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La nascita della Coppa dei Campioni

Francesco Gallo

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La nascita della Coppa dei Campioni

Se le partite della Champions League sono le vostre preferite, e siete convinti che le sfide del martedì e del mercoledì hanno un altro passo e un’altra atmosfera, allora forse conviene che sappiate di chi è figlia la competizione più bella del mondo.

“Certo!”, direte voi, “la Champions League è figlia della Coppa dei Campioni”. Sì, ma la stessa Coppa dei Campioni bisogna che qualcuno l’abbia inventata. E per farlo c’era bisogno di un contesto e anche di alcune fortunate circostanze.

Un continente sul piede di guerra

Prima della Seconda Guerra mondiale l’Europa calcistica non aveva sempre favorito il riavvicinamento dei Paesi del vecchio continente. Ad esempio nel 1937 una partita della Mitropa Cup — che nel 1939 L’Enciclopedia illustrata del calcio italiano definiva come «Il più singolare e combattivo dei tornei a squadre che spesso e per diverse ragioni ha dato luogo ad incidenti deplorevoli» —, quella tra Admira Vienna e Genoa, degenerò in un incidente diplomatico. Durante la gara di andata scoppiò in campo una rissa dopo che l’arbitro aveva fischiato un rigore dubbio per gli austriaci. Partita sospesa e tripla frattura della mandibola per il centrocampista rossoblù Arrigo Morselli. Anche per questo motivo, Benito Mussolini vietò l’organizzazione del match di ritorno e i giocatori viennesi furono respinti alla frontiera.

Pochi mesi dopo, un episodio simile. Si giocava la quarta edizione della Coppa Internazionale, la madre dei futuri Europei. Di fronte, ancora una volta, italiani e austriaci. Sul 2-0 per l’Austria, però, l’arbitro sospende la partita perché ha completamente perso di mano la situazione. In pratica c’è una rissa ogni tre minuti. Lo scontro continuerà fuori dallo stadio tra fascisti italiani e antifascisti austriaci. Sputi, insulti e saluti a pugno chiuso che precedono lo scontro militare di qualche settimana dopo sul campo di battaglia spagnolo a Guadalajara.

Il mondo diviso unito dal calcio

La Spagna del Generalísimo Francisco Franco, insieme all’Italia ancora in ricostruzione e soprattutto alla Germania divisa, è tra le nazioni che dopo la Seconda guerra mondiale l’Europa vuole simbolicamente riconciliare con le altre nazioni che hanno da poco riposto le armi. E direttamente da Madrid, nella persona di Santiago Bernabéu, arriva una proposta assai interessante: la Coppa Latina, una competizione che ogni quattro anni avrebbe riunito i campioni di Spagna, Francia, Italia e Portogallo. Il torneo ha un discreto successo, ma più che altro serve a ribadire la volontà collettiva di ridisegnare attraverso il pallone la cartina geografica europea, scavalcare la cortina di ferro e riavvicinare i vari Paesi. L’idea piace. E comincia a conquistare l’attenzione di dirigenti e giornalisti in tutto il continente. Su tutti, se ne interessa L’Équipe.

In quel momento il quotidiano francese stava cominciando a rafforzare il proprio interesse attorno al calcio. Anche se ancora le principali pagine parlavano di ciclismo, era il pallone a far vendere copie quando non si gareggiava per il Tour de France. Proprio per questo il direttore dell’epoca nel 1946 ha la felice idea di creare un inserto, da far uscire il martedì, e arricchirlo di reportage, fotografie ed analisi tecniche. Diventerà presto una vera e propria bibbia del calcio, si chiama France football.

Ma il pretesto che servirà da detonatore per l’intero movimento arriva nel 1954. Per inaugurare il sistema d’illuminazione al Molineux Stadium, il Wolverhampton organizza una serie di amichevoli. Invitano lo Spartak Moskva e la Honvéd, la più forte squadra ungherese dell’epoca. Quelli di Budapest hanno la meglio, soprattutto grazie ai gol di Ferenc Puskás. Battono prima i sovietici, poi gli inglesi.

Quella partita la vede in televisione anche il piccolo George Best, che non avendone una propria in casa sua andava da un vicino che gli diceva: “Dai George, vediamola insieme”. E lui se li mangiava con gli occhi i giocatori del Wolverhampton, quelli con la maglia gialla. E dirà al vicino di casa: «un giorno anch’io sarò su quella televisione, perché giocherò delle grandi partite». E il piccolo George aveva ragione.

