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La Dorada Temporada a Las Palmas, tra Baloncesto e Fútbol

Matteo Calautti

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Si può diventare protagonisti di un movimento sportivo nazionale distando più di 1700 km dalla capitale del proprio Paese? Las Palmas, comune di circa 400 mila abitanti situato a Gran Canaria, isola dell’arcipelago delle Canarie, ci sta insegnando che sì, è possibile. Un comune spagnolo che sta vivendo infatti un inizio di stagione sportiva a dir poco magico.

Protagonista assoluta è sicuramente Gran Canaria, società cestistica iscritta alla Liga ACB, il massimo campionato di pallacanestro spagnolo. Durante lo scorso weekend è andata in scena a Vitoria, nei Paesi Baschi, la Supercopa ACB, manifestazione ufficiale fondata nel 1984 che attualmente prevede la partecipazione di quattro compagini: la squadra ospitante, la vincitrice della Liga ACB, quella della Copa del Rey e la squadra meglio qualificata in Europa. In questo caso, quindi, il Real Madrid campione nazionale, il Barcellona secondo in campionato, Gran Canaria finalista della Copa del Rey e semifinalista di Eurocup e, infine, il Saski Baskonia ospitante e quarto in Eurolega.

In semifinale i canari si sono imposti a sorpresa contro i padroni di casa con il risultato di 84-80, davanti agli occhi del loro nuovo acquisto Andrea Bargnani. Una semifinale decisa nei minuti conclusivi, in cui la stella americana Kyle Kuric ha condotto i suoi compagni al successo con un bottino di 24 punti, impreziositi da quattro triple consecutive nel secondo quarto. Al termine della terza frazione le due compagini erano sul pari, ma nell’ultimo quarto gli isolani hanno potuto amministrare il vantaggio procurato dalle triple del finlandese Sasu Sallin e del naturalizzato macedone Bo McCalebb, vecchia conoscenza italiana tra le fila della Mens Sana Siena. In finale, la prima della loro storia, Gran Canaria con un pesante risultato di 79-59 ha dato un’autentica lezione di pallacanestro al Barcellona, vincente nel Clásico di semifinale contro i Blancos. Juan Carlos Navarro e compagni nulla hanno potuto contro gli affamati canari di coach Luis Casimiro, arrivato in estate dopo un’esperienza annuale al Siviglia. Grande prestazione dei soliti McCalebb (15 punti, 5 rimbalzi e 5 assist) e di Kuric (10 punti), di fronte ad un inerme Tyrese Ric, grandissimo acquisto estivo dei Blaugrana strappato ai russi del Khimki. Delusione assoluta per i ragazzi di coach Georgios Bartzokas e prima gioia ufficiale per gli isolani, giunti alla 22esima partecipazione consecutiva alla Liga ACB.

Una storia emozionate quella del protagonista assoluto di questa Supercopa ACB, ovvero Kyle Kuric. Guardia americana di origine slovacca, cresciuta cestisticamente tra l’Indiana ed il Kentucky, durante la passata stagione ha vissuto il momento più difficile della sua vita. Era il novembre del 2015 quando fu regolarmente convocato ad una trasferta di campionato alla Fernando Buesa Arena contro i baschi del Saski Baskonia. L’atleta natio di Evansville non scese in campo a causa di un forte mal di testa che lo colpì durante la giornata. Dopo la partita lo staff medico iniziò a preoccuparsi delle sue condizioni e quindi la società optò per il trasporto all’ospedale di Barcellona, nel quale arrivò la terribile notizia: il cestista era stato colpito da un meningioma, ovvero un tumore cerebrale che ha origine nelle meningi.

