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Giochi di palazzo

La Cina è vicina. Chinatown è lontana

Andrea Muratore

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Assomiglia a una lancia protesa verso il cielo, la snella guglia della Torre Unicredit dominante il quartiere di Porta Nuova, da pochi anni elemento di novità e discontinuità dello skyline di Milano e punto centrale, ma al tempo stesso avulso, del progetto urbano centrato su Piazza Gae Aulenti, opera di un pool di celebri architetti tra cui Cesar Pelli e Salvatore Boeri. Porta Nuova, edificata per essere il quartiere più avveniristico della città meneghina che aspira a presentarsi come finestra globale dell’Italia, fatica ancora a integrarsi col resto della città, e mentre la rapida successione di grattacieli, dal Bosco Verticale alla Torre Diamante, lascia spazio alla vecchia Milano si percepisce quanto ancora avulso dalla reale struttura della città sia questo ambizioso progetto architettonico. Non è certamente un caso che ad accaparrarsi la proprietà del complesso sia stato il fondo d’investimento sovrano del governo del Qatar, lo stesso che già possiede la totalità delle quote del Paris Saint Germain e ha operato investimenti in un portafoglio diversificato di partecipazioni azionarie in gruppi quali Barclays, Volkswagen, Airbus e HSBC. Gli emiri già finanziatori delle innovative e completamente sradicate cattedrali nel deserto di Doha, Dubai, Abu Dhabi, innalzate su fondamenta solide costituite da petrodollari, lavoro coatto e vanità, non curano strategie di lungo termine nella loro espansione finanziaria: la generosa ma al tempo stesso allegra gestione del PSG da parte dei suoi mecenati-padroni ha condotto certamente a risultati e vittorie, ma al prezzo del totale snaturamento del movimento calcistico francese e dello sradicamento della squadra simbolo della capitale, trasformatasi nel divertissement degli sceicchi Al Thani, dalla sua storia agonistica.

Da Porta Nuova, dai balconi soprastanti i giardini imprigionati del Bosco Verticale, guardando in direzione ovest si può scorgere il quartiere di Portello, oltre cui fa capolino la struttura dello stadio di San Siro. La Scala del calcio, costretta nelle ultime stagioni a trasformarsi temporaneamente in teatro di provincia a causa delle alterne fortune agonistiche di Milan e Inter, è entrata negli ultimi mesi nell’orbita degli investitori cinesi, e mette in cantiere la ristrutturazione per poter finalmente tornare protagonista sulla scena internazionale. Dopo che Suning ha posto fine all’interregno di Erik Thohir e perfezionato l’acquisto della maggioranza delle quote nerazzurre, ora la dimissione dall’Ospedale San Raffaele di Silvio Berlusconi dopo la recente operazione cardiaca ha dato la definitiva accelerata alla trattativa che porterà al passaggio di proprietà del Milan a una cordata di imprenditori cinesi, rappresentati dai manager Sal Galatioto e Nicholas Gancikoff. Se sulle generalità di coloro che si avviano a chiudere la trentennale storia del Milan berlusconiano sussiste ancora un velo di mistero, data la riservatezza con cui le trattative sono state sinora condotte, l’acquisizione di due club tra i più rinomati a livello internazionale segna una nuova pietra miliare nel percorso di evoluzione della strategia di investimento cinese sui mercati occidentali. Il capitalismo di Stato della Repubblica Popolare, infatti, è trainato da figure legate a doppio filo con i vertici politici e direzionali del Partito Comunista al potere a Pechino, il cui assenso è fondamentale per l’avvio di acquisizioni massicce e interventi diretti su mercati esteri. La strategia d’espansione degli imprenditori della “Nazione di Mezzo” è al tempo stesso economica e politica: molto più organizzati degli omologhi arabi o qatarioti, focalizzati esclusivamente sulla redditività immediata, essi non muovono una pedina senza aver prima calcolato profondamente le conseguenze a lungo raggio della loro azione, consapevoli che essa sarà funzionale alla veicolazione di un messaggio non solo finanziario, ma anche economico e culturale. Che si tratti della negoziazione di forniture di gas da parte della Russia, dell’acquisizione di milioni di ettari di terra coltivabile in Kenya o Tanzania, dell’espansione del controllo sui titoli di Stato del Tesoro USA o dello sbarco nel calcio italiano, lo Stato e gli imprenditori cinesi portano ovunque con sé un messaggio ben preciso, testimoniano l’interesse di Pechino per un settore ritenuto fortemente strategico.