La nascita della Coppa

Poi, però, succede che nella partita di ritorno contro la Honvéd, gli inglesi tirano fuori dal fango una partita epica: sotto di due reti, rimontano e vincono 3-2. E di quella partita se ne parlerà per molto tempo in Inghilterra, tanto che i giornali cominciano a parlare del Wolverhampton come «Grandiosi!», «Mai vista una partita così», «Fantastici!». Però il Daily Mail va oltre e, visto che hanno battuto le squadre più forti, proclama il Wolverhampton campione d’Europa. «Eh no» rispondono da Parigi «non è proprio così».

Ha alzato il dito un certo Gabriel Hanot. È il caporedattore della rubrica calcio dell’Équipe e il 15 dicembre 1954 scrive un’editoriale in cui spiega perché gli inglesi non possono essere considerati i veri campioni. Propone quindi di creare una competizione ad hoc per dimostrarlo: un campionato d’Europa tra club. O meglio, una coppa. E in quest’articolo c’è la genesi della futura Coppa dei Campioni.

La martellante campagna stampa dei mesi successivi lancia la proposta che prevede la partecipazione dei campioni di ciascuna federazione. Partite di andata e ritorno, da giocarsi il mercoledì. Non a caso il giorno in cui il giornale accusava di solito un calo notizie e quindi di vendite. Arrivano subito i sì di Jules Rimet, il padre dei Mondiali di calcio, e di Henry Delaunay, futuro padre degli Europei. Non potendo utilizzare il nome “Europa” per veto della FIFA, la competizione si sarebbe quindi chiamata Coppa dei Campioni. In più L’Équipe di Hanot si offre di realizzare il trofeo per la squadra vincitrice, mentre il famoso inserto France Football un premio per il miglior giocatore europeo: il Pallone d’oro.

Ai vertici dell’Uefa si stabilisce, però, che la nuova Europa del calcio non avrebbe dovuto badare alle fratture della Guerra fredda. Bisognava invece riunire tutti: i calciatori delle democrazie popolari, le squadre delle dittature iberiche e anche quelle del blocco sovietico. E accade. Accade durante i primi Quarti di finale, quando il Real Madrid si ritrova di fronte il Partizan Belgrado. Dopo il 4-0 di Madrid, gli spagnoli rischiano la più incredibile delle rimonte perdendo 3-0 in Jugoslavia. Passa la squadra di Bernabéu, ma i giocatori in campo alla fine della partita fraternizzano sotto la neve di Belgrado.

Real campeón

La prima finale è subito un successo di pubblico che rende già popolare la competizione. Il 13 giugno 1956, il Parco dei Principi è colmo di parigini attirati dalle stelle madrilene e da quelle dello Stade de Reims. Le due squadre consegnano ai tifosi una partita quasi irreale, ricca di prodezze tecniche e di continui capovolgimenti di fronte. Le merengues sono una squadra irripetibile, frutto però di una corsia privilegiata per l’acquisto di autentici campioni. Il netto dominio degli anni successivi è spiegato dal fatto che il Real, la squadra di Francisco Franco, può naturalizzare spagnoli tutti giocatori che lo chiedono. E sono in molti a chiederlo.

Nei primi dieci minuti di gioco, però, la squadra di José Villalonga si ritrova sotto di due reti, ma nel giro di quindici minuti pareggia grazie proprio alle reti di due argentini naturalizzati spagnoli, simboli della politica dispendiosa di Santiago Bernabéu: Héctor Rial e Alfredo Di Stefano. Sono loro i protagonisti della rimonta e della vittoria per 4-3.

Finisce così la prima edizione di una Coppa che all’epoca ha reso l’Europa più vicina. Che ha avuto un enorme peso sociale dopo anni di guerra e odio, e che è andata al di là del semplice gioco del calcio. Oggi, dopo tanti anni di distanza, e con l’Europa in pace, guardare le partite di Champions League è un piacere. Ma allora significò anche qualcos’altro.

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La partita nella piazza Rossa che decise il destino del calcio in Russia

Nicola Raucci

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Si stanno svolgendo i Mondiali di Russia 2018 nella terra che un tempo era in mano a Stalin. Ed è proprio lui che diede vitalità al calcio nella nazione oggi di Putin. Vi raccontiamo la storica partita nella Piazza Rossa.

Fiancheggiando in questo periodo il Cremlino in piazza Manežnaja, a 5 minuti dalla celebre piazza Rossa, si percorre la strada dei Mondiali: una pedana che si snoda lungo le rappresentazioni delle diverse città ospitanti. Ma proprio qui, nel cuore della Russia, il calcio, che ora viene atteso con crescente entusiasmo, ha giocato una partita decisiva.