La notizia scosse tutta la Spagna: vuoi per le tre operazioni al cervello necessarie, vuoi per una diagnosi così terribile ed improvvisa a fronte di una “banale” emicrania. Difficile trovare le parole per descrivere la forza d’animo di questo grande uomo di 193 cm. Esattamente cinque mesi dopo, infatti, l’americano è rientrato con la canotta della sua Gran Canaria davanti a settemila persone, nel contesto di un’ovazione straordinaria che non può che emozionare. Come spesso accade, il destino gli ha riservato la possibilità di rifarsi nei confronti della sua stessa vita. In quella Fernando Buesa Arena che ha visto l’inizio del suo incubo e con una prestazione magnifica che ha condotto i canari in finale contro il Barcellona. Una finale che gli ha permesso di ottenere, oltre al successo di squadra, anche il titolo di MVP della manifestazione.

Non solo baloncesto nella dorada temporada di questa meravigliosa isola. Infatti, nel fútbol il Las Palmas di Quique Setién non se la passa affatto male. Il Club Desportivo Las Palmas nacque nel 1949 dalla fusione delle cinque squadre delle Isole Canarie, ovvero Gran Canaria, Club Victoria, Arenas Club, Atlético Club e Marino. Sotto la guida di Pancho Arencibia la selezione dei migliori giocatori dell’arcipelago conquistò subito una doppia promozione nei primi due anni, debuttando così nella Primera División nella stagione 1951/52. Il miglior piazzamento dei canari nella massima divisione spagnola risale nell’Época de oro dei primi anni Sessanta: secondo poto dietro al Real Madrid nella stagione 1968/69, un anno dopo il terzo posto dietro a Blancos e Barcellona.

Il Las Palmas conquistò nuovamente la Primera División sotto la guida di Paco Herrera, al termine di quelli che potrebbero costituire i Playoff più pazzi della storia della Segunda División. Da un lato il Real Zaragoza sesto in classifica ribaltò in semifinale il pesante 0-3 casalingo con la sorprendente vittoria per 1-4 al Montilivi contro il Girona terzo, non promosso direttamente nonostante avesse terminato la classifica a pari punti rispetto allo Sporting Gijón secondo. Dall’altro il La Palmas si sbarazzò del Real Valladolid grazie al goal in trasferta segnato all’Estadio José Zorrilla. Nella finale d’andata a La Romareda il Real Zaragoza superò i canari con il risultato di 3-1, vedendo però sfumare la promozione nella finale di ritorno a causa della regola dei goal in trasferta perdendo 2-0 all’Estadio de Gran Canaria.

Se la stagione 2015/16 è stata molto tranquilla per gli isolani grazie ad un sereno undicesimo posto, quella appena cominciata è già una Primera da sogno. Debutto pirotecnico e vincente al Mestalla contro il blasonato Valencia, sconfitto a domicilio con un pesante 2-4 in cui si sono resi protagonisti due nuovi acquisti degli isolani: il bomber croato Marko Livaja ed il centrocampista ghanese Kevin-Prince Boateng. Il primo è una recente conoscenza del calcio italiano che ha ultimato il settore giovanile all’Inter, dotato di un grande potenziale ma anche di un carattere parecchio “fumantino”, prelevato in estate dal Rubin Kazan‘. Carattere particolare ed esperienza italiana in comune con l’ex trequartista del Milan, reduce da un ritorno negativo con i rossoneri e diventato, grazie alla rete contro i valenciani, l’unico giocatore in attività ad aver segnato nei principali campionati calcistici europei: Premier League, Serie A, Bundesliga e La Liga.

Uno schieramento tattico molto particolare quello di Quique Setién, a cavallo tra un 4-2-3-1 ed un 4-3-3 classico, utilizzato soprattutto in trasferta. Al momento gli unici punti di riferimento, oltre al portiere Javi Varas, sono la difesa a quattro capitanata da David García Santana (a Las Palmas dal 2003), la coppia di mediani composta da Roque Mesa e Vicente Gómez e, infine, la titolarità di bomber Livaja. Ma le alternative non mancano. Infatti, il tecnico di Santander varia spesso la composizione dei trequartisti alle spalle dell’unica punta: da Tana (attuale capocannoniere con 3 goal) a Momo, da Viera al marocchino El Zhar passando per il jolly Boateng, per un totale di 10 goal e 4 assist. Infine, valida anche l’alternativa a Livaja, ovvero l’argentino Sergio Araujo, cresciuto nel Boca Juniors ed autore fin qui autore di due goal ed un assist in un totale di 179 minuti, per lo più spezzoni di gara. L’ultima rete delle quali segnata proprio contro il Real Madrid di Zinédine Zidane, valsa il pareggio all’85’ e l’intensificarsi del nervosismo di Cristiano Ronaldo per la precedente sostituzione.

