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Julio Velasco, lo Sport è una questione di Leadership. Ma non solo

Paolo Valenti

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Abbiamo avuto il piacere di intervistare Julio Velasco, che sarà presente al Leadership Day organizzato da Performance & Strategies a Milano il prossimo 17 febbraio per raccontare ai partecipanti le sue esperienze di manager e uomo di sport. Ne è emersa una conversazione a 360 gradi, nella quale l’ex tecnico della nazionale di pallavolo ha espresso il suo punto di vista su gioco di squadra, leadership, amore per il calcio e per gli altri sport, numerosi, che ha praticato.

Julio Velasco quando ha deciso di mettere a disposizione degli altri le esperienze maturate come coach di successo?

Le prime volte è stato alla fine degli anni ottanta: all’epoca allenavo la Panini e mi venne chiesto di parlare con un manager dell’azienda, che poi andò a lavorare altrove. L’esperienza gli era piaciuta e così mi presentò ai suoi nuovi responsabili. E così via fino a diventare un secondo lavoro. Voglio precisare che io non faccio formazione per manager perché non ho mai lavorato in un’azienda e a me non piacciono le persone che insegnano cose che non hanno mai fatto. Quello che io propongo è una riflessione sullo sport, sul gioco di squadra, sulla motivazione, in base a quella che è stata la mia esperienza. Non mi permetterei mai di dare dei giudizi assoluti su come vanno fatte le cose.

Come è possibile mettere a frutto nel mondo delle aziende le esperienze vissute come allenatore sportivo?

Questo è qualcosa a cui devono pensare i manager che lavorano nelle aziende. Questa è la prima cosa che io chiarisco a chi mi ingaggia: (ridendo) se quello che dico non c’entra niente con la vostra vita, non è una mia responsabilità! Chi mi ha invitato, che sia un amministratore delegato, un direttore generale o del personale, prenderà spunto dalla mia testimonianza e vedrà come declinarla al meglio nel suo contesto lavorativo. Io credo molto nella specificità delle cose, nell’esperienza e, soprattutto, nel lavoro quotidiano. Non possiamo pensare che una sola conferenza possa cambiare le cose: come dicevo prima, è uno spunto sul quale poi andare a lavorare ogni giorno. Amo dire sempre che il gioco di squadra è un metodo: si può anche scegliere di non attuarlo ma se lo si sceglie ha delle regole che tutti gli sport hanno sviluppato in modo quasi inconsapevole. Il mondo delle aziende a volte confonde, credendo che il gioco di squadra sia volersi bene e tirare tutti dalla stessa parte. In realtà non è così. Lo sport non vive né di gente che si ama né che tira dalla stessa parte ma solo di persone che giocano in un certo modo: giocano di squadra. Si fa confusione anche quando si dice che si vince perché si gioca di squadra: anche chi perde gioca di squadra, solo che lo fa meno bene.



Per far funzionare una squadra c’è bisogno di un leader. Quali sono le difficoltà maggiori che un leader può incontrare per essere ascoltato dalla sua squadra?

La prima cosa che un leader deve possedere è sapere dove deve guidare, dove vuole andare, al di là delle doti carismatiche che può avere in maniera più o meno spontanea. La seconda è come intende raggiungere il suo obiettivo, pertanto deve sapere molto di ciò di cui parla: questa è la prima cosa che chi risponde a un capo osserva, vuole capire se sa. Sapere non vuol dire, poi, avere molte informazioni. Io amo citare una frase di Borges che diceva: la cultura è quello che rimane dopo aver dimenticato tutte le informazioni. La conoscenza è un po’ questo. Se io mi devo relazionare con dei giocatori di pallavolo, devo sapere molto di pallavolo. La gente se ne accorge, capisce se uno “la sa lunga”… Secondo me queste cose vengono prima di tutto: sapere dove andare, come farlo e quindi sapere molto di ciò di cui si parla.

Quanto conta l’ambizione in un leader? Possono esistere leader poco ambiziosi?