E così, dopo l’improvvisa accelerazione data dal locale campionato al tasso di crescita della propria competitività, letteralmente inflazionata da campagne acquisti faraoniche che hanno visto club cinesi fare incetta di talenti europei nelle ultime sessioni, il calcio torna nuovamente in prima fila nelle strategie imprenditoriali degli affaristi d’Oriente. La scelta di Milano come base di sbarco della Cina nel mondo calcistico europeo non è stata casuale, ma ha risposto ad esigenze e pensieri di natura tattica e strategica; per il primo versante, è sicuramente risultata decisiva la ridotta incidenza conosciuta sinora dagli investimenti stranieri nel calcio italiano praticamente monopolizzato (eccettuando InterRoma e Bologna) dalla figura dei presidenti-padroni fautori di strategie di controllo centralizzate, mentre considerando il secondo bisogna volgere uno sguardo più ampio, analizzando le relazioni sempre più strette tra Milano e la Cina. Sul capoluogo lombardo sono infatti indirizzate consistenti fette dei 15 miliardi di euro affluiti verso l’Italia dalle casse degli investitori cinesi, che ad oggi controllano oltre 300 imprese e partecipano di numerosi gruppi di primo piano quali Intesa San Paolo, Mediobanca, CDP Rieti. L’acquisizione di Milan e Inter rappresenta, in tal senso, il veicolo promozionale ideale per sponsorizzare e incrementare un giro d’affari voluminoso e in continua crescita. La strategia cinese differisce da quella qatariota proprio per la maggiore efficacia comunicativa: Milan e Inter sono simboli noti a livello globale, nonché depositari di un potenziale altamente espandibile in termini di marketing e immagine, e rappresentano una componente primaria della città di Milano, di cui sono diventati due dei simboli maggiormente riconoscibili. E così, mentre gli emiri e gli sceicchi collezionano palazzi e ville da piazzare a facoltosi acquirenti, la Cina edifica una strategia di lungo corso e i suoi imprenditori veicolano tanto i propri progetti lucrativi quanto l’immagine stessa del capitalismo della Repubblica Popolare. Le battute di Berlusconi di qualche settimana fa sulla vendita del club ai comunisti rappresentano un’uscita decisamente fuori luogo, se si analizza l’abilità con cui la Cina ha interiorizzato le lezioni del turbocapitalismo finanziario occidentale, traendone ispirazione per una sempre maggiore penetrazione economica che in futuro si rifletterà inevitabilmente sulla politica e la società.

Visibile da Porta Nuova è anche il quartiere prospiciente la stazione ferroviaria di Porta Garibaldi, reso celebre da strade rinomate come Corso Como e Via Moscova. Nei loro paraggi si estende la Chinatown milanese, un quartiere caratteristico estesosi attorno a via Paolo Sarpi nel quale la comunità di immigrati cinesi ha prodotto una commistione curiosa di genti, mestieri, odori e sapori divenuta parte integrante della città di Milano. Nei giorni, mesi e anni in cui la Cina si fa sempre più vicina all’Italia e a Milano, il nuovo volto del dragone d’Oriente che si mostra nelle nostre città è quanto di meno tradizionalmente cinese ci potrebbe essere, quanto di più distante dalla piccola enclave milanese. A Chinatown il profumo dei cibi tradizionali porta un retrogusto di zafferano e il progredire delle generazioni ha portato alla nascita di un esperanto unico dovuto alla commistione di mandarino e dialetto milanese, udibile nelle conversazioni tra gli abitanti del quartiere, per nulla dimentichi della lingua della nazione d’origine ma al tempo stesso divenuti oramai autenticamente di casa nella città di Sant’Ambrogio. La materializzazione dei capitali della Repubblica Popolare veicola il nome e l’immagine della Cina, ma quale dovremmo ritenere noi la manifestazione più autentica di un paese dalla storia millenaria, la genuina peculiarità degli abitanti di via Paolo Sarpi e dei dintorni oppure i manager e gli imprenditori che, dimostrando di esser diventati maestri nella competizione maggiormente occidentale per storia e tradizione, maneggiano con destrezza le logiche del turbocapitalismo contemporaneo?