È questa la dorada temporada dello sport a Las Palmas?

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Tim Duncan: Il suono del silenzio

Born in the post

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Nel Gennaio 2016 “The Sound of Silence “, canzone dal grandioso potere evocativo che ha fatto la storia della musica, ha compiuto i 50 anni dall’uscita nella sua versione definitiva.
Negli anni non si contano neanche più il numero di cover e imitazioni varie del pezzo.
La più bella secondo me rimane quella realizzata durante l’arco di tutta la sua carriera da Tim Duncan, nato giusto 10 anni e qualche mese più tardi del magnifico singolo di Simon e Garfunkel.
Un uomo che nel silenzio ha costruito tutti i suoi successi e del silenzio si è rivestito corpo e anima come fosse una seconda pelle.
Detto, ridetto e ripetuto. E lo ridico ancora.
Provare a decriptare il basket restando nel recinto del parquet è un esercizio sterile, se non completamente inutile.
E non lo dico solo io.
Un tale che ne sa infinitamente più di me e di tutti voi lo ha ribadito a più riprese.
Se pensiamo che il basket sia solo basket non abbiamo capito niente di basket“.
E nemmeno della vita, ma questo lo aggiungo io.

Oggi Duncan compie 42 anni.

Ha vinto 5 anelli, 2 MVP, 3 premi di miglior giocatore delle finali e giocato 15 All Star Game.

Cercare di capire cosa si celi dietro i suoi silenzi e la sua enigmatica maschera facciale è impresa veramente ardua.
Capire quella sorta di autismo cestistico scolpito sul suo volto è un enigma che dura da 20 anni.
Per capire Duncan non basta più solo uscire dal rettangolo di gioco come spiegavo prima.
Per capire Duncan forse servirebbe Umberto Eco.
Bisogna sconfinare nella semiotica, la disciplina che studia i segni e il loro percorso verso la significazione, cioè il modo in cui questi acquisiscano un senso e vadano a costituire un concreto processo di comunicazione.
Capire Duncan potrebbe essere la chiave di lettura per capire il segreto dei San Antonio Spurs.
Per poi arrivare a capire cosa leghi lui, Popovich, Ginobili e Tony Parker.

Come facevano a comunicare tra loro spesso senza nemmeno aprire la bocca.
C’è un qualcosa nell’alchimia che questi quattro uomini hanno creato che trascende i confini dello sport. E’ un legame , inconosciuto, inconoscibile ed esclusivo che forse nasconde dentro di sé il senso stesso della vita.

Beh.. forse quello no ma di certo c’è il segreto del loro successo sportivo.

La faccia di Duncan è quella di Anton Chigurh , il killer spietato di “Non è un paese per vecchi“.

E’ la faccia spaventosa di Javier Bardem nel film dei Cohen.

Che si appresti a saltare per la palla a due di una partita di pre-season o che stia per tirare il libero della vittoria in gara 7 delle Finals, state certi che vedrete sempre la stessa espressione.
E la sconfitta o il successo saranno conditi con l’ingrediente di sempre.
Il Silenzio.

