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Storie dell'altro mondo

Kuba Blaszczykowski: dalla Polonia a Firenze per alzare le braccia al cielo

Andrea Corti

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Questa storia comincia in Polonia, nel 1985. Siamo a est della ‘cortina di ferro’, nel Paese del blocco sovietico che prima e più degli altri ha evidenziato una reale spinta al cambiamento incarnata dal noto sindacalista Lech Walesa, cui due anni prima è stato assegnato il premio Nobel per la Pace per quanto sta facendo con il suo Solidarnosc. Un pezzo importante di Polonia è anche a Roma, precisamente in Vaticano: Papa Wojtila dal soglio pontificio lavora alacremente per accelerare il processo di disgregazione dell’impero dell’URSS.

Nello stesso anno in cui a Mosca Gorbaciov viene eletto nuovo segretario del PCUS, a Truskolasy, paesino di duemila anime a circa 70 chilometri da Katowice, nasce Jakub Blaszczykowski. Nella famiglia del piccolo ‘Kuba’ il calcio è di casa: lo zio Jerzy Brzęczek è una vera promessa, e nel giro di poco tempo diventerà uno dei giocatori più importanti del Paese totalizzando a fine carriera 42 presenze in Nazionale.

Incoraggiato dallo zio, Kuba cresce con il pallone tra i piedi dimostrando da subito il suo talento. Ma all’età di 11 anni l’esistenza di Blaszczykowski è turbata per sempre dal gesto di follia del padre, che davanti ai suoi occhi accoltella a morte la madre.

“Quel giorno la mia vita è cambiata – dichiarerà anni dopo -, è stata stravolta, ma penso di aver acquisito molta forza. Ho affrontato tanti problemi nella vita che altre persone avrebbero potuto percepire come tragedie. Io invece so che qualunque cosa brutta accadrà non sarà mai paragonabile a quell’episodio. Per cinque giorni sono rimasto nel letto, immobile. Mi sono allontanato da tutti. Non ho mai perdonato mio padre: mi sono chiesto tante volte il perché di quel gesto, ma ora vado avanti”.

Blaszczykowski

Il piccolo Kuba e il fratello vengono affidati alla nonna materna, e grazie all’incoraggiamento dello zio dopo due mesi dal dramma torna a correre sui campi di calcio.

I sacrifici e la passione hanno la meglio anche su un inizio di carriera tra i ‘grandi’ non proprio folgorante, con un paio di annate nella quarta serie polacca nel KS Częstochowa. Nel 2005 il Wisla Cracovia, una delle squadre più importanti del Paese, si accorge di lui, e inizia l’ascesa di uno degli esterni d’attacco più interessanti proposti dal calcio europeo nell’ultimo decennio. Nel 2006 arriva l’esordio con la Nazionale maggiore, l’anno successivo la chiamata di uno dei club storici del calcio tedesco: il Borussia Dortmund. Ad accoglierlo al Westfalenstadion è Thomas Doll, all’epoca allenatore dei giallo neri, che con Kuba condivide l’origine nel blocco sovietico: l’ex centrocampista di Lazio e Bari è infatti nato nell’allora Germania Est, ed è stato tra i primi tedeschi orientali a indossare la maglia della Germania unita. Le cose al Borussia, però, non vanno bene ormai da tempo, e a fine stagione Doll lascia dopo aver ottenuto un deludente tredicesimo posto.

La musica cambia decisamente nell’estate del 2008, quando il club affida la squadra a Jurgen Klopp: sotto la guida del nuovo tecnico Kuba esplode definitivamente, diventando uno dei principali protagonisti della squadra che entusiasma gli appassionati di calcio per il suo gioco spumeggiante. Ma oltre a dare spettacolo la squadra di Lewandowski, Reus e Hummels sa anche vincere: arrivano due Meisterschale (il trofeo per chi si aggiudica la Bundesliga), una Coppa di Germania e tre Supercoppe, mentre la Champions League sfuma solo all’ultimo atto nella storica finale tutta tedesca di Londra con il Bayern Monaco.

Nel 2012 Blaszczykowski si fa notare anche con la maglia della Nazionale durante gli Europei disputati in casa: nel match contro la Russia realizza un gol bellissimo, e l’esultanza con le braccia al cielo per ricordare la madre commuove l’intero Vecchio Continente.
L’ultimo periodo a Dortmund del ‘Guerriero’ (come è stato ribattezzato) è tutt’altro che positivo, a causa di un grave infortunio al ginocchio che lo tiene fuori a lungo. In estate, complice anche l’addio di Klopp, la decisione di cambiare aria e accettare l’offerta della Fiorentina.

Nelle sue prime apparizioni in maglia viola Kuba sta dimostrando di essere tutt’altro che appagato: a trent’anni comincia un nuovo capitolo della carriera e della vita dell’ala polacca, che anche in Italia vuole continuare a indicare il cielo dopo aver gonfiato la rete.

 

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3 Commenti

3 Comments

  1. SILVANO

    dicembre 5, 2015 at 8:25 pm

    Da tifoso VIOLA vi ringrazio per la bella copertina,forza KUBA.

