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La rivoluzione del calciomercato: alla scoperta di Wyscout

Andrea Corti

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Se si pensa al calcio di una volta, e in particolare al calciomercato di una volta, l’immagine che non può non venire in mente è quella di Oronzo Canà, mitico allenatore della Longobarda nel film ‘L’allenatore nel pallone’, che accompagnato da Gigi e Andrea va in giro per Rio de Janeiro in cerca di talenti da portare con se’ in Italia. Se a distanza di circa trent’anni le cose per gli addetti ai lavori sono cambiate radicalmente lo si deve anche e soprattutto a una brillante idea di tre ragazzi di Chiavari, Matteo Campodonico, Simone Falzetti e Piermaria Saltamacchia che creando Wyscout hanno dato un contributo fondamentale a direttori sportivi, allenatori e presidenti. Campodonico, Ceo di Wyscout, ci ha spiegato come funziona questa rivoluzionaria piattaforma: “La nostra è attualmente la più importante piattaforma calcistica a livello mondiale, potendo contare su un database di 300 mila giocatori. Archiviamo informazioni di base sui calciatori, soffermandoci anche sulle performance, rese attraverso accurate statistiche. La sezione principale di Wyscout sta nei video: indicizziamo circa 1000 partite a settimana”.

Wyscout ora è uno strumento imprescindibile per chi lavora nel calcio, e Campodonico ci ha raccontato come è nata questa idea: “Avevamo iniziato a lavorare con squadre e allenatori, concentrandoci sull’analisi degli avversari per preparare partite. Io mi confrontavo continuamente con vari Ds, e nel corso degli anni mi sono reso conto di come ci fosse un buco sul mercato. All’epoca lo strumento più utilizzato dai direttori sportivi erano senza dubbio i dvd che i vari procuratori provvedevano a recapitargli, ma come si può immaginare erano molto poco oggettivi e difficili da archiviare considerando che nel mondo ci sono circa 10 mila agenti. Parlando di questo problema con l’attuale Ds della Roma Walter Sabatini ho cominciato a pensare a un metodo per risolvere questi problemi. Adesso quando un club compra qualcuno lo ha visto e studiato su Wyscout. Tra i tanti talenti scoperti grazie a noi mi ricordo in particolare l’acquisto di Sanchez da parte dell’Udinese. Noi guastafeste degli agenti? No, loro sono nostri clienti, gli abbiamo semplificato la vita. All’interno della piattaforma abbiamo anche una sorta di LinkedIn, con una specie di messaggistica: posso essere contattato io club da un agente o viceversa. Grazie a Wyscout una trattativa si può fare ovunque, anche se nessuno ha i contatti di tutti. Alcuni mesi orsono un club importante ha pubblicato un post perché sta cercando un’ala sinistra, gli altri club possono rispondere proponendo loro giocatori. Si fa mercato in maniera più efficiente”.

Wyscout di strada ne ha fatta tanta, diventando un riferimento anche per gli allenatori: “Ranieri usa Wyscout – spiega Campodonico -, ma anche tutti i suoi colleghi sfruttano questa risorsa. Possono rivedere la partita giocatore per giocatore. Gli stessi calciatori lo utilizzano: si riguardano le azioni, o il loro diretto avversario. In competizioni come la Lega Pro o l’Europa League non sempre si conoscono a fondo gli avversari, e Wyscout colma le eventuali lacune. D’altra parte di fenomeni ce ne sono pochi, ogni giocatore si caratterizza per uno o due movimenti: se si studiano prima di un match si rischia meno di incorrere in figuracce.  Ad usarlo poi sono anche gli arbitri, analizzano loro stessi e i giocatori che poi arbitreranno per sapere ad esempio se protestano o simulano”.

