Per una F1 in pausa con l’attività in pista dopo i test di Budapest, c’è una F1 che non va in vacanza. È quella delle riflessioni che, anche a power-unit spente, macinano comunque chilometri. In questo caso non di asfalto, ma di parole. E non per fare mente locale sulla stagione in corso quanto sull’evoluzione e la forma oggi assunta da questa disciplina che, a differenza del passato dove assomigliava a un insieme d’individualità la cui raccolta dei frutti del lavoro svolto era demandata e subordinata alle scelte e agli umori del pilota durante la gara, appare sempre più uno sport di squadra, dove più intelligenze, comprese quelle che stringono il volante fra le mani, operano in sinergia e sullo stesso piano.

Una dimostrazione di questa nuova tendenza l’hanno fornita, seppur con le rispettive differenze, gli attori protagonisti del campionato, Ferrari e Mercedes, proprio nel Gran Premio d’Ungheria. Per Maranello, giocare di squadra significa lavorare in funzione di un obiettivo comune: il titolo mondiale piloti. Così Vettel, arrivato all’Hungaroring con appena un punto di vantaggio su Hamilton, nonostante un problema allo sterzo, si è aggiudicato la quarta vittoria della stagione e ha consolidato il suo primato in classifica grazie al contributo decisivo di Raikkonen. Dal finlandese, un saggio di umana e sportiva grandezza. Pur essendo più veloce del compagno di squadra e affamato di un successo che gli manca dal 17 marzo 2013 (Gran Premio d’Australia), l’ha scortato fino al traguardo, proteggendolo da un’eventuale rimonta Mercedes e blindando una doppietta che ha rilanciato la Ferrari anche nel Campionato Costruttori. Kimi con Seb ha ricordato Villeneuve con Scheckter a Monza, nel 1979. Per Gilles era l’ultima occasione per rientrare in lotta per l’iride. Poteva vincere, quel giorno. Andava più forte di Jody. Ma non lo attaccò mai. Un po’ perché le disposizioni erano chiare – il pilota messo meglio in classifica nella seconda parte di campionato sarebbe stato aiutato dal compagno di colori – un po’, e tanto, per amicizia. Per lui era giusto fosse il sudafricano a vincere gara e titolo. Se lo meritava per la stagione disputata, lui avrebbe avuto altre occasioni. Rispetto al canadese, Raikkonen un mondiale l’ha vinto. Ma non per questo ha fatto da ombra al tedesco. Bensì perché – come testimoniano le sue parole a fine gara: “Deluso, ma contento per la squadra” – al Cavallino gli interessi collettivi al momento hanno la precedenza su quelli individuali.

Alla Mercedes, invece, giocare di squadra è più una filosofia. Da seguire ogniqualvolta si presenti l’occasione, indipendentemente dai vantaggi, o svantaggi, ricavabili in classifica. Toto Wolff è stato esplicito a fine gara nel commentare la restituzione della terza posizione di Hamilton a Bottas: “Questi sono i valori che ci hanno fatto vincere tre Mondiali […] Era la cosa giusta da fare, Bottas è ancora in lizza per vincere il campionato. Abbiamo avuto grandi discussioni nel box, ma alla fine abbiamo fatto la cosa giusta. Questo è il nostro spirito”. Dunque, nessuna meraviglia. Anche se l’inglese ha perso tre punti da Vettel. Nel cielo della Stella a tre punte pare governare la ragion pura: i piloti sono sullo stesso piano e non si viene meno alla parola data. Era stato promesso a Bottas che, se Hamilton non avesse sopravanzato Raikkonen, avrebbe riavuto il suo podio? E così è stato. Al primo posto, la coerenza. Anche a costo di non arrivare primi, magari proprio per tre punti, non disdegnando comunque un’occhiata a un’oggettiva situazione di classifica che legittima le ambizioni mondiali del finnico, presentatosi all’Hungaroring a ventitré punti da Vettel.

Infine, in una F1 sempre più sport di squadra, incide anche il fattore economico. Iper-tecnologiche, le corse odierne sono anche iper-costose. E per una scuderia una fetta degli introiti arriva anche dalla posizione finale nel Campionato Costruttori. Più che comprensibile, dunque, l’interesse a tagliare il traguardo con entrambe le macchine. E nella miglior posizione possibile. Nell’ultimo decennio lo sviluppo si è concentrato sull’affidabilità e un clima sano tra compagni di squadra fa sì che rendano al massimo, evitando zuffe famigliari che possano provocare al team, a fine stagione, perdite di svariati milioni di euro. I soldini, specie quando sono in palio e sono molti, piacciono a tanti, se non a tutti. E si studia ogni strategia, ovviamente lecita, per aggiudicarseli. Perché, parafrasando quel noto film, “that’s the F1, baby!”.