Secondo me ci possono essere leader di tutti i tipi, non esiste un paradigma del leader. La leadership deriva da tante cose: personalità, ambizione, modo in cui si fanno le cose. Nello sport come in altri campi ci sono leader di ogni tipo per cui io non credo che le persone debbano puntare a seguire un modello predefinito di leadership. La cosa importante è essere se stessi, rispettare le proprie caratteristiche personali e sulla base di queste sviluppare una leadership che tenga conto di certi principi senza andare a violentare le proprie caratteristiche.

Mi piacerebbe adesso passare a trattare temi più strettamente sportivi. Lei non è stato solo l’allenatore della nazionale di pallavolo italiana più forte di sempre ma ha lavorato come dirigente anche nel mondo del calcio. Che differenze ci sono tra i due ambienti, al netto del diverso giro d’affari?

In realtà è proprio il giro d’affari che fa la differenza e, come conseguenza, porta un’attenzione al mondo del calcio che è ovunque e che determina una pressione che è completamente diversa da qualunque altro sport. Non ci sono persone diverse dagli altri sport nel mondo del calcio: c’è una situazione che è diversa. Si può avere l’impressione che i calciatori siano personaggi inarrivabili: in realtà sono solo dei ragazzi che fanno quella professione semplicemente perché gli piace giocare a calcio. Guadagnano cifre importanti perché il mondo si è sviluppato in questo modo ma sono convinto che se il calcio comportasse gli stipendi che si guadagnano giocando a pallamano o a pallavolo, continuerebbero a giocare a calcio lo stesso. I calciatori, rispetto ad altri professionisti dello sport, devono gestire situazioni molto più complesse: alta esposizione mediatica, contratti, fama. Tutto questo determina la necessità di affrontare delle circostanze che non sono affatto semplici. Il mondo del calcio è un ambiente che io rispetto molto perché sono pienamente consapevole delle difficoltà che comporta gestirlo, che tu sia un presidente, un dirigente, un allenatore o un calciatore.

Come venne accolto lei da un mondo, quello del calcio, che sembra essere piuttosto impermeabile alle contaminazioni di esperienze provenienti dal suo esterno?

Non è vero che il mondo del calcio sia impermeabile alle contaminazioni provenienti dall’esterno, anzi, credo che negli ultimi anni si sia aperto moltissimo. Penso che sia normale che chi nel calcio non ha mai lavorato non possa essere accolto come qualcuno che c’è sempre stato. Ma è la stessa cosa che avviene nella pallavolo o in un altro ambiente di lavoro. Se un manager proveniente dalla Apple o dalla Sony arriva in un giornale, credo che sia normale che chi sta da tempo in quel giornale si chieda se il manager è capace di fare qualcosa. Questo è del tutto naturale. Credo che ogni ambiente nutra delle perplessità nei confronti di persone che provengono dal suo esterno. Il calcio, in realtà, è un ambiente che si adatta moltissimo sia per incorporare gente a lavorare che per confrontarsi.

Le sarebbe piaciuto allenare una squadra di calcio?

A me sarebbe piaciuto giocare col numero dieci nell’Estudiantes de la Plata! Come dico sempre, siamo al novantotto per cento calciatori frustrati: volevamo giocare a calcio e non ci siamo riusciti e quindi ci siamo orientati verso un altro sport. A dire il vero, comunque, non invidio gli allenatori di calcio: credo che sia un mestiere difficilissimo. 

E’ inutile quindi che le chieda se è meglio giocare o allenare…

Non c’è dubbio. Io credo che tutto sia inversamente proporzionale alla distanza dal campo: la cosa migliore è giocare, poi viene allenare, stare nello staff tecnico e fare il dirigente. Il più distante dal campo è il tifoso. Il tifoso soffre e io lo so perché sono tifoso della mia squadra: quando ero bambino e perdevamo il derby, il lunedì non volevo andare a scuola. Il tifoso durante la partita soffre perché non può fare niente se non, quando è allo stadio, urlare. Se vede la partita in televisione è ancora peggio. L’allenatore può fare qualcosa: decidere un cambio, dare un’indicazione. Se sono un giocatore posso influire ancora di più. Se sono il presidente posso influire con la strategia societaria ma il giorno della partita non posso fare nulla e soffro anche io.   

