.
    Per colpa di queste frange Nazifasciste non abbiamo potuto goderci neanche dello scudetto nel 2000 e la Champion League .
    Croci Celtiche ,Striscioni e Buu razzisti .
    Non se ne puo’piu’.
    Lotito che doveva essere cacciato all’unanimita da tutti i tifosi lo stanno facendo diventare un eroe.
    L’unico (per i suoi interessi)che litiga con questi Razzisti.

  4. Duccio

    febbraio 4, 2016 at 1:30 pm

    7 febbraio 2000. TORO contro Lazio, Delle Alpi. In piena Maratona appare lo striscione: “Onore al gatto silvestro”, esempio di ironia, intelligenza ed eleganza. Ottimi rimedi contro l’ignoranza di alcuni tifosi, purtroppo presenti in ogni stadio.

  5. Sergio D'Agostinis

    febbraio 5, 2016 at 9:21 am

    Come posso informarmi obbiettivamente?

  6. andrea

    febbraio 5, 2016 at 10:45 am

    L’utilità di rivangare questa vecchia storia? Ammesso e non concesso che sia raccontata in modo verosimile, non mi pare certo il momento di giocare a buoni e cattivi per guadagnare due click. Se proprio interessa, comunque, posso segnalare varie altre storielle vintage da raccontare alla pubblica curiosità.
    Sono altrettanto interessanti, si fidi

  7. Cardinale IV

    febbraio 5, 2016 at 1:39 pm

    @ Andrea

    Sono decenni che si combatte il razzismo negli stadi e nulla è cambiato. Si mitizzano personaggi come Arkan , si fanni ululati razzisti a giocatori di colore e si da del “frocio” per offendere qualcuno… E lei ritiene che non sia il momento di giocare a buoni e cattivi… di cosa si dovrebbe parlare dei 23 gol di higuain ? Purtroppo le storielle vintage sono sempre attuali perche in questo paese non cambia mai nulla.

    @sergio

    Potrebbe inizare a levare una b da obbiettivamente…

  8. Dinduilio

    agosto 24, 2017 at 10:16 am

    A me sembra tutto un po confuso ma come sempre la storia la fanno i vincitori. Un croato figlio dello slogan “dio patria e famiglia” si offende per uno striscione della sua curva purtroppo fascista che inneggia ad un mai dimostrato criminale di guerra eroe per i suoi compaesani. Quindi la patria degli Ustascia( scusate nn ricordo come si scrive) nazisti da del fascista ad un eroe della Serbia comunista? Quanta confusione per nulla.

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Russia 2018: Vince la Svizzera, esulta il Kosovo

Ettore zanca

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La partita Serbia – Svizzera non sarebbe stata facile per loro tre.
Loro sono Behrami, Shaqiri e Granit Xhaka. Giocano nella nazionale svizzera ma hanno radici kosovare. Behrami e Shaqiri hanno avuto la storia meno cruenta dei tre. Se così si può dire. Entrambi fuggiti in Svizzera con le famiglie ai primi venti di guerra nella ex Jugoslavia nel 1991. Shaqiri pur legato molto alla Svizzera, è stato molto tentato di abbandonare la nazionale per giocare in quella kosovara, poi rinunciò per gratitudine a chi diede ospitalità alla sua famiglia.

La storia di Granit Xhaka è molto più affondata nella sua carne e in quella dei suoi familiari.
Le milizie serbe capitanate da Slobodan MIlosevic infatti, arrestarono il padre di Granit, accusato di essere un attivista delle cause kosovare. Condannato a sei anni, fu rilasciato dopo 3 anni e mezzo in cui fu torturato e percosso. Una volta fuori e prima che la situazione precipitasse, decise di scappare a Basilea. Dove nacquero Granit e suo fratello Taulant.

La curiosità è che mentre Granit difende i colori della Svizzera, suo fratello gioca per la nazionale albanese. Agli europei di due anni fa, la madre era allo stadio con una maglietta divisa in due parti per non fare torto a nessuno dei due. Granit dice di suo padre che è il suo idolo indiscusso, che però non gli ha mai raccontato tutto della prigionia, forse per risparmiargli il dolore.

Ieri sera la Svizzera ha vinto. Il gol della vittoria lo ha segnato Shaqiri, uno dei tre kosovari. Per completare la favola, occorreva che a pareggiare fosse l’uomo con la storia più affondata nella carne. Beh, indovinate un po’ chi ha fatto il gol del pareggio. Un gran bel gol tra l’altro.

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Il senso di Lukaku per la vita

Ettore zanca

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In mezzo ad un mondo che si urla di tutto, le immagini edificanti sono ormai delle oasi da tenersi strette. Dopo la fine della partita vinta dal Belgio contro Panama, c’è stata una delle più belle immagini del mondiale, finora. E sono immagini che rimandano alla storia personale di uno dei due. Nella foto che vedete, ci sono il panamense Fidel Escobar e il belga Romelu Lukaku, in divisa rossa. Durante la partita se le sono date di santa ragione per arrivare prima sul pallone. Lukaku ha segnato una doppietta. Alla fine entrambi, comunque hanno pregato, una preghiera di ringraziamento, evidentemente, che al di là delle religioni di ognuno, Lukaku è cattolico, Escobar cristiano evangelico, fa rendere entrambi paghi per quello che hanno avuto. E non è poco. Ancora più raro è vederlo su un campo da calcio.

