A Montecarlo, Kimi Raikkonen avrebbe avuto comunque un motivo per essere soddisfatto perché, arrivando alle spalle del compagno di squadra Sebastian Vettel, è diventato il pilota col maggior numero di secondi e terzi posti nella storia della Formula-1. Sono infatti 66 le sue medaglie d’argento e di bronzo, una in più di Fernando Alonso, detentore del record a inizio stagione, e due di Michael Schumacher.

Se con ogni probabilità non addolcirà la sua amarezza per aver mancato quella vittoria che insegue da 83 gran premi (Melbourne 2013), la notizia è anche uno spunto per chiedersi che tipo di pilota sia il finlandese: un eterno piazzato o un intramontabile top driver?

Il titolo mondiale del 2007 (l’unico della sua carriera e della Ferrari post Schumacher) sarebbe più che sufficiente per liquidare il dibattito, ma sarebbe anche una risposta superficiale per comprendere a pieno la caratura del trentasettenne di Espoo, resa invece più chiara proprio col primato stabilito sulle stradine del Principato. Di quei 66 podi, infatti, 47 (cioè il 71,2%) sono arrivati con vetture che non erano le migliori del lotto. Con loro il finnico non ha quasi mai lottato per l’iride e, quando ci si è trovato, è stato più per la loro affidabilità che per le loro prestazioni. Come la McLaren del 2003, terza nel Costruttori dietro Ferrari e Williams, con la quale Iceman vinse solo in Malesia per ottenere poi nove podi che, complice un sistema di punteggio premiante più i piazzamenti che i primi posti, ne fecero il principale antagonista di Schumacher (autore di sei vittorie) fino all’ultima sfida.

In quella stagione, Raikkonen sfoggiò le qualità che hanno contraddistinto la sua carriera: tenacia, rispetto della meccanica, amministrazione delle gomme e capacità di estrarre il massimo dal mezzo a disposizione in ogni situazione. Come nel 2012 e nel 2013 quando, rientrato in F1 dopo un biennio nei rally, conquistò 13 podi in 37 gare (conditi da due successi) con la Lotus quarta forza del Circus. Oppure come nel 2009, quando tenne a galla con quattro podi e la meraviglia di Spa una Ferrari alle prese con una F60 non competitiva e l’incidente di Massa in Ungheria.

Su 258 gran premi disputati, soltanto all’esordio (2001, Sauber) e nel disgraziato 2014, non è comparso almeno una volta in stagione fra i primi tre. Un bilancio sinonimo di grande costanza sulla lunga distanza, avvalorato dai 45 giri più veloci in gara (secondo solo alla leggenda Schumacher) e in netta controtendenza con le pole-position (17), che certificano come non sia un purosangue della velocità, alla Hamilton per intenderci, ma un mezzofondista del volante, un Paavo Nurmi dei motori.

Tutt’altro discorso per Alonso, autore di 27 apparizioni ai lati del vincitore (media del 41,5%) quando tra le mani aveva auto di secondo piano (’03, ’04, ’08, ’09, ’14) o che, vedi la Ferrari del 2011 e del 2013 presi qui in esame, erano la seconda forza senza però mai davvero impensierire chi si sarebbe laureato campione. La media dell’asturiano è di poco superiore a quella di Schumacher (25 piazzamenti, 39%), ma il tedesco detiene il record di successi (91), quindi è normale vederlo indietro in questa classifica.

Proprio le sole 20 vittorie (media del 7.75%) spiegano come Raikkonen abbia disposto solo in tre casi di monoposto davvero competitive. Con esse ha trionfato 15 volte, aggiudicandosi un mondiale e mancandone un altro per fragilità del mezzo (McLaren, 2005) o per un suo calo motivazionale (Ferrari, 2008). Quasi a voler dire che, quando possiede una macchina in grado di vincere, sa bene come riuscirci.

Lecito dunque attendersi che a breve interrompa il suo digiuno, perché la SF70H è ottima. Certo, uno come Vettel al proprio fianco non aiuta perché, oltre a essere molto veloce in qualifica, il teutonico in corsa sfodera un pregio, la continuità nei ritmi elevati sul giro, che è anche il difetto del finlandese. Ma che ne rispecchia l’indole: mite e decisa, ma senza tuoni e fulmini. Perché Raikkonen è un fuoco regolare nella sua combustione. Nessuna vampata, però calore garantito.

A Maranello, devono averlo capito e hanno fatto bene a confermarlo per il 2017. Le sue capacità e la sua esperienza, coerentemente col personaggio, stanno progressivamente emergendo (vedi la pole di Monaco) e alla fine dell’anno potrebbero risultare fondamentali nell’economia del campionato.

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