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Calcio

Juventus e Calciopoli, la Spada di Damocle della clausola compromissoria

Emanuele Cammaroto

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Riesplode la guerra tra la Juventus e Figc su Calciopoli e sullo sfondo spunta la “spada di Damocle” della clausola compromissoria, ennesimo capitolo controverso di una battaglia senza esclusione di colpi dove ancora una volta gli sportivi si dividono e si interrogano sulle conseguenze che potrebbe avere quest’altro ricorso annunciato al Consiglio di Stato e che fa seguito al mancato pronunciamento del Tar. Dal ricorso in cui Corso Galileo Ferraris (vanamente) aveva chiesto 444 milioni di danni alla federazione, si passa adesso ad una cifra attualizzata ancor più esorbitante: 581 milioni.
 
La nuova offensiva legale del club bianconero arriva nelle stesse ore in cui una sentenza della Corte d’Appello di Roma ha rigettato l’impugnazione proposta dalla Juventus per far revocare lo scudetto 2005-06 assegnato a tavolino all’Inter. A tal riguardo, la Corte d’Appello di Roma ha chiarito nelle sue motivazioni che la questione era competenza esclusiva degli organi sportivi in base al “principio di autonomia degli ordinamenti”. Secondo la Corte d’Appello, insomma, i giudici statali non possono “intervenire su materie riservate alla giustizia sportiva”.
 
La querelle sullo scudetto non è un buon segnale per il popolo juventino, tuttavia in questo momento rappresentava un capitolo a latere dell’impianto accusatorio verso la Figc sul quale si articola l’istanza di maxi-risarcimento. L’ultimo grado di giudizio della giustizia amministrativa è lo spartiacque destinato a scrivere la parola fine della contesa decennale. “Allo stato – fanno sapere da Torino -, i danni economici per lo Juventus Football Club s.p.a. derivati dai citati provvedimenti della Figc sono attuali e in itinere“, scrivono i legali della Juventus nel ricorso al Consiglio di Stato. Rispetto al 2011, abbiamo ricalcolato e la somma non dà più 444 milioni ma circa 140 in più, fino all’astronomica cifra di 581. C’è poi una distinta, nella quale si legge, tra l’altro: 31,6 milioni per perdita ricavi da gare, 24,3 milioni perdita ricavi sponsorizzazioni, 69 milioni perdita ricavi da diritti radiotelevisivi, 245,6 milioni perdita di valore del marchio Juventus, 57,6 milioni perdita valore giocatori, 85 milioni perdita di ricavi per ritardo nella costruzione dello stadio“. Incassato il “no” del Tar, la Juventus rischia di vedersi recapitare analogo verdetto dal Consiglio di Stato e c’è chi sostiene che il pericolo ulteriore sarebbe poi quello di una penalizzazione. Ma è davvero così? Dove sta il confine tra giurisprudenza e teoremi mediatici? Proviamo a fare chiarezza.
La violazione della cosiddetta clausola compromissoria, segnalata nello statuto Figc come “vincolo di giustizia” (art.30), si verifica nel momento in cui una società accusata di un qualunque illecito sportivo adisce la giustizia ordinaria nel corso di un processo sportivo. La Juve avrebbe potuto essere penalizzata, addirittura con la retrocessione nella categoria inferiore (secondo le pene prevista dallo statuto Figc), se nel corso dei vari gradi di giudizio sportivo si fosse rivolta al Tar tramite giudizio incidentale. In questo caso, la violazione sarebbe stata valida nel caso in cui la sentenza fosse stata sfavorevole alla Juventus, ovvero se il Tar avesse respinto il ricorso nel mentre del processo sportivo. In buona sostanza, la Juventus si è rivolta al Tar al termine del processo sportivo per avere risarcimento civile dei danni sofferti per la retrocessione in Serie B. In questo caso, quindi, si tratta di un richiesta di risarcimento per danno emergente e lucro cessante, dovuti alla retrocessione. L’ultima sentenza del Tar risulterebbe quindi estranea a un processo sportivo che ha già emesso i suoi verdetti, e ha respinto il ricorso perché lo stesso Tar si è riconosciuto “impossibilitato a pronunciarsi dopo le decisioni del collegio arbitrale”.
 
