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Giochi di palazzo

LA GRANDE PARTITA DEI DIRITTI TELEVISIVI IN ITALIA E IN EUROPA

Simone Nastasi

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C’è un altro campionato, parallelo a quello ufficiale, che le società di calcio sono chiamate a disputare ogni anno. A scendere in campo non sono i calciatori ma direttamente i presidenti delle società e il terreno di gioco non è il rettangolo verde ma i tavoli dove vengono prese le decisioni. E’ la grande abbuffata dei diritti televisivi, che almeno per le società di calcio italiane, ha la stessa importanza che il Natale può avere per un cittadino qualunque. Nell’era del calcio a pagamento, dove gli abbonati a casa sono sempre di più rispetto agli abbonati allo stadio, la vendita dei diritti televisivi rappresenta oggi, per molte società della nostra massima serie, l’introito più importante. Il “regalo” dei grandi gruppi televisivi per accaparrarsi il diritto di trasmettere le partite di quella o quell’altra squadra. In Italia, da qualche anno, nella testa dei presidenti la compravendita dei diritti televisivi sembra aver addirittura soppiantato il calciomercato.

Ma come funziona oggi la vendita dei diritti televisivi in Italia? Funziona attraverso il meccanismo della contrattazione collettiva in base alla quale è la Lega ad occuparsi di negoziare, per conto delle società, la vendita dei diritti. A stabilire tale meccanismo è il decreto legislativo 9/2008 che ha dato attuazione alla “legge–quadro” 106/2007 anche nota come “legge Melandri-Gentiloni”. In base ad essa, reintroducendo la contrattazione collettiva ( dopo un periodo nel quale era stato affidato alle società il diritto di negoziare i loro diritti), stabiliva 2 punti fondamentali: il primo legato alla negoziazione centralizzata (attraverso la Lega); il secondo, in base al quale la ripartizione degli introiti  deve prevedere una “quota prevalente” da destinare in parti uguali alle singole società, e la parte restante in base al bacino d’utenza e ai risultati sportivi e infine, una parte residuale da destinare ai settori giovanili.

Inizialmente nel testo licenziato dalla Camera vi era anche un  terzo aspetto  che prevedeva la cessione dei diritti “per singola piattaforma” (satellitare, analogica e digitale), in modo da impedire l’acquisto dei diritti per piattaforme diverse da quelle per le quali l’utente sia abilitato. Il Senato ha però eliminato il limite delle singole piattaforme disponendo la vigilanza dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) e dell’Autorità per la garanzie nelle comunicazioni (AGCOM). E’ stato inoltre introdotto il limite temporale di 3 anni per i contratti che avevano come oggetto lo sfruttamento dei prodotti audiovisivi.

Il decreto legislativo 9/2008 ha dato finalmente attuazione alla Melandri-Gentiloni segnando il definitivo passaggio ad un sistema basato sulla contitolarità dei diritti in capo al soggetto preposto all’organizzazione della competizione (Lega) e ai soggetti partecipanti ad essa (società di calcio). Alla Lega infatti veniva affidato il compito di commercializzare in via esclusiva i diritti audiovisivi sul mercato nazionale e internazionale.

L’organismo presieduto da Maurizio Beretta ha così predisposto (con una delibera approvata dai 2/3 dell’assemblea) il “suo” regolamento in base al quale il 40% dei diritti viene ripartito in parti uguali tra le società; un 30% in base ai risultati sportivi (con riferimento per un 5% all’anno in corso, un 15% dei risultati nel quinquennio precedente e un altro 10% in base alla tradizione sportiva); infine il restante 30% in base al bacino d’utenza. Ed è proprio sul bacino d’utenza che è nato lo scontro tra alcuni club della massima serie. In particolare tra i “grandi” ( come Juventus, Milan Inter, Roma e Napoli) che avrebbero voluto che nella definizione del bacino d’utenza entrassero soltanto i tifosi fidelizzati mentre un’altra parte, i “piccoli” i quali al contrario chiedevano che nella definizione entrassero anche i cosiddetti “simpatizzanti”. Alla fine un accordo è stato trovato con la modifica del peso dell’Auditel, ridotto al 16% rispetto alla norma contenuta nella delibera iniziale. Tutto questo fino ad oggi. Bisognerà infatti aspettare la fine del campionato in corso per capire se cambieranno le regole e come.

I diritti televisivi nel resto d’Europa: Francia, Inghilterra, Spagna e Germania

In Europa, la legittimità della negoziazione collettiva è stata riconosciuta in base ad alcune decisioni della Commissione Europea (Champions League 2003; Bundesliga 2004; Premier League 2006). In Francia, la legge Lamour del 2003 stabilisce la commercializzazione collettiva dei diritti, i proventi dei quali devono essere distribuiti tra i partecipanti di tutti i campionati. Anche qui vige un meccanismo di ripartizione in quote: una parte maggioritaria è distribuita in parti uguali tra le società; un’altra parte (circa il 5%) deve andare allo Stato al fine di promuovere e finanziare i settori giovanili; infine una parte residuale deve essere corrisposta in base ai risultati sportivi. In Francia, a differenza dell’Italia, non viene riconosciuta importanza al bacino d’utenza. Una buona parte dei guadagni sono dovuti solo ai risultati sul campo.