Arrivare per 19 volte consecutive alla post-season significa creare una falla nell’intera struttura dello sport americano.
Tutte le leghe sono pensate, organizzate e governate per poter produrre ed esprimere ciclicamente un cambiamento al vertice.
Il salary cap, che impedisce alle squadre forti di aggiungere “troppi” giocatori forti a quelli di cui già dispone, e il draft annuale, dove le squadre con le classifiche peggiori hanno le possibilità maggiori di accaparrarsi i giovani più validi ne sono le dimostrazioni più lampanti.
Che poi il fine ultimo di questa struttura magari non sia proprio quello di una maggiore circolazione dei talenti, nè di un ampliamento geografico delle passioni, ma di una maggiore e capillare raccolta di denari è un altro discorso.
San Antonio è andato oltre tutto questo.

Gli avversari si sono effettivamente rinnovati e interscambiati.

Golden State è un esempio di come un’ottima gestione manageriale e delle scelte al draft possa portarti dalle stalle alle stelle.

Loro no.

Loro son sempre stati sulle stelle.

Loro sono sempre stati lì a lottare per il titolo.

Duncan ha giocato 1392 partite in stagione regolare.
Ne ha vinte più di mille.
Questo significa che ha “terminato” l’avversario di turno praticamente sempre.
Un sicario determinato, silente e senza cuore. Proprio come Anton Chirurg.
In attacco ha messo a referto più di 26 mila punti.
Ma mai una volta che abbia urlato “Yeah”, o agitato i pugni, o sventolato un dito verso pubblico o avversari.
In difesa ha messo a referto più di 3 mila stoppate.
Ma mai una volta che abbia abbaiato contro l’avversario frasi come “Not in my house” o lo abbia schernito a gesti.
Lui no.
Lui agli avversari ha sempre lasciato solo e soltanto il suono del silenzio.

The Sound of Silence

E’ stato un dominatore del pitturato come non se ne vedevano dai tempi di Bill Russell.

Ha fermato tutti gli avversari che hanno osato entrare nella sua casa.
Li ha lasciati lì nella loro indeterminatezza più totale. Piccoli e indifesi contro un colosso senza volto. Dominati come da un Dio dell’Antico Testamento che ti piega al proprio volere.

Sempre.
Ho in mente alcuni frammenti dei duelli epici che fece con Kevin Garnett.

Uno contro uno. Faccia a faccia, con Garnett che dà sfogo al suo trash talking più feroce.

Roba che indurrebbe Gesù Cristo in persona a schiodarsi dalla croce per prenderlo a schiaffi.

Duncan non lo guarda mai, non risponde, muove le braccia, prende la sua posizione, manda un bacio al fidato tabellone e mette i due punti.

Poi torna nella sua metà campo come niente fosse. Come se il rognoso avversario neanche esistesse.

Lasciando al malandrino provocatore solo il suono del silenzio.

Ma anche a mettere insieme tutti i suoi numeri strabilianti, tutte le sue azioni di gioco da Bibbia del basket non si cava un ragno dal buco. Perchè questa non è un’equazione, o un documentario. Qui siamo ben sopra il livello della matematica o dell’indagine giornalistica, ed è inutile cercare di capire Duncan restando in questi campi. Se voi ci avete capito qualcosa scrivetemelo pure nei commenti.
Io son sincero, non ci ho capito niente.

A 34 anni aveva già vinto quello che doveva vincere o forse di più.

Non ho capito perché non ha mollato a 35 anni dopo un’eliminazione al primo turno.

Non ho capito perché non ha mollato a 36 anni dopo che l’impietoso gap fisico atletico contro gli Oklahoma di Durant gli aveva precluso un’altra finale.

Non ho capito perché non ha mollato a 37 anni dopo una finale persa anche per colpa sua.

Non ho capito perché non ha mollato a 38 con il quinto anello al dito.

Non ho capito perché non ha mollato a 39 dopo un’eliminazione bruciante al primo turno.