Il futbol russo ha una storia contrastata. In epoca zarista è uno sport elitario. Snobbato dai nobili e non accessibile ai poveri, è prerogativa dei giovani borghesi. Sarà la Rivoluzione a favorirne la diffusione. Gli impianti sportivi, un tempo circoli esclusivi, vengono nazionalizzati diventando pertanto associazioni aperte a tutti. Negli anni ’20 ci si inizia ad interrogare sul valore politico dello sport nell’ideologia socialista. Il calcio è ormai popolare tra la gente comune, ma non è particolarmente apprezzato dalla classe dirigente che lo reputa diseducativo, borghese e straniero. Dopo il vano tentativo di riformarlo, il successo inarrestabile degli anni ’30 richiede una soluzione definitiva. Così è Iosif Stalin in persona a dover deciderne le sorti.

È il 6 luglio 1936, Giornata della Cultura Fisica. Introdotta nel 1931, consiste in una imponente serie di parate nelle maggiori città dell’URSS in cui le organizzazioni sportive danno prova di abilità e vigore. Una dimostrazione di forza e disciplina sovietica a livello nazionale e internazionale. La  cultura  fisica  va  ben  oltre  il  puro  esercizio, copre  questioni di  integrità e benessere  sociale,  spaziando  dalla  difesa  della  Patria  all’occupazione  lavorativa, dall’emancipazione al successo sportivo.

Sulla piazza Rossa di Mosca sfilano per rendere onore a Stalin, che osserva dall’alto del Mavzolej Lenina, i  più grandi atleti del Paese. Tra le associazioni presenti vi sono  anche  Spartak  e Dinamo. Società di calcio profondamente diverse, a partire dalle proprietà. Lo Spartak è la squadra del proletariato, finanziata dal sindacato Promkooperatsiia, mentre la Dinamo è controllata dal Commissariato del popolo per gli affari interni, il NKVD.

È il giorno in cui Stalin assisterà per la prima volta ad un incontro di calcio. L’audace idea è opera di Aleksandr Kosarev, segretario del Komsomol. Sostenitore di Nikolai Starostin, fondatore dello Spartak, è il patrono del club all’interno del Partito comunista sovietico. Lavrentij Berija, il presidente  onorario  della  Dinamo  e  capo  dei  servizi  segreti,  mosso  da  astio  personale  nei confronti dei fratelli Starostin,  si oppone. La Dinamo non  giocherà, come d’altronde le altre squadre. Troppo rischioso. Allora si opta per una soluzione alternativa: lo Spartak Mosca scenderà in campo in un match tra titolari e riserve.

Tutto è pronto. Kosarev prende posto vicino a Stalin, con un fazzoletto bianco che sventolerà al minimo cenno di noia del leader. La pavimentazione della piazza Rossa viene coperta da un gigantesco manto verde delle dimensioni di un campo da calcio, 12.000 m2  di feltro confezionato dagli operai tessili nei giorni precedenti. A bordo campo dieci mila persone. Un colpo d’occhio impressionante. Ai lati, le mura del Cremlino e la facciata del centro commerciale GUM decorata per l’occasione. Nelle curve, in lontananza, la magnificenza della Cattedrale di San Basilio e la maestosità del Museo statale di storia.

Partita di 30 minuti con due tempi da un quarto d’ora ciascuno. L’incontro è più una rappresentazione ideale della bellezza del calcio che una vera partita. Ci si gioca il futuro e non si può  rischiare di fallire.  L’intero evento viene supervisionato come un  avvincente spettacolo teatrale in una cornice unica. E Stalin apprezza, tanto da far protrarre il match per un totale di circa

43 minuti. Puro e sano agonismo, gioco entusiasmante e risultato combattuto: 4-3 per la prima squadra. Un autentico successo per il movimento calcistico in generale e per lo Spartak in modo particolare.

Pochi giorni dopo, l’11 luglio 1936, la Dinamo ottiene però la sua vendetta sconfiggendo 1-0 lo Spartak nella scontro decisivo che le garantisce il titolo della группа «А» di primavera, prima edizione del massimo campionato sovietico.

Sono le origini della storica rivalità tra le due compagini, nata nel cuore della capitale lo stesso giorno della sopravvivenza del calcio in Russia.