Come nacque la sua passione per lo sport?

In modo naturale. Io prima giocavo a calcio dalla mattina alla sera, poi ho fatto altri sport. Spesso si arriva a decidere più per il gruppo nel quale ci si trova meglio che per lo sport in sé, almeno quando si è molto giovani. Mi piace l’atletica, mi piace ovviamente il calcio, il rugby. Mi piace vederli ma mi piaceva anche giocarli. 

Lo sport viene vissuto solo come un lavoro ben remunerato o la passione che suscita nel momento in cui ci si avvicina ad esso rimane viva anche nei momenti in cui si è arrivati al top?  

No, la passione non si dimentica. Sicuramente nel mio caso ma credo che sia un discorso che vale per chiunque. Certo, quando lo sport diventa un lavoro subentrano i problemi legati al lavoro ma questo succede anche a un musicista quando diventa professionista e deve fare i contratti, litigare per le commissioni, succede allo scrittore quando deve trattare con la casa editrice. Però credo che lo sport, come la musica e l’arte, sono attività privilegiate che ti permettono di vivere di una cosa che ti piaceva da giovane. Semmai il problema grosso è per i giocatori che adesso, grazie alla medicina e alle metodiche di allenamento, smettono di giocare molto tardi, tra i trentacinque e i quaranta anni: si è molto avanti per cominciare una nuova attività ma si è troppo giovani per non fare niente, al di là della situazione economica. La gente a volte questo non lo capisce, dice: eh ma Cristiano Ronaldo guadagna un sacco di soldi… ma poi Cristiano Ronaldo cosa fa quando smette di giocare? Nel primo anno potrà godersi i soldi, poi cosa farà nei successivi quarant’anni della sua vita? Se non ci si riesce ad inserire nello sport che si è fatto, se non si diventa allenatori o dirigenti, avendo quindi la possibilità di rimanere nel proprio ambiente, è molto difficile questa fase per un giocatore, anche se è arrivato ai massimi livelli. Per gli allenatori è diverso, perché più o meno si smette di allenare nell’età in cui tutti vanno in pensione.         

E’ stato il problema che ha vissuto in maniera evidente Totti l’anno scorso.

In realtà io credo che Totti questo problema lo debba ancora affrontare. Gli piace fare il dirigente? Sa come studiare per fare il dirigente? E’ un problema di gestione delle abitudini. Uno come lui, che è sempre stato un fenomeno, si trova a dover fare un’attività per la quale non è un fenomeno, perché io credo che una persona possa essere un fenomeno in una sola attività, è difficile che si sia fenomeni in più di una. Certo, a Roma Totti qualunque cosa faccia sarà sempre Totti, sarà sempre venerato. Ma in generale io vedo che più grandi si è stati come campioni e peggio è. È la differenza che passa, per tornare agli esempi di prima, con un musicista, che finchè può stare in piedi o seduto può continuare a suonare.   

C’è un giocatore di pallavolo che le ha dato più soddisfazione allenare?

Io ho avuto un gruppo che mi ha dato grandi soddisfazioni, nominarne solo uno sarebbe un’ingiustizia. E’ stato un gruppo allargato, che si è aggiornato e ha avuto degli innesti che hanno garantito un lungo periodo di vittorie all’Italia.

E un giocatore di calcio che le avrebbe fatto piacere allenare?

Tanti! Considerando che il calcio è uno sport molto popolare, chi arriva in serie A, o nella massima divisione di un campionato straniero, è davvero l’elite dell’elite di quello sport. Senza stare a scomodare i migliori in assoluto come Messi, Cristiano Ronaldo, Maradona, Pelè, Cruijff o Di Stefano, mi sarebbe stato sufficiente allenare un qualunque buon giocatore arrivato a vestire la maglia della nazionale. Comunque non ho mai sognato di allenare i giocatori di calcio, sono contento di aver allenato i giocatori della pallavolo. Di certo mi è piaciuto, quando sono stato dirigente, vedere da vicino gli allenamenti dei calciatori: è stata un’esperienza davvero molto bella.    

