Abbiamo avuto il piacere di intervistare Julio Velasco, che sarà presente al Leadership Day organizzato da Performance & Strategies a Milano il prossimo 17 febbraio per raccontare ai partecipanti le sue esperienze di manager e uomo di sport. Ne è emersa una conversazione a 360 gradi, nella quale l’ex tecnico della nazionale di pallavolo ha espresso il suo punto di vista su gioco di squadra, leadership, amore per il calcio e per gli altri sport, numerosi, che ha praticato.

Julio Velasco quando ha deciso di mettere a disposizione degli altri le esperienze maturate come coach di successo?

Le prime volte è stato alla fine degli anni ottanta: all’epoca allenavo la Panini e mi venne chiesto di parlare con un manager dell’azienda, che poi andò a lavorare altrove. L’esperienza gli era piaciuta e così mi presentò ai suoi nuovi responsabili. E così via fino a diventare un secondo lavoro. Voglio precisare che io non faccio formazione per manager perché non ho mai lavorato in un’azienda e a me non piacciono le persone che insegnano cose che non hanno mai fatto. Quello che io propongo è una riflessione sullo sport, sul gioco di squadra, sulla motivazione, in base a quella che è stata la mia esperienza. Non mi permetterei mai di dare dei giudizi assoluti su come vanno fatte le cose.

Come è possibile mettere a frutto nel mondo delle aziende le esperienze vissute come allenatore sportivo?

Questo è qualcosa a cui devono pensare i manager che lavorano nelle aziende. Questa è la prima cosa che io chiarisco a chi mi ingaggia: (ridendo) se quello che dico non c’entra niente con la vostra vita, non è una mia responsabilità! Chi mi ha invitato, che sia un amministratore delegato, un direttore generale o del personale, prenderà spunto dalla mia testimonianza e vedrà come declinarla al meglio nel suo contesto lavorativo. Io credo molto nella specificità delle cose, nell’esperienza e, soprattutto, nel lavoro quotidiano. Non possiamo pensare che una sola conferenza possa cambiare le cose: come dicevo prima, è uno spunto sul quale poi andare a lavorare ogni giorno. Amo dire sempre che il gioco di squadra è un metodo: si può anche scegliere di non attuarlo ma se lo si sceglie ha delle regole che tutti gli sport hanno sviluppato in modo quasi inconsapevole. Il mondo delle aziende a volte confonde, credendo che il gioco di squadra sia volersi bene e tirare tutti dalla stessa parte. In realtà non è così. Lo sport non vive né di gente che si ama né che tira dalla stessa parte ma solo di persone che giocano in un certo modo: giocano di squadra. Si fa confusione anche quando si dice che si vince perché si gioca di squadra: anche chi perde gioca di squadra, solo che lo fa meno bene.



Per far funzionare una squadra c’è bisogno di un leader. Quali sono le difficoltà maggiori che un leader può incontrare per essere ascoltato dalla sua squadra?

La prima cosa che un leader deve possedere è sapere dove deve guidare, dove vuole andare, al di là delle doti carismatiche che può avere in maniera più o meno spontanea. La seconda è come intende raggiungere il suo obiettivo, pertanto deve sapere molto di ciò di cui parla: questa è la prima cosa che chi risponde a un capo osserva, vuole capire se sa. Sapere non vuol dire, poi, avere molte informazioni. Io amo citare una frase di Borges che diceva: la cultura è quello che rimane dopo aver dimenticato tutte le informazioni. La conoscenza è un po’ questo. Se io mi devo relazionare con dei giocatori di pallavolo, devo sapere molto di pallavolo. La gente se ne accorge, capisce se uno “la sa lunga”… Secondo me queste cose vengono prima di tutto: sapere dove andare, come farlo e quindi sapere molto di ciò di cui si parla.

Quanto conta l’ambizione in un leader? Possono esistere leader poco ambiziosi?