La storia personale di Lukaku poi, è di quelle da fame nera. Nato ad Anversa, quindi Belga di cittadinanza e non naturalizzato, ha cominciato a sgomitare la vita prima degli avversari. Se c’è un momento in cui si realizza di essere poveri, Romelu lo ricorda nitidamente, aveva sei anni e tornava a casa da scuola e vide dipinta sui volti della famiglia la disperazione. Erano senza nulla. I topi erano i suoi coinquilini, mangiavano pane con latte allungato con acqua.
Si faceva la doccia dentro una pentola e non aveva elettricità. Promise a se stesso che tutto sarebbe cambiato per lui e per la famiglia.

A undici anni sembrava già uno di diciotto, i genitori degli altri ragazzini stentavano a credere che avesse quell’età. A dodici anni andò dal tecnico dell’Anderlecht under 19, gli chiese di farlo giocare, quello gli rise in faccia, e Romelu disse: “facciamo così, tu mi fai giocare e io ti prometto di fare 25 gol in un anno, se perdo mi sbatti in panchina o mi cacci, se vinco, pulisci il pulmino della squadra e cucini i pancakes per tutti. A fine stagione mangiammo dei buonissimi pancakes”.

Da allora è stato il sostegno per tutta la famiglia. E conosce bene la fame, per questo lotta come un disperato per tutto il campo. E ha un mantra, che tanti dovrebbero ricordare: “non bisogna mai scherzare con chi ha lottato tra miseria e povertà sconfiggendo la fame”. 
No, c’è poco da scherzare, Romelu, con chi fa a gomitate prima di tutto col fato e lo abbatte. Poi preghiamo insieme, poi. A partita finita. E non importa chi ha vinto.

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I tifosi messicani e il problema degli insulti omofobi

Emanuele Sabatino

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La Fifa ha aperto un’indagine disciplinare contro il Messico dopo che i suoi supporter hanno usato cori discriminanti e di stampo omofobo durante il loro match contro la Germania vinto per 1-0. I tifosi messicani potrebbero vedere il loro “Fan ID” confiscato.

Uno degli osservatori anti-discriminazione della FIFA ha riportato la reiterata pronuncia del coro “Puto” all’interno dello stadio Luzhniki di Mosca durante la sfida tra Messico e Germania. Un insulto tipicamente omofobo nella lingua spagnolo-messicana, rivolto all’avversario nello specifico Neuer, portiere della Germania ogni volta che effettuava un rinvio dal fondo.

I tifosi del Messico sono stati aspramente criticati in passato dalle organizzazioni a difesa dei diritti dei gay in quanto l’insulto “Puto”, letteralmente “prostituta di sesso maschile o gigolò” è ravvisato dagli stessi come omofobo. La federazione calcistica messicana è stata più volte multata per questi insulti durante le Qualificazioni Mondiali ma queste sono sempre state poi annullate dalla Corte di Arbitraggio Sportivo che lo ha ritenuto insultante ma non discriminante.

La cosa strana è che ai tifosi messicani, beccati di aver trasgredito ben 12 volte i regolamenti anti-discriminazione, non sia stato ancora impedito di accedere allo stadio, cosa invece avvenuta per i tifosi di Cile e Honduras colti in flagrante rispettivamente 10 e 5 volte.

Il nuovo regolamento della massima federazione calcistica mondiale, introdotto durante la scorsa Confederation Cup, vuole che ci sia un annuncio da parte dello speaker dello stadio e poi la sospensione ed eventuale abbandono della gara. Procedura che non è stata eseguita durante il match contro la Germania.

L’insulto “Puto” non rientrerebbe nell’articolo 58 della codice disciplinare della FIFA, che previene la discriminazione in base alla razza, colore, lingua, religione e origine. Non vi è traccia invece della discriminazione in base all’orientamento sessuale. La pena minima per la violazione dell’articolo 58 è pari a 30.000 franchi svizzeri che può sfociare in casi reiterati e ben più gravi dapprima nel divieto di ingresso per i tifosi ed in ultimo all’esclusione della squadra dal torneo.

L’insulto “Puto” violerebbe invece l’articolo 67 dello stesso codice disciplinare in quanto “parola offensiva generica” ma in questo caso non è prevista una pena minima.

La Federazione calcistica messicana ha subito e veementemente intimato i suoi tifosi a fermare questo tipo di cori, invitandoli a pensare al fatto che sono la rappresentanza dei migliori tifosi del mondo. Se beccati a comportarsi male, i tifosi messicani potrebbero vedersi confiscare il loro “Fan ID”, un documento ufficiale richiesto per entrare negli stadi e sostitutivo della Visa necessaria per entrare nel paese durante il torneo.

Sempre la federazione messicana, su Twitter, ha pregato i suoi tifosi a comportarsi bene e non farsi arrestare. I tifosi del Messico, dal canto loro, sono recidivi in quanto già ammoniti durante la scorsa Confederation Cup tenutasi lo scorso anno sempre in Russia. Vedremo se riusciranno a fare di peggio nella partita di oggi contro la Corea del Sud

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