E allora tanto vale andare idealmente tutti insieme a non capire in Cile.
Sull’isola di Rapa Nui per la precisione.
Lì possiamo accovacciarci ad ammirare la migliore rappresentazione plastica di Tim Duncan mai realizzata.
I Moai.
I giganteschi monoliti in tufo vulcanico che custodiscono l’isola.
Impassibili e dominanti proprio come Tim Duncan.
E proprio come Tim Duncan custodi di un segreto inconoscibile su cui ci si interroga da più di un millennio senza lo straccio di una risposta convincente.
Accontentiamoci quindi di averli potuti ammirare e, ripensandoci, godiamoceli in religioso silenzio, consci di essere  stati davanti a qualcosa di più grande sia di noi che del luogo fisico che li ospita.
Godiamoci magari il suono stesso del silenzio, come piace a Tim, e sempre in silenzio, se mai fosse possibile, facciamogli i più sinceri auguri per i suoi primi 42 anni.

Se c’è un uomo che ha veramente giocato sempre pulito è lui.

The Sound of Silence.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in the post

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Chi è davvero Ersan Ilyasova?

Lorenzo Martini

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La stagione NBA si è ormai conclusa. Niente più partite alle 3 di notte, niente più gare di playoff al cardiopalma, non ci resta che aspettare ottobre, per la prossima Regular Season. E tra i tantissimi protagonisti di questo finale di stagione un ruolo importante se l’è ritagliato un giocatore tutt’altro che famoso, poco incline a far parlare di sé, ma dal passato ricco di misteri. Stiamo parlando di Ersan Ilyasova, ala grande turca che in uscita dalla panchina ha dato un contributo fondamentale ai suoi Sixers. Ma perché il suo passato sarebbe così enigmatico?

 Tutto ha inizio nell’agosto del 2002. Il giovane talento uzbeko Arsen Ilyasov, classe ’84, entra in territorio turco grazie ad un visto di quindici giorni. Su di lui è fortissimo l’interesse del Trabzonspor, che vede in quel diciottenne uzbeko un prospetto da non lasciarsi sfuggire. Ma dopo i quindici giorni di permesso, succede qualcosa d’incredibile: il ragazzo sparisce nel nulla, senza lasciare traccia.

Poche settimane dopo, il 19 settembre tale Semsettin Bulut, cittadino turco residente a Eskiseir, si presenta all’anagrafe con l’intento di effettuare la registrazione di suo figlio, nato il 15 maggio 1987. Il tutto sembra assurdo, perché vorrebbe dire che il ragazzo ha vissuto per 15 anni senza un documento che ne attestasse l’esistenza, come fosse un fantasma sul territorio turco. Eppure dopo qualche giorno l’ufficio accetta la registrazione, rilasciando i documenti d’identità che certificano la cittadinanza turca del giovane, il cui nome è proprio Ersan Ilyasova. Per giunta, dopo qualche gisettimana il Trabzonspor tessera il quindicenne, grazie all’avallo della federazione turca.

E il giovane Ersan si distingue fin da subito per il suo talento cristallino, tant’è che in breve viene convocato in nazionale turca U18 e poi in U20. Ma tutto quel talento non può non farsi notare, tant’è che la federazione uzbeka si accorge dell’incredibile somiglianza di Ersan con lo scomparso Arsen Ilyasov.

Ha così inizio uno scontro senza precedenti tra le due Federazioni. Quella uzbeka denuncia la questione con una lettera ufficiale alla FIBA, mentre quella turca nega tutta la vicenda e chiede di poter iniziare delle indagini. La FIBA dal canto suo si ritrova tra due fuochi: non sa se affidare queste indagini alla Turchia, all’Uzbekistan o a un organo super partes.

Il caso è ancor più intricato se si tiene conto del divario di ben tre anni tra le date di nascita di Arsen Ilyasov e Ersan Ilyasova. Se infatti venisse appurato che sono la stessa persona, tutti i riconoscimenti ottenuti dal secondo in U18 e U20 andrebbero rivisti o addirittura cancellati. Non una cosa da poco, tenendo conto che Ilyasova nel 2006 verrà anche insignito del premio MVP ai mondiali U20, dopo aver trascinato la sua nazionale ad uno storico argento.

