Oggi ci diamo alla Psicologia. No, non siamo impazziti e nemmeno abbiamo cambiato obiettivi e finalità. Semplicemente abbiamo deciso di affrontare un tema in Italia ancora poco conosciuto, se non ignorato, come la Psicologia dello Sport.

Lo spunto è saltato fuori leggendo del primo Congresso Movimento PdS (Psicologi dello Sport) che si terrà dal 18 al 20 marzo prossimi all’Istituto Superiore Cavour Marconi Pascal di Perugia. “La psicologia applicata allo sport” sarà l’argomento nel corso del quale verrano posti tre obiettivi di fondo: capire cos’è la Psicologia dello sport, metodi e progetti operativi in Italia; porre le basi per generare sinergie con gli altri settori del mondo sportivo e, infine, l’operatività dello psicologo dello sport cioè analizzare campi di applicazione, benefici per dirigenti, tecnici, squadre e singoli atleti di ogni livello. Il tutto per realizzare, come si legge nella brochure dell’evento: “Un’opportunità di confronto sui temi operativi ricorrenti con gli interlocutori principali dello psicologo dello sport (allenatori, istruttori, preparatori atletici, medici fisioterapisti e dirigenti)”.

Ma come nasce la Psicologia dello sport? Ecco le tappe più importanti:

1890: anno in cui si sviluppano le prime opinioni in materia di aspetti psicologici dell’educazione fisica;

1897: Norman Triplett affronta i primi studi sulla performance in situazioni di agonismo;

1925: Coleman Griffit istitutì il laboratorio di Psicologa dello sport presso l’Università dell’Illinois;

1965: a Roma si tiene il primo Congresso mondiale di Psicologia dello sport, fortemente voluto dalla psichiatra Ferruccio Antonelli, che riunì molti esperti del settore. In quello stesso anno, sempre a Roma, nacque anche l’International Society of Sport Psychology;

1970: Ferruccio Antonelli convinse l’editore Luigi Pozzi a pubblicare l’International Journal of Sport Psychology. Il decennio fu inoltre ricco di studi sul miglioramento della performance, personalità dell’atleta e motivazione;

1993: Singer e colleghi realizzano la prima edizione di Handbook of Research on Sport Psychology in cui furono raccolte le ricerche più significative pubblicate fino a quel momento.

Storia nel corso della quale anche l’Italia ha avuto una parte significativa che, purtroppo, non ha portato a un’evoluzione decisa. Mentre infatti in altri paesi industrializzati, lo psicologo sportivo è un professionista che ha competenze e titoli riconosciuti, nel nostro paese esistono ancora molte fragilità. In primis la formazione non avviene ancora all’interno delle università ma presso centri e/o organizzazioni private, inoltre non esiste un albo ufficiale dei professionisti abilitati alla pratica della Psicologia dello sport.

Per cercare di capire bene questo universo, abbiamo intervistato Massimiliano Di Liborio, psicologo dello sport di Pescara.

Massimiliano Di Liborio, psicologo dello sport. Ci parli della sua formazione.

“Dopo la Laurea in Psicologia, incuriosito dalla Psicologia dello Sport, ho deciso di orientare il mio tirocinio in questo settore. Compresa la necessità di formazione che richiede il poter lavorare serenamente in questo settore, mi sono specializzato con un corso annuale di perfezionamento in Psicologia dello Sport presso il Suism di Torino, poi un corso annuale di Pnl, Corsi di Ipnosi e diversi seminari presso la Scuola dello Sport a Roma. Naturalmente anche oggi la mia formazione continua, non solo per passione ma anche per necessità, infatti la produzione Scientifica in questo settore è molto fertile. Inoltre, ogni volta che si lavora in un Sport specifico bisogna conoscere le attività che caratterizzano lo Sport in questione. Al momento sono impegnato nel terminare la mia formazione come Psicoterapeuta ad indirizzo Dinamico. Nella mia formazione nella Psicologia dello Sport, sono stato molto fortunato ad incontrare dei Maestri di altissimo spessore professionale ed umano, parlo dei professor Maurizio Bertollo, Laura Bortoli, Claudio Robazza a Chieti  e il professor Giuseppe Vercelli a Torino”.

Perché ha indirizzato i suoi studi verso lo sport?

“Ho sempre praticato sport. Molto divertimento e molte sensazioni positive. Ho praticato per molto tempo discipline da combattimento (Karate, Kick Boxing e Bjj). Sono sport duri che ti mettono in contatto te stesso. Il passo poi è stato breve e per certi versi dettato dalla curiosità di capire a fondo quali fossero le dinamiche ed i fattori che entrano in gioco nella prestazione. Spesso mi chiedono se per essere uno psicologo dello sport si debba necessariamente essere stati degli atleti professionisti, solitamente rispondo di no, anche se credo nella necessità di sapere cosa significhi ‘sudare’, e non per il caldo”.