Secondo me ci possono essere leader di tutti i tipi, non esiste un paradigma del leader. La leadership deriva da tante cose: personalità, ambizione, modo in cui si fanno le cose. Nello sport come in altri campi ci sono leader di ogni tipo per cui io non credo che le persone debbano puntare a seguire un modello predefinito di leadership. La cosa importante è essere se stessi, rispettare le proprie caratteristiche personali e sulla base di queste sviluppare una leadership che tenga conto di certi principi senza andare a violentare le proprie caratteristiche.

Mi piacerebbe adesso passare a trattare temi più strettamente sportivi. Lei non è stato solo l’allenatore della nazionale di pallavolo italiana più forte di sempre ma ha lavorato come dirigente anche nel mondo del calcio. Che differenze ci sono tra i due ambienti, al netto del diverso giro d’affari?

In realtà è proprio il giro d’affari che fa la differenza e, come conseguenza, porta un’attenzione al mondo del calcio che è ovunque e che determina una pressione che è completamente diversa da qualunque altro sport. Non ci sono persone diverse dagli altri sport nel mondo del calcio: c’è una situazione che è diversa. Si può avere l’impressione che i calciatori siano personaggi inarrivabili: in realtà sono solo dei ragazzi che fanno quella professione semplicemente perché gli piace giocare a calcio. Guadagnano cifre importanti perché il mondo si è sviluppato in questo modo ma sono convinto che se il calcio comportasse gli stipendi che si guadagnano giocando a pallamano o a pallavolo, continuerebbero a giocare a calcio lo stesso. I calciatori, rispetto ad altri professionisti dello sport, devono gestire situazioni molto più complesse: alta esposizione mediatica, contratti, fama. Tutto questo determina la necessità di affrontare delle circostanze che non sono affatto semplici. Il mondo del calcio è un ambiente che io rispetto molto perché sono pienamente consapevole delle difficoltà che comporta gestirlo, che tu sia un presidente, un dirigente, un allenatore o un calciatore.

Come venne accolto lei da un mondo, quello del calcio, che sembra essere piuttosto impermeabile alle contaminazioni di esperienze provenienti dal suo esterno?

Non è vero che il mondo del calcio sia impermeabile alle contaminazioni provenienti dall’esterno, anzi, credo che negli ultimi anni si sia aperto moltissimo. Penso che sia normale che chi nel calcio non ha mai lavorato non possa essere accolto come qualcuno che c’è sempre stato. Ma è la stessa cosa che avviene nella pallavolo o in un altro ambiente di lavoro. Se un manager proveniente dalla Apple o dalla Sony arriva in un giornale, credo che sia normale che chi sta da tempo in quel giornale si chieda se il manager è capace di fare qualcosa. Questo è del tutto naturale. Credo che ogni ambiente nutra delle perplessità nei confronti di persone che provengono dal suo esterno. Il calcio, in realtà, è un ambiente che si adatta moltissimo sia per incorporare gente a lavorare che per confrontarsi.

Le sarebbe piaciuto allenare una squadra di calcio?

A me sarebbe piaciuto giocare col numero dieci nell’Estudiantes de la Plata! Come dico sempre, siamo al novantotto per cento calciatori frustrati: volevamo giocare a calcio e non ci siamo riusciti e quindi ci siamo orientati verso un altro sport. A dire il vero, comunque, non invidio gli allenatori di calcio: credo che sia un mestiere difficilissimo. 

E’ inutile quindi che le chieda se è meglio giocare o allenare…

Non c’è dubbio. Io credo che tutto sia inversamente proporzionale alla distanza dal campo: la cosa migliore è giocare, poi viene allenare, stare nello staff tecnico e fare il dirigente. Il più distante dal campo è il tifoso. Il tifoso soffre e io lo so perché sono tifoso della mia squadra: quando ero bambino e perdevamo il derby, il lunedì non volevo andare a scuola. Il tifoso durante la partita soffre perché non può fare niente se non, quando è allo stadio, urlare. Se vede la partita in televisione è ancora peggio. L’allenatore può fare qualcosa: decidere un cambio, dare un’indicazione. Se sono un giocatore posso influire ancora di più. Se sono il presidente posso influire con la strategia societaria ma il giorno della partita non posso fare nulla e soffro anche io.   