  2. Giancarlo

    dicembre 6, 2015 at 7:37 am

    Sono un tifoso del Dortmund anche grazie a Kuba, e questa sua storia personale me lo fa apprezzare ancora di più! Una dimostrazione vivente della forza umana, sia fisica che mentale, nel saper trasformare una tragedia in uno stimolo x fare meglio. Grande Kuba!

  3. Rocco54

    dicembre 6, 2015 at 11:45 am

    forza Kuba, indica ancora il cielo di Firenze, per te e per noi

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Calcio

Russia 2018: Vince la Svizzera, esulta il Kosovo

Ettore zanca

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La partita Serbia – Svizzera non sarebbe stata facile per loro tre.
Loro sono Behrami, Shaqiri e Granit Xhaka. Giocano nella nazionale svizzera ma hanno radici kosovare. Behrami e Shaqiri hanno avuto la storia meno cruenta dei tre. Se così si può dire. Entrambi fuggiti in Svizzera con le famiglie ai primi venti di guerra nella ex Jugoslavia nel 1991. Shaqiri pur legato molto alla Svizzera, è stato molto tentato di abbandonare la nazionale per giocare in quella kosovara, poi rinunciò per gratitudine a chi diede ospitalità alla sua famiglia.

La storia di Granit Xhaka è molto più affondata nella sua carne e in quella dei suoi familiari.
Le milizie serbe capitanate da Slobodan MIlosevic infatti, arrestarono il padre di Granit, accusato di essere un attivista delle cause kosovare. Condannato a sei anni, fu rilasciato dopo 3 anni e mezzo in cui fu torturato e percosso. Una volta fuori e prima che la situazione precipitasse, decise di scappare a Basilea. Dove nacquero Granit e suo fratello Taulant.

La curiosità è che mentre Granit difende i colori della Svizzera, suo fratello gioca per la nazionale albanese. Agli europei di due anni fa, la madre era allo stadio con una maglietta divisa in due parti per non fare torto a nessuno dei due. Granit dice di suo padre che è il suo idolo indiscusso, che però non gli ha mai raccontato tutto della prigionia, forse per risparmiargli il dolore.

Ieri sera la Svizzera ha vinto. Il gol della vittoria lo ha segnato Shaqiri, uno dei tre kosovari. Per completare la favola, occorreva che a pareggiare fosse l’uomo con la storia più affondata nella carne. Beh, indovinate un po’ chi ha fatto il gol del pareggio. Un gran bel gol tra l’altro.

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Calcio

Il senso di Lukaku per la vita

Ettore zanca

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In mezzo ad un mondo che si urla di tutto, le immagini edificanti sono ormai delle oasi da tenersi strette. Dopo la fine della partita vinta dal Belgio contro Panama, c’è stata una delle più belle immagini del mondiale, finora. E sono immagini che rimandano alla storia personale di uno dei due. Nella foto che vedete, ci sono il panamense Fidel Escobar e il belga Romelu Lukaku, in divisa rossa. Durante la partita se le sono date di santa ragione per arrivare prima sul pallone. Lukaku ha segnato una doppietta. Alla fine entrambi, comunque hanno pregato, una preghiera di ringraziamento, evidentemente, che al di là delle religioni di ognuno, Lukaku è cattolico, Escobar cristiano evangelico, fa rendere entrambi paghi per quello che hanno avuto. E non è poco. Ancora più raro è vederlo su un campo da calcio.

La storia personale di Lukaku poi, è di quelle da fame nera. Nato ad Anversa, quindi Belga di cittadinanza e non naturalizzato, ha cominciato a sgomitare la vita prima degli avversari. Se c’è un momento in cui si realizza di essere poveri, Romelu lo ricorda nitidamente, aveva sei anni e tornava a casa da scuola e vide dipinta sui volti della famiglia la disperazione. Erano senza nulla. I topi erano i suoi coinquilini, mangiavano pane con latte allungato con acqua.
Si faceva la doccia dentro una pentola e non aveva elettricità. Promise a se stesso che tutto sarebbe cambiato per lui e per la famiglia.

A undici anni sembrava già uno di diciotto, i genitori degli altri ragazzini stentavano a credere che avesse quell’età. A dodici anni andò dal tecnico dell’Anderlecht under 19, gli chiese di farlo giocare, quello gli rise in faccia, e Romelu disse: “facciamo così, tu mi fai giocare e io ti prometto di fare 25 gol in un anno, se perdo mi sbatti in panchina o mi cacci, se vinco, pulisci il pulmino della squadra e cucini i pancakes per tutti. A fine stagione mangiammo dei buonissimi pancakes”.

Da allora è stato il sostegno per tutta la famiglia. E conosce bene la fame, per questo lotta come un disperato per tutto il campo. E ha un mantra, che tanti dovrebbero ricordare: “non bisogna mai scherzare con chi ha lottato tra miseria e povertà sconfiggendo la fame”. 
No, c’è poco da scherzare, Romelu, con chi fa a gomitate prima di tutto col fato e lo abbatte. Poi preghiamo insieme, poi. A partita finita. E non importa chi ha vinto.

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Calcio

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Fabio Bandiera

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Il 22 Giugno 1986 durante in Mondiali in Messico Diego Armando Maradona segna il goal più famoso della Coppa del Mondo, smarcandosi tutta l’Inghilterra. Pochi minuti prima, però, ci fu l’indimenticabile “Mano de Dios”. Ecco come el Pibe racconta quel momento.

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

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