Ricordati di santificare le feste. Il terzo comandamento. Certo, quando tuo padre è un pastore anglicano e tu ti chiami come un importante teologo diventa molto più facile mandarlo a memoria. Ma anche infinitamente più difficile non rispettarlo. Perché la domenica, il giorno del Signore, è più importante di qualsiasi cosa. Quindi vietato lavorare, qualunque sia la tua mansione. Niente campi da arare, niente pratiche da sbrigare, niente di niente. Neanche gareggiare, se nella vita fai l’atleta. E non importa che i meeting più importanti e le competizioni internazionali si tengano sempre nei weekend. La fede non si vende. Neanche per una medaglia.
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Nasce così il mito di Jonathan Edwards, il più forte saltatore triplo di tutti i tempi, che qui in Italia qualcuno aveva ribattezzato Il Gabbiano, come il Jonathan Livingstone del bestseller di Richard Bach. Ma il Gabbiano Jonathan Edwards non volava mai di domenica, troppo forte la spinta della religiosità, la voglia di dedicare a pieno la sua vita a Dio. Proprio come Eric Liddell, il protagonista di Momenti di Gloria, che a Parigi 1924 rinuncia ai 100 metri e alle staffette per non trasgredire al terzo comandamento. Ed ecco perché nel medagliere di Tokyo 1991, accanto a quelli di Carl Lewis, Mike Powell e Maurizio Damilano, il nome di Edwards non c’è. Oltre il danno, la beffa, perché la finale si disputa di lunedì, ma i due turni di qualificazione cadono il 25 agosto 1991. Appunto, una domenica. E allora niente volo intercontinentale, niente stacchi cadenzati. La medaglia, neanche a dirlo, va agli USA, a Kenny Harrison.
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Anche due anni dopo a Stoccarda le qualificazioni si tengono di domenica, peraltro il giorno di ferragosto. Ma stavolta non importa. Edwards c’è. C’è perché ha avuto una dispensa, quella per lui più importante di tutte. Edwards senior è un pastore, ma è anche e soprattutto un padre. E poi per i protestanti la salute, la ricchezza ed il successo nella vita terrena non sono forse un segno della predestinazione dell’anima e dell’amore di Dio? Se l’Onnipotente ha dato a Jonathan la forza di saltare così, di spiccare il volo dalla pedana e con altri due slanci di lanciarsi verso l’infinito, deve esserci per forza un disegno più grande. E allora vai figliolo, e fai grande il nome del Signore sulle piste di tutto il mondo. Hop, hop, hop, tre volte tocca il piede sulla pista ed il metro sulla sabbia segna 17.44. Buono, ma non basta. Arriva il bronzo. Ma la Bibbia è chiara. C’è un tempo ed un luogo per ogni cosa.
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Il tempo è sicuramente il 1995. Il luogo potrebbe essere Villeneuve d’Ascq, a pochi chilometri da Lille. È lì che si tiene una splendida manifestazione sportiva oggi dimenticata, la Coppa Europa. Nel mese di giugno allo Stadium Lille-Métropole c’è il gotha dell’atletica leggera continentale. La punta di diamante della Gran Bretagna è Linford Christie. Il primatista europeo dei 100 porta ovviamente a casa le due gare di velocità sul breve e aiuta i compagni ad aggiudicarsi le staffette. Non basterà, perché la Germania vince la classifica generale, ma ad impressionare non è lo sprinter anglo-giamaicano. Negli occhi del pubblico resta un salto che pare infinito. Hop, hop, hop, tre volte tocca il piede sulla pista. Ed il Gabbiano Jonathan Edwards vola, vola, sembra non voler mai atterrare. Plana dolcemente ed il metro sulla sabbia segna 18.43. La bandiera è bianca, salto regolare. Il record di Willie Banks che resiste da dieci anni è in frantumi. Ma l’anemometro non è d’accordo. Due virgola quattro metri al secondo di vento a favore. La gara è vinta, ma il primato non è valido. Eppure, fermamente ancorato alla sua fede, Edwards sa che il tempo è quello giusto. Resta da individuare il luogo. Che a prima vista è Salamanca, Spagna.