Il club bianconero potrebbe contare sulla legge 280 del 2003, che sostiene che “esauriti i gradi della giustizia sportiva e ferma restando la giurisdizione del giudice ordinario sui rapporti patrimoniali tra società, associazioni e atleti, ogni altra controversia avente ad oggetto atti del Comitato olimpico nazionale italiano o delle Federazioni sportive non riservata agli organi di giustizia dell’ordinamento sportivo ai sensi dell’articolo 2, è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo“.
 
Ma c’è un precedente che potrebbe destare serie preoccupazioni per la Juve: è quello del Pavia, nella passata stagione penalizzato in Lega Pro di due punti in classifica. Lo scorso maggio il Pavia venne punito dopo aver presentato una denuncia alla procura della Repubblica contro il proprio ex direttore generale Massimo Londrosi. Quella sanzione sportiva venne disposta nei confronti del club lombardo “per essere venuto meno al vincolo di giustizia sportiva (“più in particolare, per avere sottoscritto e presentato in data 24 luglio 2015 alla Procura della Repubblica di Pavia, per il tramite della Questura di Pavia, un atto di denuncia – querela nei confronti del signor Londrosi, senza avere preventivamente richiesto ai competenti Organi Federali, né tanto meno ottenuto, l’autorizzazione al ricorso alla giurisdizione statale in deroga al vincolo di giustizia sportiva“)”.
 
L’art. 15 del Codice di Giustizia Sportiva riporta, tra le sanzioni correlate alla violazione del citato art. 30 dello Statuto Figc una “penalizzazione di almeno tre punti in classifica per le società“. Ma viene pure riportato che “nel caso di ricorso all’autorità giudiziaria da parte di società e tesserati avverso provvedimenti federali in materie riservate agli Organi della giustizia sportiva o devolute all’arbitrato, si applicano le sanzioni previste, nella misura del doppio“. Non ci sarebbe solo un eventuale penalizzazione in Serie A, dai 3 ai 6 punti (diminuiti in caso di patteggiamento), a turbare il sonno della Juventus. La società in una eventualità rischierebbe soprattutto fuori dai confini nazionali, dove la Fifa minaccia di prendere provvedimenti verso i club che assumono questo atteggiamento.  In alcuni casi la Fifa ha sospeso da ogni attività paesi come la Grecia, l’Azerbaijan, il Guatemala ed il Kenyaa causa delle ingerenze del mondo politico nelle rispettive federazioni, poiché la Fifa ha ritenuto violato il principio dell’autonomia dello sport“.
 
Morale della favola: l’impressione è che anche stavolta il nuovo ricorso della Juventus equivalga ad un Everest da scalare a mani nude, così come altrettanto difficilmente verranno applicate in ogni caso sanzioni estreme come penalizzazione o retrocessione per un’eventuale violazione della clausula compromissoria.

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31 Commenti

31 Comments

  1. carmine erra

    novembre 25, 2016 at 1:41 pm

    Un articolo equilibrato e documentato. Con la presa d’atto della prescrizione dei torti interisti la giustizia sportiva ha dimostrato di AVER VOLUTO guardare solo in direzione Torino, perdendo ogni minima forma di credibilità ed affidabilità. Ben venga il ricorso al Consiglio di Stato auspicando un esito positivo della vicenda.

