Quest’anno si sono riconfermati come assoluti dominatori del ranking ATP due “veterani” del circuito. Rafa e Roger, primo e secondo al mondo, come se fossimo tornati d’un colpo a dieci anni fa. Il che però, al di là dell’aspetto prettamente romantico della loro rinascita sportiva, non può non evidenziare la mancanza di un vero ricambio generazionale, di nuove leve capaci di conquistare quello che – almeno anagraficamente – spetterebbe loro. E proprio per questo da anni si parla della famigerata Next Gen, uno stuolo di tennisti giovanissimi, dal talento più o meno cristallino, che dovrebbero sovvertire gli attuali equilibri e spodestare coloro che finora hanno spadroneggiato nel circuito. Il condizionale è d’obbligo, dato che la loro avanzata tarda ad arrivare, ma questo non ha impedito addirittura di organizzare a fine anno le Next Gen ATP Finals di Milano, per dare loro nuovo slancio e visibilità.

Ma il concetto di “next gen” è davvero così moderno? Assolutamente no. Da sempre il tennis è stato anche e soprattutto uno scontro generazionale, tra tennisti navigati e nuovi prospetti pronti a farsi le ossa tra i pro. Uno scontro che spesso e volentieri ha visto contrapporsi anche stili differenti, con le nuove leve portatrici di un approccio, di una visione del gioco diverso dal passato.  E un esempio,un concentrato di queste diversità è racchiuso in un tennista dei primi anni ’80, un “next gen” capace di dare il meglio di sé nei primi anni della sua carriera, per poi progressivamente spegnersi, pur lasciando un segno indelebile nel mondo del tennis. Stiamo parlando di Jimmy Arias.  


James “Jimmy” Arias è attualmente uno stimato commentatore americano, sia su ESPN che su Tennis Channel. Eppure, se solo fosse riuscito a veicolare il suo talento sui giusti binari, ora potrebbe davvero essere considerato alla stregua di un McEnroe o di un Agassi. Perché il nativo di Buffalo fin da piccolo aveva la stoffa del predestinato. Una stoffa messa in luce già nel 1976: l’allora dodicenne Jimmy ebbe la fortuna di poter giocare un set contro una leggenda vivente come Rod Lever, con cui battagliò per quasi un’ora per poi uscire sconfitto 7-5- Una prova di grandissimo valore, che gli valse però dal padre uno stringatohai fatto il tuo dovere, figliolo”. 


 

Perché papà Antonio era fatto così. Nato in Spagna negli anni ’30, si era trasferito prima a Cuba con la famiglia – per sfuggire alla guerra civile -, poi negli Stati Uniti, poco prima che scoppiasse la rivoluzione. Queste continue migrazioni lo avevano reso tanto algido quanto aperto di mente, propensioni caratteriali che riverberò poi sul figlio. Quando infatti il tennis divenne sempre più in voga, Antonio non solo gli comprò una Dunlop e lo mandò a giocare da un maestro, ma pretese rigidamente da lui il massimo impegno. Però, da totale ignorante in materia, se ne fregò totalmente delle convenzioni tecniche del tempo e, con la sua spiccata apertura mentale, cercò di applicare le sue conoscenze di ingegneria sui colpi del figli. E fu proprio così che nacque quello che sarebbe poi diventato il dritto moderno.

 A differenza di tutti gli altri, quando Jimmy colpiva la pallina col dritto lasciava poi andare il braccio, senza bloccare il movimento.  In questo modo generava maggiore potenza. Un colpo talmente inusuale all’epoca da non poter passare inosservato. Il giovane Arias venne infatti accolto in una delle Accademie di tennis più innovative del Paese. Chi ne era il responsabile? Nientemeno che un giovane Nick Bollettieri.

Nell’Accademia Jimmy migliorò di gran lunga i suoi colpi, rendendo il suo dritto ancor più letale. A 16 anni era già più che pronto per intraprendere la carriera da professionista, ma il padre era restio: voleva che frequentasse almeno per qualche anno il College. Ma fu proprio Bollettieri a risolvere il dilemma: con le sue conoscenze tentacolari riuscì a procurargli un contratto di sponsorizzazione di ben 100.000 dollari, con cui dissolse tutto i dubbi di papà Antonio.

E i tempi nel circuito furono per lui un susseguirsi di successi. A solo 16 anni vinse il doppio al Roland Garros nel 1981, a 18 vinse il torneo di Roma, finchè nel 1983 a soli 19 anni arrivò in semifinale agli Us Open, dove venne eliminato da Lendl dopo aver estromesso nientemeno che Yannick Noah. E nel 1984, ad appena vent’anni,  raggiunse il 5° posto del ranking.

Ma proprio quando la prima posizione mondiale sembrava a portata di mano ebbe inizio la parabola discendente della sua carriera. Già sul finire del 1983 si era sfortunatamente ammalato di mononucleosi, faticando non poco a ritrovare i suoi ritmi abituali. Ma nel 1984 oltre ai problemi fisici sopraggiunse un vero e proprio crollo psicologico: a soli vent’anni, con il peso costante delle aspettative di una nazione intera e l’ombra di un padre fin troppo esigente, la macchina letale che era diventato il giovane Jimmy cadde in mille pezzi. Una storia non troppo dissimile da quella del suo celebre omonimo Jimmy McGill, alias Saul Goodman in Breaking Bad.

Negli anni Arias provò a ritornare ai suoi livelli, ma tanto gli infortuni quanto i problemi a casa – tra cui un tumore diagnosticato alla madre – bloccarono i suoi tentativi. Restò per sempre una stella incompiuta, spentasi sul più bello. Un “next gen” che, pur avendo rivoluzionato il tennis col suo dritto, non ha potuto vivere il futuro radioso che in tanti gli avevano prospettato.

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