Per accedere a Wyscout ci sono varie opzioni con diversi costi: “Partiamo da 10 euro al mese, a seconda dei contenuti. La Juve non paga certo 10 euro al mese, così come l’Arsenal: d’altra parte questi grandi club lo usano anche nel settore giovanile. Magari un giocatore spende 50 euro al mese, un club piccolo 200 e un club grande 1000-2000. Attualmente il nostro fatturato è di circa 6-7 milioni. Oltre che a Chiavari, dove lavorano 80 ragazzi, contiamo su una sede commerciale a Londra e su centri esterni, in Bulgaria, Moldavia e Senegal. L’80% dei club che disputano la Champions League usa Wyscout, gli altri si appoggiano ad aziende come noi (che ci hanno un po’ copiato) o si fanno sistemi in casa. In Serie A abbiamo come clienti il 100% dei club, in B il 95%”.

Ma nemmeno con la tecnologia di Wyscout è possibile avere successi assicurati: “Bisogna andarci piano – conclude Campodonico -, le statistiche aiutano ma il calcio è calcio. Pallotta vorrebbe applicare al calcio il sistema ‘Moneyball’ utilizzato nel baseball? Capisco il presidente della Roma, ma bisogna dire che se ci sono sport totalmente oggettivi, come il basket e appunto il baseball, il calcio è differente: la performance degli attaccanti si capisce di più, ma analizzare ad esempio un difensore centrale è difficile. Conta il suo senso della posizione e come comanda la difesa. Ma è anche difficile dire con i numeri se la performance di squadra è buona o no: lo dimostra il Leicester di Ranieri, che ha vinto la Premier League con una bassissima percentuale di possesso palla”.

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Calcio

My Way, analogie tra Frank Sinatra e i tifosi (come lui) del Genoa

Jacopo DAntuono

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Il 14 Maggio 1998 moriva Frank Sinatra, The Voice. Di origini italiane, lo ricordiamo con una passione inaspettata, quella per i colori del Genoa.

But more, much more than this i did it my way. Parole di Frank Sinatra. Il simbolo della musica, quella con la M maiuscola. Seppellito a Los Angeles il 14 maggio 1998 con la sua cravatta del Genoa. Un gesto d’amore nei confronti del club più antico di Italia e della mamma, nata a Lumarzo.

Mentre scrivo ascolto su YouTube i suoi capolavori e penso al suo amore per il grifone. Un’altra stella per il Genoa, oltre a quella di Faber. Due personaggi non da poco. La sua musica anestetizza la sconfitta del derby contro la Sampdoria. E in un certo senso in quelle note musicali così sentite e appassionate  sento un po’ di amore per il vecchio balordo, come amava definirlo la geniale penna di Brera. E tante analogie.

Frank Sinatra ha scritto la storia della musica, del cinema e della tv così come il Genoa ha scritto la storia del football in Italia.  Una squadra di calcio ultracentenaria, che in un lontano passato ha fatto la scorpacciata di titoli prestigiosi e oggi vince soprattutto sugli spalti. Almeno Ventimila cuori animano il Ferraris domenica dopo domenica, una passione che non viene a meno. In casa e in trasferta. Una passione che si rinsalda paradossalmente nelle sconfitte più dolorose. Lo sanno bene i tifosi del Genoa, dai più piccini a quelli coi capelli bianchi.

Ma in un mondo spesso troppo opaco, l’amore incondizionato per la propria squadra del cuore è la scintilla delle emozioni. E’ la scintilla che racconta una storia ricca di tragedie sportive e di grandi vittorie. La stessa scintilla che ha permesso a Frank Sinatra di sfornare degli autentici capolavori in ambito musicale. “Frank Sinatra era di fede genoana. Lo incontrai nel 1978 e mi disse: ‘I have only two faiths: Genova and Genoaha riferito tempo fa Giorgio Calabrese, celebre autore dei testi musicali per Mina. Il simbolo della musica, i tifosi della prima squadra di Italia uniti dalla stessa passione. Analogie non da poco. Che andrebbero celebrate, di tanto in tanto, sotto questa lanterna che vive di passioni sette giorni su sette, tutto l’anno.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

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Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

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