Che fa un pilota di F1 tra Natale e Capodanno? Trascorre le feste in famiglia, è a giro per il mondo con la fidanzata o gli amici, magari ha già ripreso ad allenarsi oppure, se ancora appiedato, è in caccia di un volante per la nuova stagione. Di sicuro, mai penserà, tra il panettone e il brindisi di mezzanotte, di correre un gran premio. Tanto più di vincere un titolo mondiale. Come invece accadde a uno dei padri dell’alta velocità a ruote scoperte, l’inglese Graham Hill, il 29 dicembre 1962 a East London, in un Sudafrica fresco d’indipendenza dal Regno Unito, ma già vittima dell’apartheid.

Un pilota britannico che rischia la vita mentre cerca la gloria dall’altra parte del mondo, in uno stato che di Sua Maestà non voleva più saperne niente e in un’epoca dalla comunicazione primordiale. Solo questi ingredienti sarebbero più che sufficienti per un romanzo d’avventura, dove è sottile il confine tra realtà e immaginifico, dove agli uomini basta poco per tramutarsi in eroi impermeabili alle avversità e sprezzanti del pericolo.

Più o meno come nella F1 d’inizio Anni Sessanta. Dove le vetture assomigliavano alla fusoliera di un aereo un po’ più schiacciata, con un volante, quattro ruote e un motore; dove la cilindrata massima era di 1500cc; dove la Dunlop forniva gomme a tutti; dove non c’erano i team radio; dove era tutto libero: cilindri, benzina, aerodinamica. Tutto molto spartano, tutto molto bello, ma tutto molto pericoloso. I piloti erano “protetti” da un casco che lasciava scoperto il viso, riparato giusto da un paio di occhialoni a maschera. Lungo i tracciati, tanta erba e qualche balla di paglia. Quando andava bene. Altrimenti, si sfrecciava a una media di 180 km/h con la roccia o gli alberi come perenni compagni di viaggio.

Ci voleva tanto coraggio a salire in macchina, in quel periodo. Ma anche tanta resistenza. Perché le corse, al contrario di oggi, superavano le due ore di durata ovunque. Su circuiti di omerica lunghezza tipo il vecchio Nürburgring (22,810 km) o la primigenia Spa (14,810 km), di fulgida brevità come Watkins Glen (appena 3 km), di lucida follia (Monza senza chicane, Zandvoort senza quasi mai togliere il piede dall’acceleratore) e di vera e propria epica automobilistica: Montecarlo, 100 giri!

Un Mondiale si disputava su poche gare, nove in quel 1962, e le scuderie non partecipavano sempre a tutte. Quell’anno si cominciò il 20 maggio, in Olanda, e la BRM di Hill dettò subito legge. Ma in quella F1 i valori potevano cambiare da un gran premio all’altro tanto che i primi quattro ebbero quattro vincitori differenti. Poi fu un duello fra il futuro padre di Damon e la folgore scozzese, Jim Clark. A bordo di una Lotus avveniristica, la prima col telaio monoscocca quando ancora spopolavano i tubi d’acciaio, vinse ad Aintree e Watkins Glen, rinviando la questione iridata all’ultimo atto in riva all’Oceano Indiano. Dove Hill si presentò con 43 punti, di cui 33 validi per la classifica, che conteggiava solo i migliori cinque risultati. Lui ne aveva sette, mentre Clark, complice la fragilità della sua vettura, appena quattro. Che però erano valsi 30 punti. E con un primo posto il titolo sarebbe stato suo, perché un eventuale arrivo a pari merito lo avrebbe favorito per il maggior numero di successi (4 a 3). Perché quella era anche una F1 che premiava le vittorie, come vuole lo sport, non i piazzamenti, come vuole la ragioneria (sistema di punteggio 2003-2009).

Il 29 dicembre, sull’asfalto del George Prince”, Clark siglò la pole con tre decimi sul rivale. In gara, segnò il giro veloce e mantenne agevole la testa, con Hill secondo e sempre più rassegnato alla sconfitta tanto che, sul giro singolo, fu più lento anche dell’australiano Brabham. Senonché, a trequarti di corsa, l’ennesimo guasto della stagione, una perdita d’olio, mandò in fumo la meccanica della Lotus e i sogni dello scozzese. Graham Hill non avrebbe potuto chiedere regalo migliore a Babbo Natale. Vinse senza patemi e poté indossare l’attesa corona iridata, che lo avrebbe cinto anche nel 1968, stavolta alla guida della Lotus rimasta orfana proprio di Clark, nel frattempo conquistatore di due allori.

Il Sudafrica consegnò anche la Coppa Costruttori alla BRM, altra protagonista della F1 degli Anni Sessanta. Quando le corse sconfinavano nel leggendario, quando tra Natale e Capodanno un pilota poteva anche vincere un titolo mondiale.

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