 

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Lou Gehrig, lo Sportivo che ci ha fatto conoscere la SLA

Daniele Esposito

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Lou Gehrig, il primo caso di Sla

Quando parliamo di SLA, la malattia degenerativa spesso associata agli sportivi, ci viene in mente subito Stefano Borgonovo. Ma la “stronza”, come la chiamava lui,  si palesò al mondo molto tempo prima, attraverso la vita di una Leggenda del Baseball americano, Lou Gehrig, che oggi avrebbe compiuto 115 anni, il primo uomo a cui fu diagnosticata. Questa è la sua storia.

La sua è una storia molto triste, una di quelle storie che fa intuire, però, quanto lo sport sia più che un gioco, una vera e propria fede.

Lou Gehrig, nato a New York nel 1903, è stato il giocatore di baseball che tutti sognano di essere, collezionando statistiche e risultati tra i più gloriosi della storia del baseball. Risultati invidiabili resi possibili dalla sua dedizione per il baseball e per i suoi fan, dai quali traeva una forza e una determinazione senza pari. Nonostante questo, Lou condusse sempre una vita tranquilla e normalissima, senza storie eclatanti, rimanendo, in cuor suo, un semplice giocatore professionista, seppe incarnare alla perfezione lo spirito americano del tempo dimostrandosi un vero Yankee.

Sia i suoi compagni che i suoi avversari lo soprannominarono “The iron horse”, per via della sua straordinaria potenza e resistenza, otre che per la stazza: Lou, infatti, era alto oltre un metro e novanta. Nei New York Yankees stabilì diversi record, giocando ben 2130 partite consecutive, non saltando mai un solo match per 18 anni, nonostante le numerose fratture e contusioni subite durante le partite.

Incredibile, poi, è il numero delle occasioni difensive che eseguì, ben 22.857. Segnò nella sua carriera 493 home run, quarto assoluto nelle graduatorie dei grandi battitori di tutti i tempi, di cui la bellezza di 23 grand slam. Insieme a Babe Ruth formò una coppia leggendaria che diede filo da torcere a tutti i battitori della lega per anni.

Lou e Babe portarono gli Yankees sul tetto del baseball americano per anni.

La vita del cavallo di ferro non fu solo piena di record e di felici risultati sportivi: purtroppo, a Lou Gehrig venne diagnosticata una grave malattia, a quegli anni sconosciuta e senza cura ancora oggi, che minò la sua carriera ma soprattutto la sua salute, costringendolo a smettere di giocare.

Da quel momento in poi, la malattia che lo colpì prese il nome di “morbo di Gehrig”, oggi più conosciuta come SLA “sclerosi laterale amiotrofica”, che affligge 6000 persone in Italia, con un incremento annuale di circa 1500 soggetti.

Il 4 luglio 1939, quando ormai il terribile morbo aveva già fatto il suo corso, venne proclamato il “Lou Gehrig day” ed egli entrò per l’ultima volta nello Yankee Stadium per dare l’addio alla folla che tanto lo aveva acclamato, applaudito e amato.

In 60.000 erano presenti all’evento, compresi il sindaco e le maggiori autorità. Da un lato del diamante, erano schierati i suoi compagni di squadra al completo, sull’altro tutti i vecchi “Yankees” ancora in vita. Venne commemorata la sua incredibile figura, i suoi records e le sue grandi gesta. Quando fu invitato a parlare al microfono salutò e ringraziò il pubblico ed i compagni concludendo con una frase che rimase scolpita a fuoco nei ricordi dei presenti e non solo: “Sebbene io abbia avuto il duro colpo dalla sorte, mi considero l’uomo più fortunato sulla faccia della terra. Ho avuto i migliori genitori e la moglie più perfetta che possa toccare ad un uomo. Ho giocato nella più bella squadra e sotto i due più grandi manager che siano esistiti nel nostro sport. Ringrazio tutti perché ho avuto molto di cui vivere.”

