Joe Thompson è un buon calciatore. Nulla di eccezionale, ad essere onesti. Nasce a Rochdale, nella contea denominata Greater Manchester, il 5 marzo del 1989 e trascorre i primi sei anni della sua carriera da professionista con la maglia della squadra della propria città.

Nel 2012, tenta il cambiamento, ma dopo quattro anni trascorsi a girovagare tra Tranmere Rovers, Bury, Wrexham, Southport e Carlisle United, Thompson capisce che probabilmente tornare a casa è la migliore soluzione per lui.

Bene, dopo questa doverosa premessa, in molti si staranno ora chiedendo: “Perché parlare di un giocatore così ‘normale’ e dedicargli addirittura un articolo?”. E’ presto detto.

Se Thompson, infatti, sul rettangolo di gioco non si può di certo paragonare a Messi e Cristiano Ronaldo, al di fuori di esso è senza dubbio alcuno da considerare un vero e proprio campione; un leader, uno di quelli, insomma, che proprio non molla mai.

E se questo si è in grado di farlo non contro un avversario su un campo di erba ma nei confronti di un cancro, che, peraltro, si presenta in ben due occasioni, allora vuol dire che probabilmente siamo ad un grado ancora superiore rispetto a quello semplice di ‘condottiero’ per i propri compagni di squadra.

Andiamo con ordine.

E’ il 2014 e Thompson, all’epoca militante nel Tranmere, scopre di avere una grave malattia: la sclerosi nodulare. Si tratta del più comune di tutti i tipi di linfoma di Hodgkin nel Regno Unito. Quasi sei persone su dieci di tutti i casi diagnosticati sono riconducibili a questo tipo di problema, il più comune negli adulti in età giovanile. Tendenzialmente, viene riscontrato in una fase iniziale durante la quale le ghiandole linfatiche del collo diventano di una grandezza superiore.

Il calcio diventa l’ultimo dei problemi. Il ragazzo si ferma ed inizia sei duri mesi di chemioterapia.

Alla fine, Thompson vince la sua battaglia personale più dura e riesce anche a tornare in campo, con la maglia del Bury.

La vita dell’atleta sembra tornata finalmente normale, un paio di esperienze calcisticamente sfortunate (nulla in confronto a quanto passato fino a pochi mesi prima) e poi il ritorno a Rochdale.

Qui, Thompson, forse grazie al profumo di casa, riesce a giocare con regolarità ed attestarsi su buoni livelli dopo diverso tempo.

Quando tutto il peggio (sportivo e non) sembra alle spalle, ecco, però, la nuova mazzata.

Sul finire del 2016, il ragazzo scopre che quel vecchio, dannato, problema si è presentato di nuovo. Zero disperazione, comunque. C’è da combattere e, come un vero duro, Thompson si rimbocca le maniche e trova nuovamente il coraggio di scendere sul ‘campo di battaglia’.

“Una cosa che non posso proprio fare in questo momento è arrabbiarmi o provare pena per me stesso. Sarebbe una crepa sulla corazza che mi sono creato per difendermi dal male. So di essere nelle mani migliori per vincere ancora sul male”. Queste le sue parole poco dopo aver ricominciato a lottare.

Il nuovo percorso, oltre alla chemioterapia, ha visto un trattamento riguardante le cellule staminali; il tutto in un ospedale della vicina Manchester.

Soltanto poche giorni fa, infine, la meravigliosa notizia.

Proprio Thompson, su Twitter, scrive: “Simple terms, I’m cancer free” [In due parole. Cancro sconfitto].

Non poteva esserci epilogo migliore.

Ora attendiamo con impazienza di vedere nuovamente Joe Thompson in campo con la maglia del ‘suo’ Rochdale. In un momento storico dove le bandiere nel calcio vengono ammainate e non alzate, infatti, una storia di fedeltà e amore tra un ragazzo e la propria maglia contribuisce a rendere il caso di Thompson ancor più speciale.

 

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