In Inghilterra, a partire dal 1992, la televisione ha cambiato il mondo del calcio. Da quando cioè, la FAPL (Football Association of Premier League) sottoscrisse il mega accordo con l’emittente BSkyB del magnate australiano Rupert Murdoch, l’antesignana della nostra SkyItalia. Il meccanismo attuale prevede la ripartizione dei ricavi, che vengono distinti in “ricavi nazionali” e “ricavi esteri”. I nazionali che, come rilevato dal settimanale Panorama, rappresentano il 61% degli introiti vengono a loro volta ripartiti per un 50% in parti uguali; un 25% in base al numero di volte che una squadra viene trasmessa in diretta e un altro 25% in base alla classifica dell’anno in corso. Per quanto riguarda invece i ricavi esteri (per il restante 39%), la ripartizione avviene anche in questo caso in parti uguali. Tale meccanismo ha potuto consentire anche alle società “minori” di ottenere lauti incassi derivanti dalla vendita dei diritti. Se è vero, come rileva sempre Panorama che nel 2013, per esempio, quando il Manchester City campione d’Inghilterra incassò 76 milioni, il Wolverhampton, club della seconda divisione, ne ricevette 49.

In Spagna invece resta vigente la negoziazione soggettiva, dunque in capo alle società, che sancisce lo strapotere delle due grandi squadre, il Barcellona e il Real Madrid. Le quali, raccoglierebbero da sole il 50% del totale. Infatti sia il Barca che le Merengues sfuggono al meccanismo di divisione centralizzata degli introiti derivanti dalla negoziazione delle singole società. In base al quale una parte della cifra raccolta singolarmente dalle società veniva poi distribuita anche alle altre secondo il criterio della mutualità. Lo strapotere delle 2 grandi e soprattutto le lamentele (giustificate) di tutte le altre società hanno previsto che il sistema sia riformato a partire dalla prossima stagione.

In Germania infine il meccanismo è ancora più centralizzato. E si caratterizza per una forte mutualità delle serie professionistiche nei confronti di quelle dilettanti. In questo caso, è la Deutsche Fussball Liga che detiene i diritti e li vende. La Lega gestisce il meccanismo di vendita, assegnando una quota maggioritaria (il 79%) del totale alla Bundesliga e una parte restante (21%) alla Bundesliga 2. Ogni serie, a sua volta, ripartisce i proventi distribuendo il 50% delle risorse alle società in parti uguali, e il restante in base ai meriti sportivi. Infine una parte restante viene assegnata alla Federazione.

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Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

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Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

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Calcio

Calcio tedesco: nonostante il Mondiale, un modello da seguire

Massimiliano Guerra

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Un fallimento. Inutile girarci attorno ma quella della Germania in Russia per i Campionati del Mondo è stato un totale fallimento. Una brutta figura perché la nazionale tedesca da Campione del Mondo in carica si è fatta eliminare in un girone abbastanza agevole, arrivando addirittura ultima, battuta nell’ultimo match da una Corea del Sud che non aveva nulla da chiedere. Molti si sono affrettati a parlare di crisi del calcio tedesco o della dimostrazione che il modello di calcio fatto in Germania non è più valido.

Una tesi però non corretta perché a differenza di quello che sta accadendo in Italia o in Olanda, per citare due tra le grandi escluse e deluse dell’ultimo Mondiale, il fallimento della nazionale tedesca non è stato causato da una crisi sistemica, ma da una serie di fattori che hanno inciso in maniera negativamente decisiva: scelte sbagliate di Low, tanti giocatori sazi che non sono riusciti a dare il 100%, un po’ (tanta) presunzione che è stata fatale nelle tre partite del girone. Detto questo il calcio tedesco rimane comunque uno dei sistemi e di modelli più all’avanguardia del calcio europeo e mondiale. Ecco perché.

Gioventù: Partiamo dal Mondiale. La Nazionale tedesca era sesta squadra più giovane della competizione iridata, terza se vogliamo considerare solo chi ha già vinto la Coppa del Mondo, dietro sola Francia e Inghilterra. Un dato molto importante dato che la Germania si presentava in Russia con i galloni di Campione e soprattutto una rosa di altissima qualità. Il fallimento poi è stato inaspettato quanto rispettoso di una “tradizione” che vede i campioni del mondo uscire al primo turno nella successiva edizione.  Passiamo poi a quello che succede in Bundesliga. Il campionato tedesco dei cinque maggiori europei è quello che ha l’età media più bassa. Le società tedesche puntano sui giovani e lo fanno realmente: nella classifica dei campionati e delle squadre più giovani del continente, stilata dal Cies, la Germania è al 12° posto, prima tra i top campionati europei, seguita dalla Francia al 17°, dalla Spagna al 20° e dall’Inghilterra addirittura 29°. Non benissimo l’Italia in 24° posizione, in virtù dei 27,37 anni in media dei calciatori impiegati. E nella massima serie teutonica le prime due classificate sono il Lipsia con 23.2 di media e il Bayer Leverkusen con 23.8.

Nella classifica dei club, tra i  primi 100 più giovani, la Germania può vantare ben 8 club. Nessuno come lei. Dati importanti che se sommati all’alta specializzazione che i tecnici tedeschi stanno portando avanti fa si che il calcio tedesco sia sempre più all’avanguardia. I cosi detti Laptop trainer, di cui abbiamo già ampiamente parlato, come Thomas Tuchel (ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) hanno sfruttato gli imponenti investimenti della Federazione tedesca dopo la sconfitta nei Mondiali del 2006 e hanno totalmente stravolto il ruolo dell’allenatore. Di conseguenza anche lo sviluppo dei giocatori giovani è stato modificato regalando alla Germania una serie sterminata di giovani talenti.

Tirando le somme il calcio tedesco, al netto della brutta figura in Russia, rimane di gran lunga il modello da seguire per ambire ad uno sviluppo innovativo e moderno del calcio, lontano da alcune vecchie considerazioni che stanno bloccando la crescita del movimento calcistico nel nostro paese.

 

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