Due anni dopo morì coraggiosamente all’età di 37 anni con la dignità che lo aveva sempre contraddistinto, lasciando dietro di sè il più nobile ricordo che uno sportivo abbia mai lasciato. Come grande tributo nei suoi confronti, venne ritirata la casacca numero 4 che per tanti anni aveva indossato con onore, entrando poco dopo di diritto nella Hall of Fame.

La morte di Lou Gehrig , in quanto giocatore famoso dell’MLB, portò l’opinione pubblica ed i media a far maggiormente luce su questa terribile malattia, all’ora completamente sconosciuta, aiutando così la ricerca e incrementando il sostegno nei riguardi degli sfortunati da essa colpiti.

Nel corso degli anni, sono stati tanti gli sportivi scomparsi a causa della SLA, in tutto il mondo. Ma, grazie a Lou, il mondo ha imparato a conoscerla e combatterla e sono sempre di più le associazioni che si occupano di sostenere e aiutare le persone che sono costrette ad affrontare questo terribile male.

La storia del cavallo d’acciaio ci insegna che lo sport unisce e può fungere da strumento di coesione tra la gente; grazie allo sport persone come Lou non verranno mai dimenticate. Esiste una grande dignità nell’affrontare la malattia nel modo giusto e accettarne le conseguenze: questo è un insegnamento per il quale saremo sempre grati al gigante americano. Perchè morire non vuol dire sempre cadere. Può voler dire diffondere ciò che siamo stati, per sempre.

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In campo e dalla Legge: la vita in fuga di O. J. Simpson

Emanuele Sabatino

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Il 12 Giugno 1994, Nicole Brown e Ronald Goldman vengono trovati morti nella casa di lei a Los Angeles. Venne acusato l’ex marito, la stella NFL O.J. Simpson. Riviviamo la vicenda e la storia di quello che fu definito il “Processo del Secolo”.

Da stella NFL alla condanna a trentatrè anni di carcere, nel mezzo un processo torbido con l’accusa di duplice omicidio. L’incredibile storia di O.J. Simpson.

Orenthal James Simpson nasce a San Francisco, California, nel 1947. La sua carriera universitaria lo vide protagonista con la maglia di “University of Southern California” (USC) dove riuscì anche a vincere l’Heisman Trophy (miglior giocatore della lega universitaria) nel 1968. Scelto dai Buffalo Bills come prima scelta assoluta al draft del 1969 nel ruolo di Runningback, detiene il record di essere stato il primo giocatore NFL ad aver corso più di 2000 yards in una stagione e ancora oggi è l’unico ad averlo fatto in sole 14 partite. Venne introdotto nella Pro Football Hall of Fame nel 1985. Dopo l’addio al football, si cimentò nella carriera cinematografica dove ottenne molteplici ruoli aumentando la sua già grande popolarità.

L’OMICIDIO DI NICOLE BROWN E RONALD GOLDMAN:

Il 12 giugno 1994 Nicole Brown, ex moglie di Simpson, e Ronald Goldman, compagno di Nicole, vennero ritrovati accoltellati a morte nel condominio della donna sito a Brentwood, Los Angeles. Simpson venne considerato il sospettato numero uno ed il suo arresto, dopo un lungo inseguimento a bordo di un SUV Ford Bronco, venne mostrato in diretta nazionale tanto da interrompere la trasmissione delle finali NBA. Considerato il “processo del secolo” per via della sua portata transnazionale, il 3 ottobre 1995 si concluse con il verdetto della giuria “Non colpevole”.

IL RUOLO DI MARK FUHRMAN:

Mark Fuhrman, poliziotto di Los Angeles,  fu il primo ad andare a casa di Simpson la notte del delitto per interrogarlo. Fu lui a trovare il guanto insanguinato con il DNA della Brown, di Goldman e di Simpson. Poteva essere la prova decisiva e quindi la difesa, il famoso “dream team” composto da Cochran, Shapiro, Dershowitz e Bailey, si impegnò per distruggerla. La strategia adottata si basava sull’accusa che Fuhrman era un razzista, e quindi aveva manomesso le prove per far condannare il nero Simpson.