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Julian Nagelsmann, il ragazzo che è già uomo

Ettore zanca

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Quando diranno a vostro figlio che è ancora giovane, che se ha una passione prima o poi passerà, che crescendo si guasterà o si livellerà, cercate di non farvi prendere dalla paura del futuro. I talenti possono essere smussati, ma, come dice un mio amico che canta, dobbiamo cercare di non stroncare il Fabrizio De Andrè del 2026. Gli alibi dell’inesperienza, sono le vigliaccate che gli anziani, i senatori che hanno qualsiasi scranno, a volte cacciano fuori per paura. Paura che qualcuno che si affaccia al loro mondo possa sottrargli platea. Ecco che allora si tirano fuori alibi di titoli, ruoli, esperienze, mentre magari siamo di fronte ad un diamante grezzo e ci fottiamo di paura che brilli ovunque. Il ragazzo che vedete in foto si chiama Julian Nagelsmann, a ventuno anni giocava a calcio e voleva esordire tra i professionisti. Ma purtroppo una serie di problemi alla cartilagine delle ginocchia lo costringe al ritiro.

A quel punto il ragazzo forse si sarà sentito dire in famiglia “prenditi almeno un pezzo di carta, che non si sa mai”, si iscrive ad economia, ma dopo un po’ ha l’illuminazione, iscrivendosi a scienze motorie. Comincia ad accarezzare la carriera da allenatore, trovandosi nella situazione assurda di allenare a volte gente più vecchia di lui se non coetanea. La svolta nel 2016. Lui è allenatore delle giovanili nell’Hoffenheim, squadra che naviga pericolosamente al penultimo posto in classifica. Huub Stevens, che ne è l’allenatore, si ritira per problemi di salute. Perso per perso e per risparmiare qualcosa, decidono di dare un’opportunità al ragazzino, che di anni allora ne ha ventotto. Esatto. Ventotto. Il ragazzino però dopo le risatine iniziali di anziani della squadra, si fa capire e seguire. Risultato? Dal penultimo posto si sale alla salvezza. Potrebbe bastare così.

Ma il “ragazzino”, continua, con metodi di allenamento rivoluzionari, se la gioca anche nel campionato successivo. Ora, se guardate la rosa della squadra non è che trovate divinità della sfera scese in terra, ma semplici pedatori, ma l’orologio funziona talmente bene, che, udite, la squadra si qualifica ai preliminari di champions. Una bella favola, ma a volte si prova anche a macchiarla. I giornali si lanciarono a pesce nella polemica fomentata, quando Julian dichiarò che avrebbe voluto tanto allenare il Bayern, allora di Ancelotti. Fu lui stesso a smorzare tutto alla grande dicendo “non mi permetterei mai nemmeno lontanamente di dire che posso allenare la squadra al posto suo, ma che mi piacerebbe un giorno, siamo sinceri, ha più trofei lui in bacheca che mutande io nell’armadio”. E a proposito di mutande, diciamo che Julian non se l’è fatta per nulla sotto. E adesso se lo chiamano ragazzino, può rispondere molto chiaramente “ragazzino a chi?”. E gli anziani, con le loro belle targhe appese e il loro ruolo, se non sono disposti a farsi da parte, sentono brividi molto terreni, percorrere le loro schiene.

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Italia – Germania: una storia di calcio senza tempo

Luigi Pellicone

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Il 17 Giugno 1970 si giocava la Partita del Secolo tra Italia e Germania. Una sfida che nella storia ha segnato epoche diverse ma sempre con lo stesso ardore e rivalità.

Italia – Germania, la madre di tutte le partite. Da una parte, loro: freddi, determinati, metodici, disciplinati, organizzati, granitici, regolari, noiosi. Insomma, tedeschi. Non producono capolavori, ma solide certezze, sebbene si vestano in modo discutibile.

Dall’altra, noi: passionali, istrionici, creativi, fantasiosi, folli, istintivi, estrosi, eleganti. Italiani. Scintille di genio che si accendono  e producono cortocircuiti. Risultato: il sistema operativo teutonico in tilt. Si, perché loro spesso, sono  più forti. Noi, però, siamo sempre più bravi. Lo dice la storia. Ripercorriamola in quattro capitoli.

Capitolo I: La partita del secolo

Città del Messico, 17 giugno 1970. Semifinale di Coppa del Mondo. Stadio Azteca. Lì, c’è una targa. C’è scritto “qui si è giocata la partita del secolo”: lì Italia – Germania. 1-1 dopo i tempi regolamentari. Segna Boninsegna, pareggia Schnellinger al 92′.  Supplementari: Muller porta in vantaggio i tedeschi. Burgnich, che ancora oggi non sa cosa rispondere a chi gli chiede cosa facesse nell’area di rigore tedesca, pareggia al 98′. Sinistro di Riva, al 104′: 3-2 sembra fatta. Sembra, perché Rivera è troppo elegante per vestire la tuta di operaio: causa il 3-3 al 110′ “scansandosi” su un colpo di testa di Seeler. Si farà perdonare trenta secondi dopo, calciando il pallone del 4-3 nell’immediato capovolgimento di fronte. In finale, esausta, l’Italia perderà 4-1 contro un Brasile che avrebbe preso a pallonate anche i marziani.