Ma in questi casi a spuntarla è sempre la Federazione con più rilevanza internazionale. E così la federazione turca, fresca vincitrice dell’argento agli Europei del 2001, viene messa a capo delle indagini. Ma a causa di procrastinamenti mai veramente giustificati, l’inchiesta ha inizio con ben due settimane di ritardo e si conclude con un nulla di fatto: non viene trovato nemmeno un documento che attesti la nazionalità uzbeka di tale Arsen Ilyasov. Il tutto malgrado uno sbalorditivo articolo di Fanatik, rivista turca che era entrata in possesso di documenti scottanti e che gettava più di qualche ombra su tutta la vicenda.

Che sia stato tutto insabbiato? Difficile credere il contrario, eppure le indagini vengono ufficialmente chiuse. Alla FIBA non resta che riconoscere Ilyasova come un atleta turco. Il giocatore si dichiarerà poi eleggibile al Draft del 2005, e la vicenda cadrà pian piano nel dimenticatoio.

Ora, a 13 anni di distanza, è davvero impossibile capire come siano andate realmente le cose. Una vicenda semplicemente frutto di un paio di strambe coincidenze? O la macchinazione di un piano perfetto, di una montatura creata ad arte? Che siate più o meno complottisti , non lo sapremo mai.

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Scary Terry Rozier, l’underdog che ce l’ha fatta

Lorenzo Martini

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Le Finals sono ormai finite, con Golden State che si è aggiudicata l’anello, ma che ha dovuto comunque fare i conti con un Lebron in grande spolvero alla guida dei suoi Cavs. Ma a differenza degli scorsi anni, l’approdo alle Finals delle due squadre è stato tutt’altro che semplice. Se a Ovest i Warriors sono stati vicinissimi al baratro contro degli straordinari Houston Rockets, a Est Cleveland solo all’ultimo l’ha spuntata contro Boston.

Sui Celtics si è parlato molto in questi mesi. Una squadra privata delle sue due stelle per quasi tutto l’anno – prima Hayward a inizio Regular Season, poi Irving – che ha sfiorato l’impresa contro i vicecampioni in carica, grazie all’acume tattico di Brad Stevens, all’incredibile maturità di Tatum, alla solidità di Horford, al meraviglioso gioco corale. E tra i tanti giocatori che hanno dato il loro contributo, ce n’è uno che si è distinto particolarmente per la sua metamorfosi. Un signor nessuno protagonista di una stagione clamorosa. Un certo Terry Rozier, la cui storia è davvero illuminante.

Se volete ambientare una scena drammatica e densa di criminalità, la Youngstown, cittadina in Ohio, dei primi anni ‘90 è il luogo perfetto per voi. Sparatorie, gang criminali, spaccio, trovate di tutto. Se invece dovete crescere vostro figlio, non è proprio il luogo ideale. Ma la situazione in cui si trova Gina Tucker è ancor più difficile: dopo soli due mesi dalla nascita del suo Terry jr, il marito viene condannato a otto anni di reclusione per rapina e la giovane donna è costretta a crescere suo figlio da sola. Abbandona gli studi e trova lavoro in un KFC, ma vive nel terrore che qualcuno possa fare del male ai suoi cari a tal punto da nascondere ben 3 pistole in casa. E dal canto suo il piccolo Terry è fin troppo vispo: salta per casa come un indemoniato, lancia sassi nelle case dei vicini, è talmente curioso che si teme il giorno in cui per caso troverà quelle armi nascoste e causerà una disgrazia.

Proprio per questo mamma Gina decide di affidarlo alla madre, Amanda, che vive a Shaker Heights, un sobborgo di Cleveland. Tra l’altro Amanda già tiene in custodia Tre’Dasia, altra figlia di Gina avuta con un altro uomo, costretta sulla sedia a rotelle a causa di seri danni cerebrali. Ma la convivenza tra Terry e la nonna non è delle più felici: il bambino è sempre più scapestrato e a volte fa piangere nonna Amanda, mal sopportando l’assenza della madre, dopo un’ infanzia trascorsa senza una figura paterna.