  2. kosta

    novembre 25, 2016 at 2:01 pm

    Un potere che viene da molto lontano nel tempo sia politico sociale che sportivo sono anni che questo potere trae vantaggi dallo stato, cioè dal popolo italiano tutto . prima i nonni poi i padri dopo nipoti e figli basta non se ne può più di questa arroganza prima rubavano col consenso del potere di tutta la stampa lecchina e suddita tutte le radio le televisioni opinionisti che si otturavano il naso per non sentire l’odore di sterco e dicendo che sentivano aria fresca e profumi poi anche quando questa lobby è stata smascherata hanno continuato nel dire che non era nulla di grave e di compromettente inchinandosi al potere SABAUDO ( o quasi ,fuggiti padroni assoluti di R.C.S.) poi sono tutti

  3. benito

    novembre 25, 2016 at 4:21 pm

    nel caso venisse inflitta tale sanzione sarebbe una goduria inestimabile per l’autore dell’articolo e del direttore Travaglio al quale chiederei che torto ha subito dalla Juve per odiarla tanto e pensare che era, a suo dire, gran tifoso della Juve

    • Fracesco

      dicembre 1, 2016 at 3:14 pm

      Il fatto è un giornale che sta ai fatti e Travaglio un giornalista della scuola di Montanelli, come può pensare che venga meno ai propri principi in cambio di una ridicola fede calcistica.

    • maurizio venezia

      dicembre 2, 2016 at 7:05 pm

      E’ un tifoso onesto e in base ai fatti QUELLI VERI NON QUELLI DI MOGGI SI VERGOGAN E BASTA DI QUELLO CHE HA FATTO MOGGI E LA IUVE

  4. Matteo

    novembre 25, 2016 at 4:27 pm

    Scusami Benito ma dove hai letto frasi d’odio nei confronti della juve in questo articolo? ma lo hai letto? probabilmente no. Mi sembra un pezzo che riassume semplicemente la situazione, senza schierarsi in nessuna delle due posizioni. Lo dico da tifoso Juventino. Saluti

    • LDT

      novembre 28, 2016 at 1:19 pm

      Matteo, ma se paragonano questa vicenda alle ingerenze politiche in Kenya e Guatemala di cosa parliamo? Poteva chiudere l’articolo con “Abbasso la Juve” sarebbe stato più equilibrato.

  5. Angelo Iannaccone

    novembre 25, 2016 at 5:10 pm

    Desta molta perplessità la vicenda del Pavia, in quanto la autonomia dell’ Ordinamento Sportivo, in forza di clausola compromissoria, può valere par gli aspetti civilistici oltre che sportivi, ma per le questioni di natura penale una norma sportiva, che avesse la pretesa di derogare alle norme penali, dovrebbe ritenersi senz’altro illegittima e quindi nulla.

  6. Piergiorgio

    novembre 26, 2016 at 12:46 am

    Visto che Bettega, Giraudo e Moggi erano angioletti innocenti mi piacerebbe davvero sapere per quale ragione la Juventus li ha cacciati.

  7. il Conte rosso

    novembre 26, 2016 at 2:55 pm

    Savoia Agnelli e gobbi non conoscono la vergogna
    Torino come Ekatringburg

  8. Giuseppe

    novembre 26, 2016 at 7:58 pm

    Questo succede solo in Italia, che il ladro ruba, viene punito con il minimo della pena e quando esce chiede il risarcimento…Se fosse successo in un paese serio c’era direttamente la radiazione per tutti, visto che proprio Agnelli disse che Moggi era il male necessario.

    • Fabio

      novembre 28, 2016 at 8:42 am

      Forse non hai seguito gli atti e i successivi sviluppi del “processo”. Al più grande ladro (relazione g.s. del 2011), hanno assegnato uno scudetto……..Piuttosto è singolare che in Italia nessuno ci metta la faccia per decidere e si rinvia tutto…….

  9. Alex D

    novembre 27, 2016 at 9:10 am

    Se la Juve ha adito la giustizia extrasportiva solo dopo aver adito ogni organo della giustizia sportiva – come scrivete in questo articolo – non c’è alcuna violazione della clausola compromissoria. Allora non si capisce cosa c’entri questo precedente del Pavia. Tra l’altro non mi risulta che la FIGC abbia mai agitato lo spettro della clausola compromissoria , neanche davanti al rischio – remoto – di dover pagare mega risarcimento.

