Quella raccontata oggi è una storia davvero emozionante. Una di quelle storie che sembrano scritte ad hoc da qualche novellista, ispirato, che tenta di toccare le corde più profonde dei cuori. Eppure, a volte la realtà supera la creatività di qualunque romanziere.

Il protagonista di questa storia si chiama Kyle Kuric. Kyle nasce a Evansville il 25 agosto 1989 e vive un’infanzia tranquilla in Indiana, con la madre infermiera e il padre neurochirurgo di origine slovacca. Fin da piccolo il basket gli scorre nelle vene, tant’è che dopo essersi diplomato con ottimi voti viene selezionato dai Louisville Cardinals. In NCAA trascorre 4 anni ricchi di soddisfazioni, culminati con il raggiungimento della Final Four del 2012. Oltre che nello sport, Kyle si impegna anche nel sociale, fondando la Kyle’s Korner for Kids, un’associazione che si occupa di procurare giocattoli ai bambini ricoverati in ospedali pediatrici.

Malgrado le ottime prestazioni a livello universitario, il livello NBA è però per lui troppo alto. Perciò nell’estate 2012 decide di trasferirsi in Spagna, nell’Estudiantes, per intraprendere la carriera da professionista. E dopo due anni nella squadra madrilena, nel 2014 si trasferisce al Gran Canaria di Las Palmas.

La sua vita procede a gonfie vele, accanto a Taraneh, una studentessa di odontoiatria che ha conosciuto quando giocava per i Cardinals e con cui si è sposato nel 2013. E nell’agosto 2015 arriva la gioia più grande: la nascita di due gemellini, Arsalan e Arshan, a coronamento di una vita che sembrerebbe perfetta.

Ma ecco, come fossimo in una fiaba, che la situazione iniziale viene brutalmente stravolta. Tutto comincia i primi di novembre a Vitoria, in occasione del match in trasferta del Gran Canaria contro il Laboral. Kyle dovrebbe scendere in campo, ma un’emicrania fortissima lo blocca e gli fa saltare la gara. La sera stessa la squadra parte alla volta di Barcellona, dove rimarrà per un paio di giorni prima di andare a Berlino per sfidare l’Alba in Eurocup. Ma il mal di testa continua a tormentarlo, imperterrito, tant’è che Kyle deve ricorrere a  una visita medica. Inizialmente sembra una normalissima emicrania, ma poi, sottoposto a risonanza magnetica, Kyle scopre la triste realtà: meningioma, un tumore cerebrale, che richiede un’operazione immediata.

Sconcertato, Kyle avvisa i familiari, la moglie accorre subito in ospedale con in  braccio i due piccoli. Kyle attende l’operazione con in braccio i suoi due figli, mentre l’angoscia lo divora. L’intervento è rischioso, non sa in che condizioni si troverà in seguito all’operazione.

Il 5 novembre Kyle viene sottoposto a due operazioni consecutive. Taraneh coi suoi 2 bimbi, i genitori, la squadra, la dirigenza e tutto il basket continentale si stringono attorno a Kyle, attendendo l’esito dell’intervento. Finchè non arriva il responso dei medici: operazione riuscita.

L’ala di Gran Canaria sta bene, il tumore è stato rimosso, ma ora per lui inizia un periodo di assoluto riposo. Di giocare a basket non se ne parla, deve restare a letto. La moglie gli sta sempre a fianco, supportata dalle mogli degli altri giocatori di Las Palmas, che si danno i turni per farle compagnia. Il 30 novembre Kyle va nuovamente sotto i ferri per la ricostruzione della volta cranica. E 10 giorni dopo viene finalmente dimesso. Può tornare a casa, l’incubo è finito.

Lieto fine? Non ancora. Perché Kyle ha ancora un obiettivo davanti a sé: tornare a giocare. Nessun cestista prima di lui è mai stato sottoposto ad un’operazione simile, quindi lui stesso non sa come risponderà il suo corpo. Eppure, coadiuvato da un’equipe di medici inizia a lavorare sodo per tornare a giocare col suo Las Palmas.

E il 24 dicembre arriva la conferma che tutti i suoi sforzi saranno più che ripagati. In 7000, assiepati sugli spalti, si alzano in piedi e accolgono il suo ingresso nel palazzetto con applausi scroscianti. 3 minuti di standing ovation, un calore difficilmente descrivibile. 

Con oltre 7000 sostenitori che fanno il tifo solo per lui, Kyle lavora senza posa. Finchè non riesce nell’impresa: il 10 aprile torna finalmente in campo. Malgrado la sconfitta interna con Valencia, gli 11 minuti che trascorre in campo segnano la sua personale vittoria e gli regalano un’emozione unica.

Lieto fine? Ancora no, Kyle non ha smesso con le sorprese. Perché si dà il caso che a settembre ci sia la Supercoppa spagnola. Ed è in questa manifestazione che Kuric consacra il suo ritorno sul parquet: non solo guida Gran Canaria alla vittoria della coppa contro pronostico, ma viene eletto MVP.

Un riconoscimento inaspettato e meritatissimo, dovuto a due prestazioni mostruose. La prima, in semifinale, contro il Laboral a Vitoria, là dove il male aveva mosso i primi passi. La seconda, in finale, contro il Barcellona in terra catalana, proprio lì dove la sua vita aveva rischiato di spegnersi. Semplici coincidenze? No, nella storia di Kyle Kuric c’è ben altro. Nella sua storia c’è la prova, tangibile, che si può vincere anche contro un destino beffardo.

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