La medaglia d’oro al collo, l’inno nazionale, il saluto militare. E’ l’estate del 2015 e a Kazan, in Russia, si è verificato un evento di rilevanza storica per lo sport e non solo: la tuffatrice nordcoreana Kuk Hyang Kim ha appena regalato alla sua nazione la prima vittoria in un mondiale di nuoto sbaragliando la concorrenza dalla piattaforma di 10 metri. La commozione al termine della cerimonia lascia spazio a un pensiero per il governo di Pyongyang: “Vorrei ringraziare il nostro Governo e la nostra Nazione per il sostegno che mi hanno dato”. Di sicuro, l’atleta sedicenne è uno dei ‘prodotti’ meglio riusciti della politica sportiva della dittatura asiatica, che negli ultimi anni ha intensificato gli sforzi per dare un’immagine migliore di sé anche attraverso le competizioni internazionali.

In questi giorni, il mondo intero si interroga sulla fondatezza delle notizie diffuse dalla propaganda di Pyongyang, secondo cui sarebbe andato a buon fine il test della bomba a idrogeno, da tempo obiettivo del governo nordcoreano: la dittatura del Leader Supremo Kim Jong-un, d’altra parte, si caratterizza per la sua enigmaticità e per la sua chiusura nei confronti dell’esterno, tanto che ben poco si sa sulle condizioni di vita di un popolo di fatto ‘recluso’ nei confini nazionali. La situazione è peggiorata nell’ultimo decennio, ovvero da quando le Nazioni Unite hanno scelto la strada dell’embargo per materiali militari e beni vari, a seguito dei primi test nucleari di Pyongyang. La politica di isolamento del ‘Caro LeaderKim Jong-il prima e del figlio Kim Jong-un poi hanno fatto il resto, condannando la popolazione ad una situazione simile, se non peggiore, a quella delle più dure dittature del Novecento.

In questo contesto decisamente critico, un segnale di speranza arriva dallo sport, anche se il rovescio della medaglia è tutt’altro che confortante. Nell’ultimo periodo, la Corea del Nord ha intensificato infatti la presenza nelle manifestazioni internazionali, giungendo anche a risultati degni di nota oltre al già citato oro mondiale di Kuk Hyang Kim. A livello mediatico, ha avuto grande risalto la partecipazione della Nazionale di calcio ai Mondiali sudafricani del 2010: se in quel caso l’immagine più forte è stata di sicuro il pianto di Jong Tae-Se durante l’inno nazionale prima del match con il Brasile, nel corso della manifestazione si è sparsa la voce della presunta fuga di quattro giocatori, poi smentita. Non ci sono poi mai state conferme ufficiali sulla voce secondo cui i ‘Cavalli alati’, al ritorno a casa dopo l’eliminazione nel girone iniziale (durante il quale è arrivata anche la pesantissima sconfitta, 7-0, con il Portogallo), sarebbero stati sottoposti a una sessione di sei ore di pubbliche accuse da parte di un pubblico composto da 400 fra studenti e dirigenti di regime “per aver tradito la fiducia di Kim Jong-il”.

Secondo questa versione, l’allora Ct Kim Jong-hun sarebbe stato mandato a lavorare in un cantiere edile per punizione. Quattro anni dopo, la sconfitta in finale dei Giochi asiatici, contro gli eterni nemici della Corea del Sud, avrebbe fatto uscire di senno il Leader Supremo Kim Jong-un (personaggio che non si è fatto scrupolo nei mesi scorsi di far giustiziare a cannonate il responsabile della difesa del Paese, reo di essersi addormentato durante una cerimonia militare): i giocatori sarebbero stati addirittura reclusi nel braccio della morte di un carcere di massima sicurezza.

Detto che non è facile trovare conferme al riguardo, quel che sembra una certezza è la crescente serietà, per usare un eufemismo, con cui dalle parti di Pyongyang sono considerati i risultati sportivi nelle manifestazioni più importanti a livello internazionale.

Ma, per fortuna, non mancano anche esempi positivi, che testimoniano come lo sport a volte sia un agente di distensione dell’atteggiamento della Corea del Nord verso l’esterno. Il più significativo è stato di certo lo svolgimento dell’Asian Cup di sollevamento pesi nel 2013 proprio in Corea del Nord: per la prima volta degli atleti del Sud hanno partecipato ad un evento sportivo svoltosi nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, dopo che la guerra degli anni ‘50 si è conclusa con un armistizio (e non con un trattato di pace). Nell’occasione un giovane sudcoreano, Kim Woo-sik, si è addirittura aggiudicato la medaglia d’oro della categoria 85 kili, facendo sventolare per la prima volta la bandiera di Seul oltre il trentottesimo parallelo.

Dal 1972 gli atleti nordcoreani fanno presenza quasi fissa ai Giochi Olimpici estivi (uniche eccezioni, per ovvie ragioni, quelli del 1984 a Los Angeles e di quattro anni più tardi a Seul), durante i quali si sono aggiudicati 47 medaglie in tutto, di cui 14 d’oro, buona parte nel sollevamento pesi.

Meno bene le cose sono andate ai Giochi invernali, cui la prima partecipazione risale al 1964, con solo un argento e un bronzo nel palmares. Le prospettive sembrano poi essere migliorate con l’entrata in carica di Kim Jong-un, che da subito ha aumentato l’impegno per favorire la diffusione dello sport. Nonostante la fama di crudele dittatore che lo precede, d’altra parte, il Leader Supremo nordcoreano è noto per essere un grandissimo appassionato di basket, e uno dei suoi sogni (di difficilissima realizzazione) sarebbe quello di far disputare nel suo Paese una grande manifestazione come le Olimpiadi o i Mondiali di calcio. Il tempo dirà se lo sport avrà ancora una volta la meglio cambiando le cose lì dove, ormai da decenni, sembrano immutabili.

FOTO: www.theguardian.com

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