    • paolo

      novembre 29, 2016 at 8:46 am

      non sono avvocato ma per quel che ne capisco io ho fatto esattamente la stessa considerazione

  10. Brazov

    novembre 27, 2016 at 10:01 am

    Al di là del tifo, la clausola compromissoria esiste in tutte le federazioni sportive (che io sappia) , se non ti adegui alla giustizia sportiva della federazione e ti rivolgi alla giustizia ordinaria, sei fuori dalla federazione stessa.
    Del resto provate a fare causa al Vs datore di lavoro e vedete se riuscite a conservare il posto di lavoro.

  11. Polpo

    novembre 27, 2016 at 10:49 am

    Scusa Giuseppe: rubato che cosa, di grazia?
    In un processo dove hanno occultato la maggior parte delle telefonate e da dove è emerso che l’unico arbitro coinvolto aveva arbitrato solo una volta la Juve (e che aveva perso) e dove i sorteggi non erano truccati.
    Una relazione di Palazzi su un altra squadra da dove emerge che hanno fatto di peggio ma che orami è prescritta, però le danno uno scudetto.
    Poi se vuoi fare il tifoso va bene, basta dirlo prima.

    • moviemaniac

      novembre 28, 2016 at 11:21 pm

      Ma tu cosa hai letto di tutte le sentenze? E le condanne passate in giudicato di Giraudo e Moggi cosa sono? Il negazionismo applicato allo sport. Lasciamo perdere i perdazzurri e le loro malefatte. La Juve per mano dei suo i dirigenti a fatto il bello e il cattivo tempo, e la JUVE ha detto in tribunale sportivo “una retrocessione in serie B con una forte penalizzazione ci sembrerebbe una pena congrua”. E’ stata la Juve a calarsi le braghe per evitare il peggio. Altre società per molto meno sono state sbattute tra i dilettanti.

  12. obermann

    novembre 27, 2016 at 1:54 pm

    I fatti portati alla nostra conoscenza dai verdetti della giustizia sportiva, di quella penale e di quella civile dovrebbero indurre i vertici della Juve ad un maggiore prudenza, a tenere un profilo più basso, a cercare di far dimenticare le malefatte di quel triste periodo ed invece….

  13. DOMI

    novembre 27, 2016 at 9:45 pm

    Io vorrei solo avere spazio fra questi commenti per poter chiedere scusa allo sport, a nome mio esclusivo.

  14. nessun copy

    novembre 28, 2016 at 11:29 am

    la juve vuol rifarsi l’immagine e cercando di rifarsela chiede pure i soldi
    supponiamo che quello che ha fatto la juve lo avesse fatto una squadra tipo Bari Foggia Palermo ecc.ecc.
    cosa sarebbe capitato
    la signora è già stata salvata mandandola solo in B ma i danni creati alle altre società chi li conteggerà mai?

  15. dragobertus (IT1)

    novembre 29, 2016 at 4:32 am

    Non ricordo che il Milan e la Lazio siano andate in serie B. O no?

  16. kb

    novembre 29, 2016 at 9:08 am

    un articolo sulla Juventus nella rubrica “Io gioco pulito” è un bellissimo ossimoro; fq, grazie per i trenta secondi di ilarità.

  17. Francesco

    novembre 29, 2016 at 10:16 am

    Egregio Emanuele, evitando di trovarmi al centro di sterili polemiche da commentatori-tifosi, che nulla di tecnico hanno da apportare al tema, mi piacerebbe segnalarLe alcuni passaggi del Suo articolo che, secondo il sottoscritto, presentano delle imprecisioni tecniche e che, pertanto, potrebbero portare a conclusioni differenti. Come già accaduto con il suo “collega” di blog Simone Nastasi, quindi, mi piacerebbe scriverLe in privato le mie riflessioni.

