Ormai è inutile negarlo: il calcio dei nostri giorni sta dando i numeri, e sono sempre più particolari. Un tempo non si andava oltre l’undici, diciotto considerando le riserve. I giocatori titolari erano costretti a portare sulle spalle l’espressione del proprio ruolo in campo con canoni imprescindibili, messi in discussione solo dall’Olanda del calcio totale: il numero uno veniva assegnato al portiere, il dieci al fantasista, il nove al centravanti, il sei al libero e via discorrendo. Ora è cambiato tutto e ogni scelta, fino al novantanove, è lecita. Ma non è tutto: un numero tradizionale è passato di moda e rischia l’estinzione. Non ci credete? Pensate per un attimo a quanti grandi giocatori optano oggi per la semplicità imbarazzante del due. Se non riuscite a fare mente locale, non preoccupatevi: questo articolo è dedicato a voi.

Antonio Rudiger, neo difensore del Chelsea particolarmente affezionato al due (scelto sia a Roma che per la nuova esperienza londinese), è poco più di una mosca bianca. Il numero che nella mitologia di Eupalla rappresentava il terzino destro (oppure all’occorrenza, il terzo di destra in una difesa a tre), infatti, ha perso tutto il suo appeal. Lo dimostrano le rose di buona parte dei principali top team europei (in riferimento alla stagione 2016/17), nelle quali il numero due è spesso assente (Bayern Monaco, i due Manchester, Barcellona e Siviglia), oppure destinato a calciatori di seconda fascia lontani per motivi diversi dalla titolarità (Chelsea, Arsenal, Borussia Dortmund, Inter e Bayer Leverkusen). In relazione all’importanza storica del numero, sorprende notare che pochi presentino un due d’alto livello. Lo fanno, per esempio, Real e Atletico Madrid in Spagna con Daniel Carvajal e Diego Godin, il Tottenham in Inghilterra con Kyle Walker  (ora al City) e l’accoppiata PSG-Monaco in Francia con Thiago Silva e Fabinho.

 

In Italia, invece, Napoli, Milan e Roma tengono fede alle vecchie tradizioni grazie a Elseid Hysaj, Mattia De Sciglio e il già citato Rudiger, mentre la Juventus è un caso limite che sintetizza ironicamente il fenomeno inarrestabile: il numero due, assente nella scorsa stagione (oltre che nel 2008/09 e il 2013/14), non porta fortuna. Dopo aver vissuto i fasti di Ferrara e Birindelli, la Vecchia Signora non ha più trovato un interprete all’altezza. È sufficiente scorrere la lista dal 2009/10 ad oggi per capirlo: Martin Caceres (tormentato dalla pubalgia per tutta la stagione, salvo poi scegliere provvidenzialmente la 4 per la seconda esperienza in bianconero), Marco Motta, Lucio, Romulo e Mauricio Isla. Un disastro dietro l’altro con un unico punto in comune: un numero che rappresenta una maledizione, alla faccia dei vecchi miti.

Scherzi a parte, è difficile identificare una causa del fenomeno, ma si può sottolineare un aspetto: il due rappresenta da sempre il terzino destro e richiama un ruolo prettamente difensivo. Nel calcio di oggi, tuttavia, i terzini si sono evoluti e sono sempre più simili ai vecchi fluidificanti tipici della scuola sudamericana (soprattutto i brasiliani), votati all’attacco quasi quanto alla protezione della propria retroguardia. Pochi tra i top team menzionati in precedenza presentano in rosa dei giocatori con le caratteristiche dei numeri due storici, e chi li ha indossa spesso la maglia ormai desueta (Carvajal, Walker e De Sciglio sono tre ottimi esempi). Questa potrebbe essere una motivazione buona per giustificare l’estinzione in corso, ma una cosa è certa: un calcio che cambia mettendo da parte la sua storia è un calcio meno romantico e, di conseguenza, meno bello. Ma non tutto è perduto: Emanuele Viviano, portiere della Sampdoria, porta tra i pali uno stranissimo due da tre anni e lo farà anche nella prossima stagione. Dai difensori agli estremi difensori il passo è breve e chissà che il numero in via d’estinzione non possa vivere una nuova giovinezza. È divertente pensarlo, ma siamo sicuri che non succederà: l’uno, almeno lui, può stare tranquillo.