Un’occasione perduta. Così qualche settimana fa avevamo definito il 2017 della Ferrari. E le ultime due corse, una vittoria e due 3^ posti, hanno confermato come in questa stagione la “Rossa” abbia avuto almeno l’opportunità di giocarsi il titolo mondiale piloti fino all’ultimo gran premio.

5 vittorie, 5 pole-position, 7 giri veloci, 20 podi, 2 doppiette (assenti da sette anni) e una capacità, almeno in 17 gare su 20, di tenere testa alla Mercedes dimostrandosi, in più d’una circostanza, anche superiore nel passo gara. Era dal 2008 che il Cavallino non aveva un rendimento così rampante, che certifica l’enorme passo in avanti rispetto il deludente 2016 e che però era impensabile pronosticare prima di Melbourne. Sennonché la filosofia del “Se ce l’avessero detto all’inizio, avremmo firmato per un’annata del genere” è pauperismo minimalista che mal si addice a chi ha scritto la Storia dell’automobilismo. Perciò dalle parti di Maranello leciti alcuni rimpianti e l’interrogarsi sul perché si sia alzata la bandiera bianca nei confronti delle Frecce d’Argento addirittura alla terzultima gara, rinviando i propositi di successo al 2018. La risposta è semplice, forse fin troppo scontata (ma spesso le spiegazioni solari racchiudono la verità): la Mercedes è stata più forte. Da marzo a novembre, si è dimostrata complessivamente sì più veloce, e imprendibile in alcuni casi (Silverstone, Monza, Abu Dhabi), ma soprattutto più affidabile. Hamilton è arrivato sempre a punti, lamentando soltanto la sostituzione del cambio nelle prove del Gran Premio d’Austria. Di Bottas invece l’unica rottura in corsa – power-unit, Barcellona – ma poi il finlandese sempre presente sotto la bandiera a scacchi in un campionato che l’ha visto andare oltre le migliori attese (3 vittorie, 4 pole, 3^posto in classifica) meritandosi così la conferma per il prossimo anno.



Proprio nella tenuta sulla distanza è venuta a mancare la Ferrari. E ciò è avvenuto dopo la pausa estiva, sebbene Vettel fosse in testa con “+14” su Hamilton, in particolare tra Sepang (problemi alla power-unit in qualifica per Vettel, costretto a partire ultimo, e sulla griglia per Raikkonen, obbligato a non poter nemmeno prendere il via) e Suzuka, dove una candela ha spento le residue ambizioni del tedesco, sulle quali ha inciso anche la foratura lenta di Silverstone. Dove, a margine, scrivemmo che la cura dei dettagli, come gli pneumatici o le componenti meccaniche, sarebbe stata fondamentale nell’assegnazione dell’iride. Perché in una lotta a due, ogni minimo errore si paga a caro prezzo cioè con la vittoria del diretto rivale. Emblematico in tal senso Singapore, dove la collisione in famiglia alla prima curva, con Vettel partito dalla pole, ha consegnato a Hamilton una vittoria impensabile.

Dal team ai piloti. Hamilton è stato migliore di Vettel. Non tanto per i successi (9 a 5), quanto per la maggior concentrazione che gli ha permesso di ottimizzare situazioni sfavorevoli. Come Montecarlo, 7^ al traguardo dopo esser partito 14^, e Baku quando, nonostante il problema al poggiatesta, perse appena due punti dal ferrarista grazie alla penalità inflitta a quest’ultimo per l’episodio della ruotata in regime di safety-car. Aldilà della poca freddezza nel frangente, Vettel ha sbagliato più d’uno start (altro aspetto da noi sottolineato a suo tempo), tre delle quali – Russia, Singapore e Messico – dalla pole. Problemi al dispositivo di partenza o, guardando invece ai suoi scatti d’autore ogniqualvolta è partito dalla seconda o terza piazza (Australia, Bahrein, Spagna, Stati Uniti, Brasile), la tensione ha giocato brutti scherzi?

Ingaggiato per riuscire dove non ce la fece Alonso, il quattro volte iridato non è ancora riuscito nella sua missione. Con la differenza che dopo tre anni lo spagnolo aveva sfiorato la corona in un paio d’occasioni. Per carità, erano altre vetture e altre dinamiche di competizione. Però il diritto di cronaca prevede sempre di confrontarsi con i fatti. Il 2018 quasi “imporrà” al trentenne dell’Assia di riportare a Maranello quell’alloro vinto l’ultima volta da quel Kimi Raikkonen che, seppur confermato al suo fianco, numeri alla mano (0 vittorie, 1 pole) ha perso il confronto con Bottas, chiudendo alle sue spalle in classifica con 100 punti di distacco, risultando l’unico dei tre top team (Mercedes, Ferrari, Red Bull) a non aver mai vinto e riuscendo soltanto negli ultimi quattro appuntamenti (tre 3^posti e un 4^) a trovare quella continuità di alto rendimento venuta meno nel resto di un’annata dove, come note di merito, annovera il record nella storia della F1 di podi senza vittorie e l’esser stato un grande uomo-squadra quando ha scortato il compagno di colori al successo in Ungheria.

Tra i fuochi d’artificio nella notte di Abu Dhabi, quattro interrogativi sul suo conto: ha impiegato troppo tempo a capire la SF70H? Oppure era lei che per conformazione poco si adattava al suo stile di guida? Infine, poiché è stato l’ultimo campione del mondo della Ferrari e l’ultimo col quale la squadra ha vinto un titolo (Costruttori, 2008), siamo sicuri che anche in futuro debba essere una seconda guida? Nessuno a Maranello e dintorni ha mai pensato che, in un simbolico alfa e omega motoristico venato di rosso, possa essere proprio lui a interrompere il lungo digiuno?

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