    Cordiali saluti,
    Francesco

  18. empireo

    novembre 29, 2016 at 10:28 pm

    Mi fanno ridere le richieste di risarcimento della Juve. Mi piacerebbe invece andare a controllare i loro bilanci. Hanno sempre speso patrimoni inarrivabili per qualsiasi altra società calcistica, non ultima la recente campagna acquisti, dove, se è vero che hanno venduto un giocatore per 120 mln è pur vero che ne hanno comprato uno a 95 mln e altri 5 con analoghe somme. Hanno almeno 2 squadre 2 di fuoriclasse da livelli internazionali, hanno speso somme ingenti, anche se poi la proprietà ha fissato sedi estere per holding organizzative e finanziarie (non parliamo degli stabilimenti produttivi…). Tutto ciò per sottrarsi al pagamento delle tasse. Ricordo che i Maradona e le Loren sono stati sottoposti a misure cautelari, mentre gli Agnelli in Italia ci vivono da evasori nababbi. Questo la dice lunga sulla credibilità dei personaggi. Quanto al lato puramente sportivo, siamo in molti a ritenere che la sudditanza degli arbitri non sia retaggio del passato e che si attui ancora oggi. Inoltre sono 6 anni che gli stessi giocatori fanno gare correndo per 95 minuti senza il calo fisico che aggredisce gli altri umani atleti, quasi che non si generasse l’acido lattico fisiologico nelle persone e negli atleti normali. Zeman aveva lanciato un allarme che è stato lasciato cadere circa gli abusi di pratiche non ortodosse (mi limito a tale eufemismo). Tutte ragioni per ritenere che questa società abbia molti scheletri nell’armadio e finga di fare voce grossa e vittimismo ipocrita, magari al solo scopo di allontanare seri e doverosi accertamenti analitici sulla legalità della propria organizzazione e gestione.

  19. Pierfrancesco

    dicembre 1, 2016 at 2:05 pm

    Ma c’è ancora gente che sproloquia di “Inter graziata dalla prescrizione”, di che vogliamo parlare?

  20. Cristian

    dicembre 1, 2016 at 9:26 pm

    ?????

  21. Piergiorgio

    dicembre 2, 2016 at 12:33 am

    A TO tutti sanno che almeno la metà degli scudetti della Juve sono stati comprati (e pure la prima coppa dei campioni regalata da un arbitro corrotto che ha assegnato alla gobba un penalty per un fallo compiuto dieci metri fuori dell’area di rigore). Nessuno ricorda i due scudetti rubati al Parma di Ancelotti sui quali la RAI ha perfino mandato in onda un servizio speciale? Per gli Agnelli, padroni dell’Italia per almeno un secolo, rubare scudetti è stato facile come per un monello sottrarre caramelle ad una vecchietta cieca.

  22. riccardo

    dicembre 2, 2016 at 5:06 pm

    Forse il ricorso è un idea di Lapo,,,

  23. lovre51

    dicembre 3, 2016 at 1:42 am

    Forse dovresti comperare un metro attuale,oltreche’ un televisore a colori

  24. Marco stamazza

    Marco Stamazza

    dicembre 4, 2016 at 9:59 am

    Ma roba che dovrebbero essere loro a risarcire gli altri club per manacati guadagni dovuti alle partite perse grazie a Moggi. Glieli ridessero gli scudetti, se sono contenti cosi’. Che squallore, non hanno mai ammesso che Moggi, Bettega e compagnia bella hanno fatto qualcosa di sbagliato. Un’arroganza resa possibile solo da una giustizia fallimentare.

  25. Moggi santo

    dicembre 22, 2016 at 3:59 pm

    Quando capirete che la prescrizione dell’Inter è una farsa sarà sempre troppo tardi. La prescrizione viene decretata con una sentenza, non con una relazione di colui che non è stato preso in considerazione da nessuno. Se palazzi fosse stato preso in considerazione ricordo che qualcuno sarebbe finito in C1 o più giù ed altri in B. Ricordo anche che nel preambolo della famosa relazione palazzi fece pure riferimento al fatto che nessun comportamento fosse paragonabile a quelli dei dirigenti bianconeri. Ma di che si parla?

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Calcio

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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