Chi ama il calcio lo sa bene: seppur semplificando, la storia di questo sport può essere divisa in due ere: quella prima della grande Olanda del calcio totale e quella successiva al memorabile passaggio di Johan Cruijff sui prati verdi d’Europa e del Nord America. A pochi mesi dalla scomparsa, Bompiani onora il grande fuoriclasse dell’Ajax e del Barcellona proponendo in Italia la traduzione della sua autobiografia (‘La mia rivoluzione’. 224 pagine, 17 euro), scritta in collaborazione con Jaap de Groot, con la prefazione firmata da Federico Buffa e Carlo Pizzicori.

Il giocatore più forte della storia del calcio olandese e probabilmente europeo si racconta in tutti gli aspetti della sua esistenza, dal talento che lo ha portato a rendere prima l’Ajax e poi il Barcellona le squadre più belle di quel periodo fino alla decisione di farsi paladino dei diritti dei calciatori, per arrivare alle sue esperienze di allenatore prima e di dirigente illuminato poi. Dalla morte prematura del padre ai trionfi al Camp Nou, Cruijff ripercorre con sincerità, non brillando però a volte per autocritica, le tappe fondamentali del suo percorso: da enfant prodige di una squadra che stupì tutto il mondo arrivando a vincere tre Coppe dei Campioni di fila fino al ruolo di leader di una Nazionale, l’Olanda, che ancora oggi viene studiata dagli allenatori. Con il numero 14 sulle spalle Cruijff cambiò per sempre la mentalità dei calciatori, in campo ma anche fuori. E non sorprende la franchezza e quella che potrebbe essere considerata ingenuità con cui racconta la grande occasione sprecata a Germania ’74 dagli Orange e gli errori fatti con alcuni investimenti che lo costrinsero a tornare a giocare dopo aver appeso gli scarpini al chiodo nel 1978.

Il profeta del calcio totale espone a 360 gradi la sua visione della vita e del gioco, che lo ha tra le altre cose portato ad essere uno degli allenatori più apprezzati tra gli anni ’80 e ’90 e a porre le basi del grande Barcellona di questi anni. All’interno della narrazione, che scorre abbastanza fluida, vengono rivelati alcuni retroscena come la vera ragione che portò Cruijff a rinunciare ai Mondiali argentini del 1978 e il compromesso con l’Adidas di quattro anni prima, quando si ritrovò ad indossare una maglia Orange leggermente diversa da quella dei compagni per ragioni contrattuali (di questi tempi sarebbe impensabile). Un racconto, quello di Cruijff, che fa immergere in un’epoca d’oro del pallone vista dagli occhi di chi ne fu uno dei principali protagonisti. Una storia che chi ama il calcio non può non conoscere.

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