Proprio come se fosse drogato, il calcio italiano  in perenne crisi di astinenza da denari, sembra afflitto da una dipendenza che si chiama diritti Tv. Nell’era del calcio globale e delle televisioni a pagamento, è diventata questa la “voce” più importante tra i ricavi delle società di calcio della serie A. Quella che, alzando l’asticella degli introiti può anche arrivare a decidere le sorti di un bilancio di esercizio, o ancora la campagna acquisti di una società. Come ha scritto il Corriere della Sera, è diventata “una questione di numeri e soprattutto di soldi”. Che sono tanti, e possono essere ancora di più per quelle società che riescono a qualificarsi per le competizioni europee. In questo caso entra in gioco il cosiddetto “market pool”, vale a dire il sistema con il quale si ripartisce il “montepremi” dei diritti televisivi per le squadre che si qualificano alle competizioni europee. Il quale dipende sia dalla posizione in classifica occupata dalla squadra nel campionato precedente (alla prima classificata spetta infatti la percentuale maggiore) che dalla cifra che i broadcaster cioè gli operatori televisivi intendono spendere per l’acquisto dei diritti. Così più alta è la cifra investita e maggiori sono gli introiti per le società qualificate.

E negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda i diritti per le gare di Champions, la cifra spesa dagli operatori è andata sempre aumentando. Nel caso italiano, tra i principali attori sul mercato Mediaset ha avuto la meglio su Sky arrivando a spendere fino a 700 milioni di euro (per aggiudicarsi i diritti dell’asta relativa al triennio 2015-18. Ma se per gli emittenti televisivi il gioco rischia di non valere più la candela (il presidente di Mediaset Pier Silvio Berlusconi è arrivato a parlare di approccio razionale e opportunistico per l’acquisto in futuro dei diritti sulle partite di calcio facendo intendere che il Biscione potrebbe anche non essere più disposto a pagare certe cifre) per molte società di calcio italiane al contrario gli introiti dai diritti Tv significano ossigeno ai propri bilanci. Anche per le cosiddette “grandi” (come ad esempio l’Inter e il Milan, la Roma e la Lazio, oppure il Napoli) che a differenza della Juventus, non avendo ancora uno stadio di proprietà non possono contare sulla componente commerciale dei ricavi da stadio. Ossia quegli introiti derivanti non dal “match day”, cioè dagli incassi del giorno della partita, ma dal resto delle attività che vengono svolte negli impianti anche quando non vengono utilizzati per eventi legati al calcio. Ricavi che come riporta uno studio della Kpmg ripreso anche dal Corriere della Sera, in altre parti d’Europa fanno la differenza a tal punto di superare anche gli introiti da diritti Tv.

In Inghilterra, ad esempio, su 560 milioni di ricavi complessivi il 44% arriva dal commerciale il 35% dai diritti Tv e il 20% dalla biglietteria. A differenza invece dell’Italia dove la situazione è completamente ribaltata con i ricavi da diritti Tv che pesano per il 52%, a fronte di entrate commerciali e da biglietteria che ammontano rispettivamente al 35% e al 13%. Se è vero come è vero che la matematica non è un’opinione, i numeri dimostrano che siamo di fronte ad una vera e propria “teledipendenza” del calcio italiano che negli anni a venire corre il rischio di nascondere più costi che benefici. Legati soprattutto al fatto che la benzina (per non chiamarla droga) prima o poi rischia di finire. E allora che cosa potrebbe succedere a quel punto, se i grandi gruppi come Mediaset, come già paventato da Pier Silvio Berlusconi, riducessero gli investimenti per l’acquisto dei diritti Tv? Che accadrebbe ai bilanci di tante società italiane? La diffidenza di Mediaset, così come quella degli altri operatori, è legata alla discussa Legge Melandri del 2008, che prevede il passaggio dalla titolarità soggettiva dei diritti a quella collettiva, attualmente in capo sia alle società sportive che alla Lega Calcio. La quale si occupa dell’assegnazione dei diritti e ripartizione dei proventi attraverso gare specifiche e in base a parametri stabiliti, che stabiliscono una distribuzione alle squadre del 40% in parti uguali, 30% in base ai risultati e il restante 30% sul bacino di utenza. Va da sé che la fetta maggiore se la sono divisa le big della nostra Serie A. Senza dimenticare che, i primi a pagare i costi di questa “teledipendenza”, potrebbero essere proprio quei tifosi che invece vogliono ancora andare allo stadio. E che solo per una questione di marketing, potrebbero essere costretti anche in futuro a dover assistere ai “big match” della propria squadra del cuore (come successo nei derby di Milano e di Roma) in fasce orarie “da ristorante”, utili soltanto per far vedere le partite anche in Cina. Che non a caso sta diventando il mercato di riferimento al quale sembrano guardare le società come Infront (che gestisce la maggior parte della pubblicità nel mondo del calcio nonché il marketing delle più importante società di serie A) e che infatti è finita in mano ai cinesi della Wanda (proprietari al 70%). Così lo scenario più probabile appare quello di una Cina sempre più avvicina, con il tifoso da stadio che rischia di essere sempre più lontano. Ma  allora, che cosa potrebbero fare le società di calcio per ridurre questa “teledipendenza”? Come ripetiamo da mesi ai nostri lettori, il primo passo dovrebbe essere uno: quello di iniziare a pensare finalmente a dotarsi di uno stadio di proprietà. Ma, cosa più importante, pensarci seriamente. Sempre che anche la politica si decida a fare la sua parte. Ma questa però, è un’altra storia.

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