Il 26 agosto Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, ha compiuto un gesto a dir poco eclatante: nel pre-gara contro i Green Bay Packers, durante l’esecuzione dell’inno americano ha deciso di restare in ginocchio, in disparte, invece di rimanere in piedi come i suoi compagni. Motivo? Manifestare il proprio sdegno nei confronti di una nazione che “opprime la gente di colore e le minoranze”.

A seguito del gesto di Kaepernick si sono susseguiti i commenti e le reazioni. Alcuni giocatori hanno imitato il suo atteggiamento o lo hanno fortemente sostenuto, chiedendo di discutere non sul modus operandi in sé, ma sul tema sollevato. Altri invece hanno lo duramente attaccato, trovando il suo gesto offensivo nei confronti degli Stati Uniti. Qualche tifoso ha addirittura bruciato la sua maglia per l’indignazione.

Il gesto ha avuto una tale visibilità da spingere all’intervento nientemeno che Donald Trump, candidato alla Casa Bianca, che ha commentato con un lapidario: “Forse dovrebbe trovarsi un paese che gli piace di più”. E in generale nell’ambiente NFL il comportamento di Kaepernick è stato pesantemente criticato, al punto che alcuni dirigenti – rimasti anonimi – lo hanno definito un “traditore della patria”.

Al contrario, nel mondo NBA sono state molte le voci favorevoli al gesto di Kaepernick. Draymond Green, ala forte di Golden State, su Twitter si è schierato a favore del nativo di Milwuakee e di Stephen Ross, proprietario dei Miami Dolphins, tra i pochi personaggi di spicco in NFL che ha fin da subito appoggiato la protesta a favore degli afroamericani.

Anche Victor Oladipo, shooting guard degli Oklahoma City Thunders, ha manifestato tutto il suo apprezzamento nei confronti di Kaepernick, dichiarandosi pronto a fare altrettanto anche sui parquet NBA. E in merito alla vicenda è intervenuto anche Stephen Curry, stella dei Warriors: “ Non tutti saranno d’accordo con quello che ha fatto, ma io amo il fatto che si sia esposto pubblicamente per qualcosa in cui crede. È sempre un bene porre l’attenzione sull’uguaglianza e sui diritti di tutti i cittadini USA”.

Non ha potuto esimersi dal dire la sua anche Nick Young, stravagante ala piccola dei Lakers: “Penso che la protesta di Kaepernick sia giusta. Se mi inginocchierò anche io? No, perché ho problemi alle ginocchia. Però potrei rimanere seduto durante l’inno”.  

Al di là dei modi, più o meno incisivi, di affrontare la vicenda, sembra chiaro come gran parte dell’ambiente NBA concordi col gesto di Kaepernick.  E’ forte la voglia di affrontare il tema dell’oppressione a danno dei neri e delle minoranze. Un tema che negli anni si è acceso sempre più e che rischia di infiammarsi nuovamente in questi giorni, a seguito della recente, tragica morte in Ohio del tredicenne afroamericano Tyree King, ucciso per errore da poliziotti bianchi che lo credevano invischiato in una rapina in banca.

Inginocchiarsi a terra durante l’inno americano diventerà una nuova, sferzante forma di protesta? E’ possibile, senza dubbio. L’importante è che un gesto simile non smarrisca il suo significato, non perda di vista il suo scopo reale. In parole povere, ciò che conta è che non diventi una moda. Per quello ci è più che bastata la dab dance,che negli ultimi mesi ha imperversato tanto in America quanto nel calcio europeo.

Per il resto, ben vengano tutte le manifestazioni di protesta, in NBA come in NFL, di quanti vorrebbero il rispetto, sacrosanto, dei diritti umani.

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