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Calcio

DasPutin: la polizia inglese usa le maniere forti per non far andare gli hooligans ai Mondiali

Emanuele Sabatino

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La polizia si sta sfornzando nell’impresa di sequestrare i 58 passaporti rimanenti per essere sicuri che queste persone non siano abili di andare in Russia.

La Polizia inglese ha dichiarato che a più di 1200 hooligans con una storia passata di disordini da stadio è stato impedito, previo sequestro del passaporto, di viaggiare verso la Russia per seguire la nazionale allenata da Southgate che oggi scenderà in campo per la seconda partita del suo Mondiale contro Panama.

1312 sono stati gli individui costretti a consegnare il passaporto alle autorità locali inglesi. Di questi 1312, 1254 hanno portato il passaporto volontariamente, sono stati costretti a farlo o non lo avevano mai fatto in vita loro. Ne rimangano appunto 58 ancora da confiscare.

Unità supplementari di poliziotti verranno schierate ai porti navali per evitare che qualcuno possa tracciare itinerari alternativi per arrivare in Russia una volta lasciato il Regno Unito via mare. Il daspo calcistico in Inghilterra può durare sino a 10 anni è ha lo scopo di evitare agli hooligans di viaggiare per gli eventi sportivi internazionali. Eludere il daspo è ovviamente un reato e comporta una multa di 5000 sterline e 6 mesi di prigione. I passaporti sequestrati verranno riconsegnati ai legittimi proprietari dopo la fine della Coppa del Mondo prevista per il 15 luglio.

Secondo Scotland Yard  questa operazione ha permesso che tra i più di 10000 tifosi inglesi ora presenti in Russia la stragrande maggioranza siano persone oneste, genuine e giunte lì col solo scopo di tifare e godersi il torneo.

Nonostante questo però rimane la paura, ne avevamo parlato già qui, per l’incolumità dei tifosi inglesi, specialmente quelli omosessuali, dopo le minacce omofobe e razziste degli hooligans russi da sempre pieni di un sentimento anti-british. Già durante gli europei del 2016 le due tifoserie arrivarono a contatto e 5 tifosi inglesi rimasero gravi e altri 30 finirono all’ospedale anche se senza pericoli.

Una delegazione della polizia inglese, su richiesta proprio del paese ospitante, è andata in Russia per lavorare al fianco delle autorità locali e garantire la massima sicurezza agli ospiti inglesi.

 

 

 

 

 

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Calcio

Stadio della Roma: Se è corruzione impropria lo Stadio si fa (salvo che il Comune non ci abbia ripensato)

Simone Nastasi

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In questi giorni tutti hanno detto qualcosa sullo Stadio della Roma ma in pochi  sono riusciti a schiarirci le idee al riguardo. Per fare chiarezza sugli aspetti giuridici di tutta questa faccenda abbiamo intervistato uno dei massimi esperti di Diritto Amministrativo, l’Avvocato Gianluigi Pellegrino. Ecco cosa ci ha detto.

Partiamo da alcune sue recenti dichiarazioni. In una recente intervista alla Gazzetta, lei ha dichiarato che si è fatta confusione tra il piano penale e quello amministrativo. Perché?

Dovremmo sempre tutti avere a mente che non tutto ciò che è sbagliato è reato e non tutto ciò che è reato comporta che siano stati necessariamente assunti atti amministrativi illegittimi, atteso che esistono ipotesi di reato di pubblici funzionari pure gravi ma che non derivano da atti illegittimi. In particolare, nel nostro caso, da quanto è emerso dagli organi di stampa, ma bisognerebbe poi leggere le carte nel dettaglio, le ipotesi di corruzione che vengono contestate non sono volte ad ottenere assensi che altrimenti non era per legge possibile ottenere ma se mai per facilitare e accelerare atti comunque legittimi. Questo farebbe sì che si tratterebbe di corruzione impropria che ha una sua gravità, sia penale che sociale, ma presuppone la legittimità degli atti e che la procedura per l’approvazione dello Stadio sia illegittima: quindi in questo caso l’iter potrebbe proseguire a prescindere dal processo penale. Se invece le indagini penali manifestassero un’illegittimità degli atti amministrativi , l’amministrazione dovrebbe senz’altro valutare di ritirali. Un piano ancora diverso è poi quello della responsabilità politica. Il Sindaco Raggi non è certo colpevole di nulla se ha deciso di mettere una persona di sua fiducia nell’amministrazione di Acea e però se poi quel prescelto dovesse risultare che ha accettato regalie da terzi interessati a rapporti con il Comune allora c’è un evidente profilo di responsabilità politica e morale evidentissimo anche in capo al Sindaco. Tenere distinti i piani aiuta a capire e capire aiuta sempre.

