Se chiedessero di scegliere una sola parola per descrivere la stagione dei Dallas Mavericks, quella parola verrebbe fuori spontanea: sfortuna. Mesi e mesi in balia degli infortuni – coi vari Nowitzki, Bogut, Barea, Deron Williams spesso in infermeria – e con il buon Rick Carlisle costretto a fare i salti mortali per formare un quintetto decente. Un coach disperato che, se solo ce li avesse, si strapperebbe i capelli dalla rabbia.

Eppure tra fine gennaio e i primi di febbraio a Dallas è tornato a splendere il sole. Merito del solito WunderDirk? O di Harrison Barnes, atteso per il definitivo salto di qualità? Oppure ci ha messo lo zampino Seth Curry, fratello del più noto Steph? Ovviamente tutt’e tre stanno fortemente contribuendo all’attuale trend positivo dei Mavs, però è stato qualcun altro ad innescare il tutto. Qualcuno che, se non si legge con attenzione, potrebbe essere scambiato per l’orso più famoso dei cartoon americani. Qualcuno che, sulla carta d’identità, porta scritto Yogi Ferrell.

 La storia di Ferrell, nativo di Greenfield, Indiana, non è poi molto dissimile dalle carriere di tanti altri giocatori. Fin da bambino si distingue per il suo talento con la palla a spicchi, al Park Tudor High School di Indianapolis si mette in mostra nello spot di point-guard a suon di punti e assist, diventando un prospetto molto interessante. Poi al College, a Indiana University, migliora ulteriormente sia in attacco che in difesa, riscrivendo il libro dei record del suo ateneo, soprattutto alla voce assist.

Ma, come al solito, non sempre tutto fila liscio come l’olio. Yogi è alto solo 1.83 metri, e, malgrado il mix di carisma e talento che dimostra ogni sera in campo, gli scout NBA storcono un po’ il naso. Con quell’altezza in NBA ci entri solo se sei un fenomeno – Nate Robinson e Isaiah Thomas ne sanno qualcosa-. Ed è proprio per questo motivo che al draft 2016 non viene selezionato da nessuna franchigia.

 Ma Yogi ha comunque l’occasione di calcare il parquet NBA. Infatti, dopo aver iniziato la stagione in D-League coi Long Island Nets, riesce ad esordire in NBA con la maglia dei Brooklyn Nets, sfruttando le evidenti lacune nel roster newyorkese. Ma la delusione è dietro l’angolo: malgrado i 5 punti e 3 assist sfornati in soli 14 minuti di impiego, Ferrell non convince la dirigenza dei Nets, che decide di rispedirlo in D-League.

 Ferrell viene richiamato più e più volte da Brooklyn, per poi essere puntualmente rimandato in D-League. Un “tira e molla” che continua per mesi e che non fa altro che snervarlo. Finché non arriva la proposta che non ti aspetti: il 28 gennaio i Mavericks gli propongono un contratto di dieci giorni. Del resto in quel di Dallas la situazione è critica: non solo i tre playmaker di squadra – Barea, Harris e Williams – sono alla prese con gli infortuni, ma anche Pierre Jackson, preso appositamente dai Texas Legends  in D-League, è costretto a restare ai box per un’infiammazione al tendine di Achille. Sembra proprio che una maledizione si stia abbattendo sulla franchigia texana.

In realtà, il proprietario dei Mavs Mark Cuban non lo sa, ma ha fatto l’affare dell’anno. Ferrell parte da titolare il 29 gennaio contro i ben più quotati San Antonio Spurs di Popovich e sigla 9 punti e ben 7 assist, risultando una pedina importante per la vittoria dei Mavs. Fortuna del principiante? Macché, questo è solo l’inizio! Nel match successivo Dallas deve fare i conti contro i Cavs di Lebron e lui cosa fa? Porta i suoi alla vittoria con 19 punti, per di più limitando in difesa un realizzatore del calibro di Kyrie Irving. Ma il bello deve ancora venire: dopo la vittoria contro i Sixers,  in casa dei Blazers Ferrel mette a segno ben 32 punti e 5 assist, con un irreale 9 su 11 da 3. E sarà proprio la sua ultima tripla, a 19 secondi dal termine, a chiudere i giochi e a regalare a Dallas una vittoria fondamentale in ottica playoff.

 In un sol colpo Ferrell eguaglia il record di triple in un solo match per un rookie e diventa il terzo undrafted nella storia a siglare un trentello nelle prime 15 gare disputate in carriera. E se questo non bastasse come lieto fine per la sua favola, Mark Cuban ha pensato al resto: pronto per lui un contratto di 2 anni ai Mavericks. Niente più rischio di essere rispedito da un giorno all’altro nei meandri bui della D-League.

 Nelle ultime uscite dei Mavs era tornato a disposizione Deron Williams, con Ferrell che ha dovuto abbandonare il suo ruolo da titolare. Nel roster texano a tutt’oggi ci sono ben 3 playmaker (Deron Williams è in procinto di passare ai Cavaliers) e quando saranno tutti a disposizione sarà bagarre per avere del minutaggio sul parquet. Ma questo non è un problema. Yogi ha già dimostrato di che pasta è fatto e tutt’ora, pur uscendo dalla panchina, sta rivestendo un ruolo determinante nel sistema di gioco di Carlisle. Ora, con due anni di contratto e un talento non indifferente a disposizione, avrà finalmente la chance di mettere in mostra tutto il suo potenziale. E magari, di  provare a fare quel che gli riesce meglio: riscrivere nuovi record.

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