Cosa fa lo psicologo dello sport?

“Bene, su questo punto credo ci sia un po’ di confusione all’interno del mondo dello sport, purtroppo. La Psicologia dello Sport è una disciplina molto variegata. Cercando di riassumere, lo psicologo dello sport interviene principalmente su due dimensioni: la prima è quella legata all’ottimizzazione della prestazione. In questa dimensione il focus è l’ottimizzazione dei fattori mentali che possono incidere sulla prestazione, il fine ultimo di questo intervento è quello di mettere l’atleta in condizione di esprimere in pieno il proprio potenziale. Spesso le abilità mentali vengono date per scontate, ma in realtà sono appunto ‘abilità’ e come tali possono essere sviluppate; un esempio è quello delle abilità attentive, molto importanti nella prestazione. Esistono diversi training attraverso i quali è possibile avere degli ottimi incrementi, in tempi brevi. La seconda dimensione è quella legata al benessere psicofisico, ovvero un lavoro che si compone di interventi operati con il fine di promuovere il movimento come forma di benessere e prevenzione. Naturalmente Psicologia dello Sport è anche molto altro: ricerca, formazione dei tecnici, lavoro sulla coesione di squadra, prevenzione e recupero infortuni, prevenzione dell’over-training ecc”.

Trova che esista diffidenza verso la sua professione?

Sono sincero, diffidenza poca. Forse a volte un po’ di confusione. Lo stereotipo che lo psicologo nello sport sia ‘quello che cura la mente’ dell’atleta è ancora presente. In realtà, come cercavo di spiegare prima, nello sport, lo psicologo ‘allena la mente’ e più che ‘curare’ l’atleta, si ‘prende cura’ dello stesso. Devo anche dire che le cose stanno cambiando; sono sempre meno gli atleti che hanno problemi a dire che lavorano con lo psicologo dello sport e sempre di più quelli che, anche pubblicamente, ci annoverano come componenti del team che li seguono. Se penso agli atleti che ho seguito, quelli che seguo, e alle società con le quali collaboro, no, diffidenza direi proprio di no…di solito è bastato spiegare il lavoro che avremmo portato avanti insieme”.

In Italia non esiste un Albo per psicologi sportivi. Lo ritiene un vuoto da colmare?

“Sinceramente credo che l’urgenza si trovi nello stipulare delle intese ed alleanze tra le Federazioni, le società sportive  ed i nostri ordini professionali. Questo al momento credo sia un vuoto da colmare, anche se negli ultimi periodi pare ci si stia muovendo anche in questa direzione… Per quanto riguarda l’albo, abbiamo quello degli Psicologi, che garantisce alti livelli di formazione, credo basti. Poi naturalmente, sarà il professionista a valutare la propria capacità d’intervento nei settori specifici. Questo è semplicemente il mio punto di vista, naturalmente”.

Quanto può essere determinate una figura professionale come la sua all’interno di una qualsiasi società sportiva?

Bene, per essere obiettivi bisognerebbe ascoltare cosa ne pensano le società che hanno all’interno del loro staff lo psicologo dello sport. Posso dirle, però, che la nostra è una figura professionale molto importante, sotto diversi profili. Lo psicologo dello sport, nel corso del tempo, acquisisce tutta una serie di competenze specifiche e trasversali che lo mettono in grado di operare in diverse dimensioni, estremamente utili ed estremamente concrete per le società sportive. La gestione del rapporto società-genitori, la condivisione della vision all’interno della società, la possibilità di fornire ai tecnici strumenti per migliorare la gestione delle dinamiche del gruppo/squadra, lo sviluppo di questionari per indagare aspetti specifici, l’ottimizzazione della comunicazione tra allenatore, staff dirigenziale e atleti, facilitare la condivisione obiettivi società/allenatore/atleta, ne sono alcuni esempi”.

Cosa si sente di consigliare a un giovane che vuole intraprendere la strada della Psicologia sportiva?

La disciplina è in continuo movimento, esiste la possibilità di lavorare bene in questo settore, anche se non è facile. Competenza, pazienza, giusto atteggiamento, passione e iniziativa sono indispensabili per andare per iniziare e per andare avanti. Anche la capacità di creare reti e di avere dei buoni rapporti con i colleghi sono alla base del poter lavorare bene, in questa direzione l’iscrizione ad una delle associazioni di Psicologia dello Sport che sono presenti sul territorio, può tornare molto utile. La capacità di coltivare i propri sogni è indispensabile a mio avviso, in fondo, assieme ai tecnici ed a altre figure professionali aiutiamo gli atleti a realizzare i loro, e come spesso si dice, questo è un grande onore, ma anche un grande onere”.

FOTO: illustrazione di Vivek

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