La difesa gli chiese se avesse mai pronunciato la parola «negro» negli ultimi dieci anni, e il giudice Lance Ito non si oppose. Mark rispose di no, ma poco dopo gli avvocati di O.J. presentarono nastri registrati nel 1986 dove Fuhrman diceva la parola negro ben 41 volte ma soprattutto confessava violazioni contro i neri sul lavoro. Spergiuro. Alla domanda se avesse fabbricato la prova del guanto per incastrare Simpson lui rispose: “I take the fifth”“Prendo il quinto” con riferimento al quinto emendamento della costituzione americana che permette all’interrogato di non rispondere per evitare di autoincriminarsi. Più in là dichiarerà di aver patteggiato tre anni con la condizionale perché non aveva i soldi per difendersi, ma lui quelle prove non le aveva manomesse. Erano vere.

LA PROVA DEL GUANTO:

Simpson, davanti alla giuria di dodici membri, di cui sette afroamericani, indossò il guanto che era evidentemente troppo corto e stretto. La frase simbolo dell’intero processo pronunciata dall’avvocato Cochran: If it doesn’t fit, you must acquit” “Se non calza, dovete assolverlo” preannunciò il verdetto della giuria che fu “Non colpevole”. Come se con un guanto più piccolo non si potesse comunque accoltellare qualcuno. Stranezze americane. Nel post-processo la difesa dirà che non furono loro a vincere ma l’accusa a perdere per via dei tanti, troppi, errori grossolani.

IL PROCESSO CIVILE:

Beffa delle beffe fu il processo civile chiesto dalle famiglie delle vittime. In sede civile, infatti, Simpson venne giudicato colpevole del duplice omicidio e dovette pagare un risarcimento multimilionario ai parenti delle vittime.

LA CONDANNA A 33 ANNI DI CARCERE

Nel settembre 2007, a Las Vegas, Simpson venne arrestato con l’accusa di furto e sequestro armato di persona. Questa volta non riuscì a farla franca e venne condannato a 33 anni di carcere di cui almeno nove senza libertà vigilata. Una sentenza esemplare, sproporzionata, chiaramente compensatrice di quella mancata del 1995. Dopo nove anni di carcere, il giudice si è espresso in merito alla richiesta di scarcerazione, accettandola e l’ex giocatore di Football Americano è tornato ad essere definitivamente libero. Per il momento.

IL COLTELLO RITROVATO:

Più di un anno fa, la polizia di Los Angeles ha confermato l’esistenza di un coltello ritrovato al momento della demolizione della vecchia casa di Simpson a Los Angeles. Questo coltello venne dato ad un agente di polizia in pensione che lo avrebbe custodito per anni. Dalle prime analisi l’arma non sarebbe compatibile con quella che ferì a morte Nicole Brown e Ronald Goldman 22 anni fa. Anche se fosse compatibile, Simpson non potrebbe essere comunque processato per via di una legge, la “Double Jeopardy Laws”, che non permette di essere processati due volte per lo stesso crimine.

FOTO: www.nydailynews.com

 

 

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Le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Alessandro Mastroluca

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Cominciò tutto con due sorsi di birra, a tredici anni. Iniziò così la road to perdition di Todd Crandell: tredici anni di dipendenza da droga e alcool. Sarà lo sport a fargli riveder le stelle. E il più faticoso di tutti, l’Ironman, il triathlon estremo: 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e una maratona, da completare in meno di 17 ore. Veloce verso il traguardo per alleviare l’agonia. Il fisico provato oltre ogni limite diventa testimonianza di rinascita. È questo che insegna oggi a generazioni di americani nei suoi discorsi motivazionali e attraverso l’associazione che ha creato, Racing for Recovery. Correre per guarire.

