20 febbraio 2018. Sarà questo il giorno d’inizio del processo che vedrà contrapposti Eugenie Bouchard e la USTA, la Federtennis statunitense. Da un lato la giovane tennista canadese, da tempo alla ricerca di sé stessa, dall’altro una delle federazioni più potenti e influenti al mondo. Uno scontro giudiziario alquanto sui generis. Ma qual è il motivo di questa disputa?

 Tutto ruota attorno a quanto accaduto nell’edizione degli Us Open del 2015: Eugenie ha da poco concluso il suo match di doppio misto in coppia con Nick Kyrgios, è appena entrata nella sala di fisioterapia per rilassarsi quando cade a terra a causa del pavimento scivoloso. Conseguenze? Lieve commozione cerebrale e l’obbligo di rinunciare non solo al match di ottavi contro Roberta Vinci, ma anche ad alcuni tornei successivi.



 Per quanto avvenuto, la canadese, che si è rivolta al prestigioso studio legale Morelli, ha chiesto un sostanzioso risarcimento per le spese mediche e per i danni riportati a livello fisico e economico. Infatti, le mancate partecipazioni agli altri tornei non solo hanno danneggiato la sua classifica, ma le hanno negato potenziali vittorie e conseguenti guadagni. Di contro, la difesa si è appellata al fatto che la Bouchard era consapevole che i locali dell’incidente erano momentaneamente chiusi, addebitando quindi tutte le colpe all’inavvedutezza della tennista.

In una vicenda simile la domanda viene spontanea: perché le due parti non hanno trovato un accordo invece di procedere per vie legali? La risposta è semplice: nonostante i tentativi, tutte le mediazioni in questi mesi sono andate in fumo. Per giunta, l’entourage della canadese  si è parecchio risentito dopo che la USTA ha cancellato materiale a suo dire molto rilevante. Infatti, dopo aver consegnato tutta la documentazione richiesta, la Federtennis americana ha lecitamente distrutto il materiale restante, seguendo la normale procedura che ne permette la cancellazione dopo 160 giorni. Atteggiamento che, per quanto legittimo, non è andato giù alla Bouchard al punto da spingerla alle vie processuali.

Una scelta che potrebbe essere stata motivata anche da un senso di rivalsa: di fatto la carriera della canadese ha subìto uno stop improvviso proprio a partire quell’incidente, tant’è l’ultima qualificazione a un ottavo Slam risale proprio a quell’edizione degli US Open. Ovviamente il suo evidente calo di rendimento non può essere addebitato solo a quanto accaduto a Flushing Meadows, visto che è da anni che si lascia trasportare da parecchie distrazioni extra-sportive, mostrando spesso di tenere più alla sua immagine di star mediatica che non alla sua carriera tennistica. Ma una vittoria di questo tipo in una sede giuridica, con il conseguente riconoscimento dei danni subìti, potrebbe regalarle nuovi stimoli per la sua finora sgangherata carriera.

In ogni caso, quella che si prospetta è una battaglia giudiziaria senza precedenti. Perché se nella maggior parte dei casi sono le Federazioni che citano in giudizio gli atleti per determinate ragioni – come uso di sostanze dopanti, match-fixing, comportamenti antisportivi ecc ecc -, stavolta è la Federtennis americana a ritrovarsi sul banco degli imputati, in una vicenda dai contorni tutt’altro che nitidi.

Per quanto ci riguarda, non ci resta che aspettare, per poi assistere, da spettatori esterni, a questo teatro mediatico. Anche se, a dirla tutta, tutta questa vicenda ce la saremmo francamente risparmiata.

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