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Il meeting del 18 luglio è di avvicinamento al Mondiale, ma la forma di Jonathan è straripante. Subito 17.38, poi un altro volo infinito. Hop, hop, hop. La bandiera è bianca, l’anemometro si ferma a uno virgola otto ed il metro sulla sabbia segna 17.98. Un solo centimetro in più del record del mondo, tanto basta a catapultare il figlio del pastore anglicano nella leggenda del salto triplo. La terra promessa sembra raggiunta. Ma non è così. C’è ancora altro da fare. Le vie del Signore sono infinite. E tra una gara ed un aereo, la predestinazione divina porta Jonathan Edwards a Göteborg, Svezia. Campionato del Mondo di atletica 1995, quello in cui Michael Johnson fa bottino pieno tra 200, 400 e 4×400 e Fiona May con 6.98 nel lungo regala all’Italia un meritatissimo oro. Le qualificazioni del salto triplo si svolgono sabato 5 agosto, ma la gara non si tiene il giorno dopo. È in calendario per lunedì 7, come se gli organizzatori avessero temuto che Edwards potesse rivedere le sue posizioni e dare forfait piuttosto che gareggiare di domenica. A conti fatti, una precauzione intelligente. Primo salto. Hop, hop, hop, e parte l’ennesimo volo. È lungo. Lunghissimo. Si vede ad occhio nudo. La bandiera è bianca, salto regolare. L’anemometro tace, uno virgola tre, e con lui tace l’intero Stadio Ullevi. Qualche secondo di silenzio tombale, poi la misura ed il boato. Diciotto metri e sedici centimetri. Record del mondo, di nuovo. Il primo uomo a superare la barriera dei 18 metri si ripete, stavolta con vento regolare. La gara sarebbe già finita qui. Ma l’atletica vive di giornate speciali e al secondo salto il pubblico batte le mani all’unisono all’uomo che vola, al Gabbiano Jonathan Edwards. Si aspettano tutti un altro attimo di eternità. E non rimangono delusi. Hop, hop, hop, regolare, cadenzato, semplicemente perfetto. L’atterraggio buca la sabbia, la bandiera è bianca e l’anemometro ormai festeggerebbe anche lui, se solo potesse. Niente silenzio stavolta, ma applausi scroscianti. E non c’è neanche il boato dopo la misura, ma un’espressione corale di sorpresa, come se in quel preciso istante fosse apparso qualcosa di sovrannaturale a tutti i presenti, nessuno escluso. Diciotto metri. Ventinove centimetri. È di nuovo record. E lo sarà almeno per i ventidue anni successivi.
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Il volo di Edwards continua tra grandi gioie e piccole delusioni, come ad Atlanta, quando quel Kenny Harrison che aveva vinto l’oro ai Mondiali di Tokyo gli porta via la gloria, rompendo anche lui il limite dei diciotto metri. Ma avere trent’anni per un triplista non significa essere sull’orlo dell’abisso, bensì in piena maturità. E quindi nel 1998 arriva il trionfo europeo a Budapest e nel 2001 la replica della vittoria mondiale. In mezzo il meritato oro olimpico di Sydney, vinto in scioltezza con un (per lui) normalissimo 17.71. Lascia la pista nel 2003 ed intraprende un’altra carriera, quella televisiva, da commentatore sportivo e presentatore, anche di programmi religiosi. Poi nel 2007 una inaspettata crisi scuote l’incrollabile fede di Edwards. Dubbi, riflessioni e alla fine il crollo. Il figlio del pastore anglicano ora si proclama ateo. Il Gabbiano ha deciso di allontanarsi dall’ala che lo ha protetto per oltre quarant’anni, alla ricerca di un nuovo e personale significato al proprio volo. Credente o no, il suo nome resta negli annali e nel cuore degli appassionati di sport. Il suo volo leggiadro in tre tempi è nella storia dell’atletica e quella figura schiva, quasi impacciata, ha saputo conquistare ogni pubblico e ogni alloro. Ricordati di santificare le feste, dicevano. Ma nessuno ha mai specificato come. E allora hop, hop, hop, La bandiera è bianca, il salto è valido. Come sempre. Anche di domenica.

 

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