In merito al reato configurato dai pm, tra gli altri anche la corruzione, lei ha fatto una distinzione tra propria ed impropria. Ci spiega la differenza?

Corruzione propria è quando si paga un pubblico funzionario  per ottenere una cosa contro legge: una concessione edilizia per costruire una casa dentro al Colosseo. Per Corruzione impropria, invece, si intende quando si paga il funzionario per ottenere un provvedimento che comunque si poteva o si doveva ottenere per legge. Pago quindi per agevolare o per evitare ostacoli. Commetto un reato ma gli atti non solo illegittimi.

In merito a questo, quali possono essere i rischi più concreti per l’iter burocratico?

Ormai il Comune, attraverso il Sindaco, che è stato sentito più volte, dovrebbe avere in mano tutti gli elementi  per capire cosa avrebbe scoperto la Procura. Se non ci sono illegittimità amministrative negli atti non esistono rischi amministrativi concreti sulla procedure per l’approvazione dello Stadio. Se poi il Comune ci vuole comunque ripensare, allora si torna sul piano politico amministrativo e non sul piano della legittimità.

Quindi l’iter amministrativo si blocca fino alla decisione del Giudice Penale?

Assolutamente no e sarebbe sbagliatissimo se fosse così. Bisognerebbe vedere quali sono le  imputazioni penali e a quel punto trarre responsabilmente le conseguenze. E’ necessario guardare il merito. Il fatto che ci sia un processo penale non vuol dire niente in sè. E’ importante capire cosa è contestato dal giudice penale e come è contestato. Perché se non è nemmeno contestato che gli atti siano illegittimi non c’è ragione di metterli in discussione dal punto di vista della legalità. Se poi si vogliono mettere in discussione per scelta politica ritorniamo al discorso di prima.

Da questa storia emerge ancora una volta il ricorso alla corruzione come strumento per velocizzare i processi amministrativi. La semplificazione normativa di cui tanto si parla, secondo Lei potrebbe essere una possibile soluzione al problema?

Basterebbe applicare le norme semplificatrici che già esistono come ad esempio quelle sulla Conferenza dei Servizi  che imporrebbero a tutti gli enti  di esprimersi su una istanza in modo rapido, chiaro e contestuale. E invece questa norma è una delle più violate ed eluse in Italia perché ciascuna amministrazione si riserva di rispondere a tempo proprio e alla fine le conferenze vengono sempre rinviate. Quindi più che di ennesime riforme e nuove leggi, basterebbe applicare davvero quelle esistenti.

Per chiudere, secondo Lei , la Roma quando avrà il suo Stadio?

Sappiamo che per opere così grosse, se ci sono emergenze o obiettivi tipo i mondiali, siamo un paese che riesce a lavorare rapidamente; ma solo sotto stress. In assenza  di emergenza invece abbiamo sempre procedure lunghe a volte infinite. La paura dell’inchiesta poi può fare il resto.

 

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Calcio

USA, Messico e Canada “United”per i Mondiali del 2026: se gli affari scavalcano i muri e la Politica

Massimiliano Guerra

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E’ ufficiale: gli Stati Uniti, Messico e Canada co-ospiteranno la Coppa del Mondo 2026. La candidatura unificata sotto il nome United, per l’appunto, ha ottenuto il trofeo più importante di tutti battendo la concorrenza del Marocco con una percentuale del 67% dei voti totali (l’Italia ha votato per il paese nordafricano). L’aspetto più importante è adesso quello di capire quale sia la ripartizione delle 80 partite totali: secondo quanto presentato al momento della candidatura dal trio oltreoceano, gli Stati Uniti ne ospiteranno 60 mentre il Messico e il Canada solo 10 a testa. Tante partite sì, perché quel Mondiale sarà formato da ben 48 squadre da 16 gruppi, vale a dire una vera e propria rivoluzione rispetto alle 32 squadre attuale. C’è però da capire però la ripartizione reale delle partite che si disputeranno: un gran vantaggio che hanno questi paesi è l’abbondanza di stadi che essi hanno sui loro territori. In effetti, anche con un totale di 80 partite da giocare, è chiaro che alcune partite verranno giocate anche in piccoli stadi di città non grandissime. Non è però da scartare l’idea che si possano costruire anche altre strutture in città che già ne hanno più di uno. C’è anche la necessità di trovare un meccanismo tale da garantire alle squadre di non fare lunghi viaggi, attraversando da est a Ovest gli Usa tra una partita e l’altra, nella prima parte del torneo. Ecco come oggi potrebbe essere suddiviso il calendario dei 16 gruppi:

