31.7 punti, 10.1 assist e 10.6 rimbalzi. Queste le stupefacenti medie che sta tenendo Russell Westbrook in questa Regular Season. Tripla doppia di media, roba che non si vedeva dai tempi di Oscar Robertson, nel lontano 1962. Il suo gioco potrà sembrare troppo individualista, le palle perse potranno apparire eccessive (5.5 di media a gara), le sue scelte durante le partite potranno sembrare spesso azzardate o insensate, però  è innegabile: sta riscrivendo una pagina di storia di questo sport.

Russell sa distinguersi, sempre e comunque. Se sul campo a parlare sono le sue giocate strepitose e il suo atletismo fuori dal comune, al di fuori si è fatto notare per il suo modo di vestire alquanto “pittoresco”. La sua grinta, la sua maniacale determinazione sul parquet, unite alla suo comportamento stravagante e a tratti borioso, lo hanno reso a tutti gli effetti un’icona. Anche se, a differenza della maggior parte delle star, Westbrook non solo non ama parlare di sé coi media, ma non era neanche intenzionato a diventare una star. Al contrario, per sua stessa ammissione fino al liceo era un “secchione”, passava ore e ore sui libri e progettava di andare a studiare a Stanford. Finchè qualcosa non gli ha fatto cambiare idea. E Russell stesso ci tiene a ricordare quel qualcosa che lo ha cambiato, profondamente. Come? Indossando, ogni singola partita, un braccialetto con la sigla KB3. Cosa significa?

Russ-KB3

 Torniamo indietro nel tempo, precisamente al 2002. Il giovane Westbrook, quattordicenne, è un ragazzino di un metro e settanta, gracile, che sa trattare bene la palla a spicchi. Gioca alla Leuzinger High School, a Lawndale, in California, senza però impressionare. Del resto, il suo talento è letteralmente oscurato da Khelcey Barrs III, suo coetaneo, che mostra delle doti atletiche e un talento spaventosi, al punto da essere già convocato in prima squadra contro ragazzi di 3 o 4 anni più grandi.

Tra Khelcey e Russell non c’è astio o acrimonia, ma solo una sana, genuina amicizia. I due vivono infatti sulla stessa via e sono migliori amici fin da bambini. Da sempre giocano sui campetti insieme e il loro sogno, un po’ utopico, è di approdare insieme a UCLA, l’università losangelina per eccellenza. Anche se lo strapotere di Kelchey sul parquet lo rende molto più promettente del giovane Russell.

Nel maggio 2004 il loro allenatore decide di portarli al Los Angeles Southwest College, dove si tiene un piccolo torneo in cui gareggiano anche atleti universitari. Il contesto ideale per valorizzare il talento dei 2 sedicenni. Barrs gioca una serie di partite a un livello pazzesco, conducendo di fatto la sua squadra in un filotto di vittorie. E un pomeriggio, terminata l’ennesima partita di assoluto strapotere sul campo, Khelcey si trattiene a chiacchierare con alcuni ragazzi, mentre Westbrook, sfinito, saluta tutti. E proprio a seguito dell’uscita di Russell, accade l’imprevedibile: Khelcey tutt’a un tratto accusa un forte dolore al petto, si accascia a terra, va in arresto cardiaco. Di lì a poco, la morte.

La diagnosi parlerà di cardiomegalia, ossia un accrescimento del cuore, la cui causa può derivare o da uno sforzo eccessivo o da una condizione congenita. Una disgrazia inimmaginabile, che stronca la vita di un sedicenne, dal futuro radioso.

Russell non ci crede, non può essere vero. Piange per il suo amico inseparabile, non riesce a capacitarsi di quanto sia successo.  Per supportare la famiglia Barrs in quel momento critico, si mette a disposizione, svolgendo tutte le mansioni che spettavano a Kelchey. Ma questo non basta, lui stesso si rende conto che il suo migliore amico merita di più. Una rabbia crescente inizia ad animare il sedicenne Westbrook. E’ l’inizio della metamorfosi.

 Per coronare il sogno suo e di Khelcey, Russell comincia a sfoderare una prestazione allucinante dietro l’altra. Sembra indemoniato. Quello che Barrs faceva sul campo, Westbrook lo riproduce, il tutto elevato al quadrato. Sembra di vedere 2 persone nel corpo di una sola, una mutazione stupefacente.

 Da lì, il resto è storia: l’approdo a UCLA, ad esaudire il loro desiderio comune, la scelta al Draft da parte di OKC con la quarta pick, il crescendo di stagione in stagione, fino alla definitiva consacrazione in questa Regular Season. Un cammino trionfale, che potrebbe concludersi con il premio MVP – Harden permettendo -. E chissà, magari in futuro con l’agognato titolo.

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E insieme al braccialetto con la sigla KB3 – portato ogni sera al polso in memoria di Khelcey -, Russell indossa anche un altro bracciale, con su la scritta “Why not?”. Questo negli anni è diventato il suo mantra. Un approccio, una visione che guida Russell fuori e dentro al campo, e lo rende incapace di arrendersi. Mosso non solo dalle sue ambizioni, ma anche dalla volontà di ricordare il suo migliore amico. Voglio che la gente sappia che Khelcey poteva essere il giocatore più forte del paese, e sarà sempre parte della mia vita”, queste le sue parole rilasciate anni fa. E ora, Russell mira al traguardo del suo amico fraterno, allo status di giocatore più forte di tutti. Non solo per se stesso, ma anche per Khelcey. E al di là dell’esito della sua battaglia personale, non possiamo che inchinarci davanti a Russell Westbrook.

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