Come nacque la sua passione per lo sport?

In modo naturale. Io prima giocavo a calcio dalla mattina alla sera, poi ho fatto altri sport. Spesso si arriva a decidere più per il gruppo nel quale ci si trova meglio che per lo sport in sé, almeno quando si è molto giovani. Mi piace l’atletica, mi piace ovviamente il calcio, il rugby. Mi piace vederli ma mi piaceva anche giocarli. 

Lo sport viene vissuto solo come un lavoro ben remunerato o la passione che suscita nel momento in cui ci si avvicina ad esso rimane viva anche nei momenti in cui si è arrivati al top?  

No, la passione non si dimentica. Sicuramente nel mio caso ma credo che sia un discorso che vale per chiunque. Certo, quando lo sport diventa un lavoro subentrano i problemi legati al lavoro ma questo succede anche a un musicista quando diventa professionista e deve fare i contratti, litigare per le commissioni, succede allo scrittore quando deve trattare con la casa editrice. Però credo che lo sport, come la musica e l’arte, sono attività privilegiate che ti permettono di vivere di una cosa che ti piaceva da giovane. Semmai il problema grosso è per i giocatori che adesso, grazie alla medicina e alle metodiche di allenamento, smettono di giocare molto tardi, tra i trentacinque e i quaranta anni: si è molto avanti per cominciare una nuova attività ma si è troppo giovani per non fare niente, al di là della situazione economica. La gente a volte questo non lo capisce, dice: eh ma Cristiano Ronaldo guadagna un sacco di soldi… ma poi Cristiano Ronaldo cosa fa quando smette di giocare? Nel primo anno potrà godersi i soldi, poi cosa farà nei successivi quarant’anni della sua vita? Se non ci si riesce ad inserire nello sport che si è fatto, se non si diventa allenatori o dirigenti, avendo quindi la possibilità di rimanere nel proprio ambiente, è molto difficile questa fase per un giocatore, anche se è arrivato ai massimi livelli. Per gli allenatori è diverso, perché più o meno si smette di allenare nell’età in cui tutti vanno in pensione.         

E’ stato il problema che ha vissuto in maniera evidente Totti l’anno scorso.

In realtà io credo che Totti questo problema lo debba ancora affrontare. Gli piace fare il dirigente? Sa come studiare per fare il dirigente? E’ un problema di gestione delle abitudini. Uno come lui, che è sempre stato un fenomeno, si trova a dover fare un’attività per la quale non è un fenomeno, perché io credo che una persona possa essere un fenomeno in una sola attività, è difficile che si sia fenomeni in più di una. Certo, a Roma Totti qualunque cosa faccia sarà sempre Totti, sarà sempre venerato. Ma in generale io vedo che più grandi si è stati come campioni e peggio è. È la differenza che passa, per tornare agli esempi di prima, con un musicista, che finchè può stare in piedi o seduto può continuare a suonare.   

C’è un giocatore di pallavolo che le ha dato più soddisfazione allenare?

Io ho avuto un gruppo che mi ha dato grandi soddisfazioni, nominarne solo uno sarebbe un’ingiustizia. E’ stato un gruppo allargato, che si è aggiornato e ha avuto degli innesti che hanno garantito un lungo periodo di vittorie all’Italia.

E un giocatore di calcio che le avrebbe fatto piacere allenare?

Tanti! Considerando che il calcio è uno sport molto popolare, chi arriva in serie A, o nella massima divisione di un campionato straniero, è davvero l’elite dell’elite di quello sport. Senza stare a scomodare i migliori in assoluto come Messi, Cristiano Ronaldo, Maradona, Pelè, Cruijff o Di Stefano, mi sarebbe stato sufficiente allenare un qualunque buon giocatore arrivato a vestire la maglia della nazionale. Comunque non ho mai sognato di allenare i giocatori di calcio, sono contento di aver allenato i giocatori della pallavolo. Di certo mi è piaciuto, quando sono stato dirigente, vedere da vicino gli allenamenti dei calciatori: è stata un’esperienza davvero molto bella.    

 

 

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