Nelle ultime 24 ore la sindaca di Roma Virginia Raggi è tornata a parlare della candidatura della Capitale d’Italia come sede per le Olimpiadi del 2024. E lo ha fatto, diciamo pure, alla “sua” maniera: cioè mischiando le carte ancora una volta, dicendo tutto il contrario di tutto. Dichiarando, in occasione della festa del Fatto Quotidiano, che “stiamo ancora pagando le Olimpiadi del 1960” e facendo dunque intendere di non essere tanto per la quale. Per poi invece spiazzare nuovamente tutti, dicendo qualche ora più tardi, come riporta il quotidiano Il Messaggero, che “la decisione è rinviata a settembre, a dopo l’incontro con il presidente Malagò”. Lasciando dunque e ancora, la porta semi aperta alla possibile candidatura. Sulla quale la Raggi e con lei l’intero Movimento 5 Stelle hanno sin da subito manifestato più che una perplessità. Ribadite dalla sindaca durante l’intera campagna elettorale (“Se vinco niente Olimpiadi” dichiarò a Il Tempo nel febbraio scorso) nel corso della quale la Raggi ha più volte ripetuto che “le Olimpiadi non sono una priorità” e che nessun cittadino di Roma, incontrato nel corso della campagna, le aveva chiesto di organizzarle.

Le perplessità della sindaca sono state inoltre confermate anche dal fatto che la Raggi, a differenza dei colleghi delle altre città candidate, le Olimpiadi di Rio de Janeiro le ha completamente disertate. Lasciando che ad occuparsene fossero il presidente del Consiglio Renzi (presente con la moglie alla cerimonia inaugurale) e quello del CONI Malagò, la cui presenza visto il ruolo ricoperto era quasi scontata. Il discorso però, ufficialmente non è ancora chiuso. E il comportamento della Raggi, che sembra sempre di più voler prendere (o perdere) tempo rispetto alla decisione finale, somiglia sempre di più alla classica “melina” che fanno quelle squadre che hanno ormai il risultato in tasca. In questo caso, i tentennamenti della Raggi (che ormai le elezioni le ha vinte), potrebbero essere dettati da un insieme di fattori, tra i quali anche la possibile reazione (negativa) della base pentastellata ad una decisione positiva della sindaca. Inoltre come rivelato da un report della banca svizzera UBS, ospitare le Olimpiadi non significa di per sé per la città ospitante, sviluppo economico, anzi. La candidatura correrebbe il rischio, una volta esaurita la spinta iniziale degli investimenti, di trasformarsi in un boomerang.

Perplessità che la Raggi aveva manifestato anche sul progetto relativo al nuovo stadio della Roma. Anche in quel caso dicendo prima una cosa e poi un’altra di senso contrario. Se infatti dapprima, agli inizi della campagna elettorale, aveva detto, che avrebbe ritirato la “pubblica utilità” dell’opera prevista dalla delibera approvata dal Consiglio Comunale nel dicembre 2014, nel corso della campagna aveva fatto poi una parziale marcia indietro dicendo invece di voler costruire lo stadio “ma nel rispetto della legge”. Affidando, una volta diventata sindaco, la poltrona di assessore all’Urbanistica al professor Paolo Berdini il quale, non ha mai nascosto le sue contrarietà (per usare un eufemismo) alla realizzazione dello stadio nel luogo (la piana di Tor di Valle) previsto dal progetto. Adesso però, che i proponenti (la Roma e Parsitalia) hanno ripresentato nuovamente il progetto con le modifiche richieste dalla delibera di pubblica utilità, gli uffici del Comune di Roma, così come vuole la legge, devono trasmettere l’intera documentazione alla Regione Lazio per la conferenza dei servizi finale. Il punto è che ad oggi la documentazione in Regione non sembra ancora essere stata spedita. E il termine ultimo per farlo scadeva nella giornata di domenica 28 di agosto. Dunque, il Comune sarebbe già fuori tempo massimo da quello consentito dalla legge.

Che cosa potrebbe succedere? Che i proponenti del progetto presentino un ricorso al TAR per chiedere, a causa dell’inadempimento amministrativo, la nomina di un commissario ad acta. A quel punto la Raggi verrebbe, a pochi mesi, dall’insediamento, esautorata dall’incarico e sostituita appunto con un commissario. Oppure, come sembra più probabile, scegliere la strada più diplomatica dell’attesa. In questo caso, sia la Roma che la società del costruttore Parnasi, prenderebbero ancora del tempo nella speranza che il Comune spedisca la documentazione in Regione. E forse è proprio questo l’obiettivo che Virginia Raggi si è fissata di raggiungere. Prendere tempo e farlo prendere (o perdere) anche alla Roma.

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