Finchè però il padre non esce di galera. Malgrado le sbarre papà e figlio hanno sempre mantenuto un rapporto bellissimo, che inizia a consolidarsi quando i due possono finalmente passare del tempo insieme. Terry jr insegna al padre a giocare ai videogames, l’altro ricambia trasmettendogli la passione per la boxe e portandolo al playground, a giocare a basket coi più grandi. Ma è un periodo idilliaco di breve durata: dopo un’estate sempre insieme, il padre viene nuovamente condannato a 13 anni di galera, poiché complice in una rapina in cui perde tragicamente la vita un diciassettenne.

Questo nuovo distacco dal padre rende Terry sempre più violento, gli scatti d’ira sono all’ordine del giorno. La madre decide allora di iscriverlo in una scuola ad hoc per ragazzi con disturbi caratteriali. Ed è qui che mostra un potenziale cestistico impressionante: grazie ad una crescita fisica esponenziale,diventa un mix di tecnica e velocità difficile da contenere, unita ad una rabbia latente che lo motiva profondamente.

Dopo qualche anno, un giorno Terry torna a Youngstown per la festa del ringraziamento, felice di ripercorrere le strade della sua infanzia. Ma la città non lo accoglie a braccia aperte. Si dà il caso infatti che quello stesso giorno in un locale un losco personaggio litighi pesantemente con suo zio, al punto da minacciare di morte tutti i suoi cari. E’ l‘inizio di una notte di puro terrore: Terry, in casa con altri bambini, deve nascondersi tra le mura domestiche mentre la nonna è in guardia pronta a farli scappare. Per fortuna non succederà nulla fino all’arrivo dell’alba, ma l’episodio fa capire al ragazzo che quella non deve essere la sua vita.

E così si butta a capofitto nel basket. Diventa il miglior giocatore della sua scuola, è immarcabile. Peccato però che, dopo l’High School, non riesca ad accedere alla Louisville University e deve accontentarsi dell’Hargrave Military Academy. Qui le condizioni di vita sono durissime: sveglia alle 5.45, coprifuoco alle 22, lavoro nella mensa. Sono mesi difficili per Rozier, che spesso si ritrova di notte nel suo letto a piangere.

Ma l’anno dopo finalmente accede a Louisville. E vi accede profondamente cambiato, più maturo e più consapevole dei suoi mezzi. Il resto è solo il giusto riconoscimento per i suoi sacrifici: 2 anni a Louisville da assoluto protagonista, conditi con una Final eight, l’approdo in NBA nel 2015 con la sedicesima scelta, indossando la canotta della franchigia più titolata di sempre, 2 anni ai Celtics tra alti e bassi, in attesa dell’occasione della vita, infine la consacrazione. Per capire di che pasta sia fatto basta vedere la prima da titolare, il 31 gennaio scorso: tripla doppia da 17 punti, 11 rimbalzi e 10 rimbalzi e una voglia di spaccare il mondo impressionante.

Con l’infortunio di Irving Scary Terry si carica la squadra sulle spalle. Gli avversari nemmeno lo conoscono, ma già lo temono. Che sia portar palla nei momenti clou, tirare un tripla quando la palla scotta o prendere un rimbalzo, lui non si tira fa pregare. Può sbagliare, ma di certo non si tira indietro. E sono in tanti a tifare per lui, da mamma Gina e nonna Amanda sugli spalti, al padre in carcere, con la cella tappezzata di foto del figlio.

La stagione non si è conclusa come sperava, ma non importa. Terry è un ragazzo del ’94, con la testa sulle spalle e un potenziale spaventoso. Non è più un underdog, ora tutti sanno di cosa è capace. E se continua a migliorarsi in questo modo, a credere sempre di più in se stesso, ne vedremo delle belle. E se c’è un avversario da temere, quello è Scary Terry.

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