Capitolo II: la notte di Madrid

Madrid, 11 luglio del 1982. Italia-Germania vale il titolo mondiale. L’Italia, sull’orlo di una guerra civile, si riscopre unita e Campione del Mondo. Primo tempo 0-0,  Cabrini sbaglia un rigore. Nella ripresa cross di Gentile ci arriva primo, come sempre, Paolo Rossi: 1-0. Il raddoppio è negli occhi e nella memoria di tutti gli italiani. Calcio, arte e pathos si fondono nell’esultanza di Marco Tardelli. L’Urlo. Roba da sindrome di Stendhal. Segna Altobelli: 3-0. Anche Breitner, ma chi se ne frega: 3-1. Una notte irripetibile: la voce di Nando Martellini vibra e penetra nel cuore di milioni di italiani “Campioni del Mondo”. “Campioni del Mondo”. “Campioni del Mondo”. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini dimentica il protocollo, esulta come un tifoso qualsiasi. Abbracciare e bacia tutti, gli resta solo la Regina di Spagna. Ci avrà pensato, poi ripensato e infine capito che non era il caso.

Intermezzo

Passano 24 anni. Siamo cresciuti fra i racconti, senza mai assaporare il gusto della vittoria. I nostri papà ci raccontano la notte di Madrid. I nonni, Italia Germania 4-3. Noi siamo la generazione mai una gioia in azzurro. Affolliamo l’angolo dei disillusi. Calci di rigore, golden gol, arbitri corrotti e biscotti scandinavi: Italia ’90, Usa ’94, Francia 1998,  Europei del 2000, Corea&Giappone 2002, Europei del 2004. Serve la Germania…

Capitolo III: Pizze a domicilio

Dortmund, 4 luglio 2006. Semifinale di Coppa del Mondo. Germania padrona di casa arrogante. Condisce la vigilia con gli stereotipi: italiani, mafia, pizze, spaghetti, mandolino e camerieri.  Il Westfalenstadion non è uno stadio. É una fortezza. Qui i tedeschi non hanno mai perso. Fino al 119′ di quella partita. Fino a che un perfetto sconosciuto, di nome Fabio e cognome Grosso, riceve un pallone da Pirlo. Da dentro l’area di rigore, calcia e chiude gli occhi: un sinistro e una preghiera. Il pallone bacia l’angolo opposto. Nessuno ha la forza di crederci. L’esultanza di Grosso è un remake dell’urlo di Tardelli. I tedeschi provano a rialzarsi, ma in contropiede, e come sennò, subiscono il colpo del KO firmato Alex Del Piero. In finale a Berlino, Cannavaro  che abbandona l’idea di presentarsi con due pizze in conferenza stampa, alzerà al cielo la quarta coppa del Mondo.

Capitolo 4: La caduta di Varsavia

L’ultimo atto si consuma all’Europeo: giovedì 28 giugno del 2012. Ancora una semifinale, questa volta dei campionati Europei. Ancora una volta Germania stra favorita. E ancora una volta accade l’impossibile. Balotelli indovina l’unica prestazione degna del suo talento negli ultimi otto anni e trascina gli azzurri in finale con una doppietta. Due gol in 30 minuti. Prima di testa, poi di destro. Ozil accorcia su rigore ma non c’è tempo. In Finale, una Italia stanca e provata, perderà 4-0 in finale con la Spagna. Una partita mai giocata.

Quinto Capitolo: I rigori ci fanno piangere

Allo Stade Matmut-Atlantique in occasione degli Europei di Francia 2016 l’Italia di Antonio Conte incontra la Germania del solito Loew ai quarti di finale. Sulla carta non c’è storia: gli azzurri sono un’Italietta, i tedeschi la solita corazzata. Reggiamo l’urto e fermiamo i tempi regolamentari e supplementari sull’ 1 a 1. Si va ai rigori: indimenticabile la minaccia di cucchiaio non fatto da Pellè e la rincorsa infinita di Zaza. Perdiamo 7 a 6 alla fine. Godono loro, questa volta.

Cinque capitoli, stessa trama: Germania e Italia non è una partita. É un poema grondante sudore, passione, poesia, forza, coraggio, sofferenza e lacrime. E spesso piangono i tedeschi.

 

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