Ma da cosa doveva guarire il tredicenne Todd? La risposta è nascosta nelle ombre di una foto di famiglia. È scattata a Sylvania, nel 1968: Terry, 24 anni, abbraccia la bionda Louise, di 21. Si sono conosciuti quando Louise ne aveva 16 e Terry uno studente della Ohio State University tornato a casa a trovare i genitori. La nascita di Todd cambia la vita di Louise, che cerca di dimenticare la depressione con l’eroina, lo speed, l’LSD. Terry ottiene il divorzio e la custodia del figlio. Louise promette che vuole rimanere sobria ma il 23 settembre 1970 prende la macchina e si lancia a tutta velocità giù da un ponte sulla Route 23: è il primo suicidio al volante nella storia dell’Ohio. Todd ha tre anni.

È il vuoto di quella morte che cerca di riempire. La prima volta diventa presto una seconda, dall’assaggio di birra a un’intera bottiglia di Jack Daniels il passo è brevissimo. Presto si aggiungono marijuana, cocaina, eroina, e poi Valium, Percodan, Quaaludes (grazie a un amico farmacista). Eppure, riesce a nascondere la dipendenza dall’alcool in famiglia e ai compagni di squadra. Sì, perché Todd è la stella della squadra di hockey della  Northview High School, il portiere che li sta portando verso il titolo dell’Ohio del 1985. Ma prima di una partita, Todd viene scoperto a tirare di coca. Il coach, Jim Cooper, decide di cacciarlo dalla squadra. È una decisione difficile, uno dei giocatori gli dice senza troppi giri di parole: “Così sta buttando via il titolo dello stato”.

Todd butta via anche di più: la borsa di studio per la Ohio University, il sogno di giocare un giorno nella National Hockey League, il rispetto della famiglia. “Questo è il giorno più brutto della mia vita dopo il suicidio di tua madre” gli dice il padre in lacrime. Passeranno otto anni perché Todd tocchi il fondo, perché decida di reagire.

È il 13 aprile 1993, Todd viene fermato per la terza volta per guida in stato di ebbrezza. Ha una concentrazione di alcool nel sangue di 0,36: 0,4 è considerato coma etilico. “È la cosa migliore che mi sia mai capitata” ha detto. “In quel momento mi son detto che avrei messo per restare sobrio la stessa determinazione con cui ero rimasto dipendente da alcool e droghe per tutti quegli anni”.

Anni in cui ha guardato le gare di triathlon estremo e sognato un giorno di provare a correrle, fino a quel 6 novembre 1999, alle Hawaii.Quel giorno sono diventato una delle poche persone al mondo, forse meno di 50mila, che hanno finito un Ironman. Mi ha reso un uomo migliore dal punto di vista fisico, emotivo, spirituale”.

Così,ha provato a restituire, a condividere un messaggio di speranza, ha insegnato a correre per guarire, ha promosso lo sport per prevenire, per evitare di vedere giovani prendere la sua stessa cattiva strada. Oggi attraverso Racing for Recovery organizza incontri di gruppo, è diventato un counselor molto richiesto e viene invitato a tenere discorsi anche nelle scuole. Ha raccontato la sua vita in un libro, From Addict to Ironman, e in due film, Addict: racing for recovery Running with Demons.

L’associazione, spiega il padre che vive poco lontano da Todd, dalla moglie Melissa e dai loro quattro figli, “fa per Todd, ogni quanto, tanto quanto lui fa per tutti quelli che partecipano dagli eventi. È questo il suo percorso per rimanere sobrio e per stare dove ha bisogno di essere”. Perché, come ha scritto anche in un suo secondo libro, There’s More Than One Way to Get to Cleveland: 10 Lifestyles of Recovery That Lead to Freedom From Addiction, non c’è una sola via per liberarsi dalla dipendenza. C’è, questa sì, un solo punto di partenza. Comincia tutto con la forza di volontà individuale. “La strada verso la libertà è disponibile per tutti” spiega. “Ma non è una strada per quelli che vogliono. È per quelli che lo fanno”.

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