Gruppo A: Los Angeles (due sedi)

Gruppo B: Phoenix e Las Vegas

Gruppo C: Miami e Orlando

Gruppo D: Washington, DC, e Philadelphia

Gruppo E: New York e Boston

Gruppo F: Seattle e Vancouver (due partite in Canada)

Gruppo G: San Diego e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo H: Toronto e Montreal (tre partite in Canada)

Gruppo I: Pasadena e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo J: San Jose e Santa Clara

Gruppo K: San Antonio e Dallas

Gruppo L: Città del Messico (due sedi; tre partite in Messico)

Gruppo M: Monterrey e Houston (due partite in Messico)

Gruppo N: Chicago e Detroit

Gruppo O: New York e Montreal (due giochi in Canada)

Gruppo P: Atlanta e Nashville.

Dopo la fase a gironi, il numero di partite e quindi di stadi necessari per ospitarle, sarebbe ridotto. Sulla base del modello proposto il Messico e il Canada potrebbero ospitare tre partite a testa nel primo turno ad eliminazione diretta a 32 squadre. Lo scenario più logico sarebbe quindi quello che vede la partita di apertura allo Stadio Azteca, che ha anche ospitato due finali della Coppa del Mondo nel 1970 e nel 1986, mentre la finale, sarebbe con tutta probabilità essere giocata a New York o a Los Angeles al Rose Bowl di Pasadena che ospitò l’atto finale tra Brasile ed Italia nel ‘94 con temperature infernali.

Come ha dichiarato il presidente della Us Soccer, Sunil Gulati“Le trattative per la spartizione delle partite non è stata facile perché tutti i paesi ne volevano di più, ma alla fine abbiamo trovato un accordo”. Un accordo quindi tra Stati Uniti, Messico e Canada (che diventa con Stati Uniti, Svezia e Germania, uno dei paesi ad aver organizzato sia un Mondiale maschile, sia uno Femminile) in un momento politico così delicato tra questi tre Stati è già una notizia. E’ stato proprio Gulati poi a darci una notizia ancora più importante e cioè come sia nato tutto con la benedizione del presidente Trump: “La candidatura dei tre paesi ha avuto il pieno sostegno del presidente anche se l’attacco al Messico è stato uno dei temi principali della sua campagna elettorale. I colloqui con il presidente, effettuati da un intermediario negli ultimi 30 giorni, hanno rivelato come il presidente abbia supportato e incoraggiato la collaborazione con il Messico. Certo ci sono  preoccupazioni circa l’arrivo di squadre e appassionati da tanti paesi del Mondo in relazione alle restrizioni in materia di immigrazione, ma siamo certi che troveremo una soluzione”.

Dunque Trump mentre da una parte minaccia il rafforzamento di muri divisori dal Messico e annuncia giri di vite sul tema dell’immigrazione, dall’altra combatte la guerra commerciale con il Canada, ma apre ad una collaborazione per organizzare una competizione che muoverà tantissima gente nell’arco di più di un mese. Un comportamento ambivalente, che però proprio Gulati spiega: “Una Coppa del Mondo in Nord America, con 60 partite negli Stati Uniti, sarebbe, di gran lunga, la Coppa del mondo di maggior successo nella storia della FIFA, in termini economici”. Ecco allora che si spiega tutto. Trump da uomo d’affari, prima che uomo politico, ha fiutato l’occasione per poter rilanciare l’economia statunitense nel lungo periodo e un affare da quasi “un miliardo di dollari”, non può essere buttato via così a cuor leggero. Quindi lo sport (supportato da un pesante aspetto economico) potrebbe in un modo o nell’altro abbattere le divisioni tra Stati e soprattutto mitigare le tensioni che in Nord America negli ultimi mesi si sono accumulate in maniera quasi sconsiderata. Sia a Nord che a Sud.

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