Questa storia comincia in Polonia, nel 1985. Siamo a est della ‘cortina di ferro’, nel Paese del blocco sovietico che prima e più degli altri ha evidenziato una reale spinta al cambiamento incarnata dal noto sindacalista Lech Walesa, cui due anni prima è stato assegnato il premio Nobel per la Pace per quanto sta facendo con il suo Solidarnosc. Un pezzo importante di Polonia è anche a Roma, precisamente in Vaticano: Papa Wojtila dal soglio pontificio lavora alacremente per accelerare il processo di disgregazione dell’impero dell’URSS.

Nello stesso anno in cui a Mosca Gorbaciov viene eletto nuovo segretario del PCUS, a Truskolasy, paesino di duemila anime a circa 70 chilometri da Katowice, nasce Jakub Blaszczykowski. Nella famiglia del piccolo ‘Kuba’ il calcio è di casa: lo zio Jerzy Brzęczek è una vera promessa, e nel giro di poco tempo diventerà uno dei giocatori più importanti del Paese totalizzando a fine carriera 42 presenze in Nazionale.

Incoraggiato dallo zio, Kuba cresce con il pallone tra i piedi dimostrando da subito il suo talento. Ma all’età di 11 anni l’esistenza di Blaszczykowski è turbata per sempre dal gesto di follia del padre, che davanti ai suoi occhi accoltella a morte la madre.

“Quel giorno la mia vita è cambiata – dichiarerà anni dopo -, è stata stravolta, ma penso di aver acquisito molta forza. Ho affrontato tanti problemi nella vita che altre persone avrebbero potuto percepire come tragedie. Io invece so che qualunque cosa brutta accadrà non sarà mai paragonabile a quell’episodio. Per cinque giorni sono rimasto nel letto, immobile. Mi sono allontanato da tutti. Non ho mai perdonato mio padre: mi sono chiesto tante volte il perché di quel gesto, ma ora vado avanti”.

Blaszczykowski

Il piccolo Kuba e il fratello vengono affidati alla nonna materna, e grazie all’incoraggiamento dello zio dopo due mesi dal dramma torna a correre sui campi di calcio.

I sacrifici e la passione hanno la meglio anche su un inizio di carriera tra i ‘grandi’ non proprio folgorante, con un paio di annate nella quarta serie polacca nel KS Częstochowa. Nel 2005 il Wisla Cracovia, una delle squadre più importanti del Paese, si accorge di lui, e inizia l’ascesa di uno degli esterni d’attacco più interessanti proposti dal calcio europeo nell’ultimo decennio. Nel 2006 arriva l’esordio con la Nazionale maggiore, l’anno successivo la chiamata di uno dei club storici del calcio tedesco: il Borussia Dortmund. Ad accoglierlo al Westfalenstadion è Thomas Doll, all’epoca allenatore dei giallo neri, che con Kuba condivide l’origine nel blocco sovietico: l’ex centrocampista di Lazio e Bari è infatti nato nell’allora Germania Est, ed è stato tra i primi tedeschi orientali a indossare la maglia della Germania unita. Le cose al Borussia, però, non vanno bene ormai da tempo, e a fine stagione Doll lascia dopo aver ottenuto un deludente tredicesimo posto.

La musica cambia decisamente nell’estate del 2008, quando il club affida la squadra a Jurgen Klopp: sotto la guida del nuovo tecnico Kuba esplode definitivamente, diventando uno dei principali protagonisti della squadra che entusiasma gli appassionati di calcio per il suo gioco spumeggiante. Ma oltre a dare spettacolo la squadra di Lewandowski, Reus e Hummels sa anche vincere: arrivano due Meisterschale (il trofeo per chi si aggiudica la Bundesliga), una Coppa di Germania e tre Supercoppe, mentre la Champions League sfuma solo all’ultimo atto nella storica finale tutta tedesca di Londra con il Bayern Monaco.

Nel 2012 Blaszczykowski si fa notare anche con la maglia della Nazionale durante gli Europei disputati in casa: nel match contro la Russia realizza un gol bellissimo, e l’esultanza con le braccia al cielo per ricordare la madre commuove l’intero Vecchio Continente.
L’ultimo periodo a Dortmund del ‘Guerriero’ (come è stato ribattezzato) è tutt’altro che positivo, a causa di un grave infortunio al ginocchio che lo tiene fuori a lungo. In estate, complice anche l’addio di Klopp, la decisione di cambiare aria e accettare l’offerta della Fiorentina.

Nelle sue prime apparizioni in maglia viola Kuba sta dimostrando di essere tutt’altro che appagato: a trent’anni comincia un nuovo capitolo della carriera e della vita dell’ala polacca, che anche in Italia vuole continuare a indicare il cielo dopo aver gonfiato la rete.

 

Close