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Italiani e Sport: l’ISTAT e i motivi di un Paese ancora sedentario

Francesca Di Giuseppe

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L’Italia paese che invecchia, l’Italia con il problema obesità (ne è interessato il 44,6% della popolazione) che, tradotto, significa, paese statico, fermo e pigro con poca voglia di muoversi e fare attività fisica (non necessariamente intesa nel senso di praticare sport agonistici).

Pare che questo non sia del tutto vero, per lo meno stando al risultato dell’indagine Istat la pratica sportiva in Italia” dal quale si evince che, nel biennio 2013/2015, la quota dei praticanti sportivi è salita del 2,7%.

Nello specifico: nel 2015 sono state 19 milioni e 600mila le persone (dai 3 anni in su) ad aver dichiarato di praticare uno o più sport nel tempo libero (33,3%). Un livello sufficiente ma da migliorare se si considera che ancora un buon 39,9% dei cittadini rientra tra i sedentari (le regioni più “pigre” sono: Abruzzo, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata e Molise) mentre solo il 26,5% si dichiara fisicamente attivo.

Riportando questi dati statistici alle classi d’età, gli over 70 sono tra i più sedentari (circa il 70%); i giovani tra i 6-14 anni coloro che svolgono attività fisica in modo più costante (oltre il 60%) invece la fascia di età maggiormente attiva fisicamente è quella compresa tra i 35-44 anni ( 30%).

E tra maschi e femmine esistono differenze? Sì, e il punto più alto si tocca tra i 20-24 anni quando a praticare attività fisica è il 70% dei ragazzi contro il 40% delle ragazze; differenze che si annullano quando l’età si abbassa.

A proposito di giovani e introduzione alle pratiche sportive, i dati Istat dimostrano che un ruolo determinante è svolto dalla presenza di genitori che praticano (o hanno praticato) qualche tipo di sport: quattro figli su cinque infatti seguono le orme dei loro genitori. Tradotto in numeri, e prendendo come riferimenti giovani dai 3 ai 14 anni, l’Istituto Nazionale di statistica ha stimato che con entrambi i genitori sportivi l’83% dei figli è motivato a fare sport, con un solo genitore si arriva al 63%, cifra che scende al 44% quando nessuno dei due genitori è sportivo.

Quindi: età e famiglia influiscono sullo svolgimento di attività fisica; ma c’è un altro aspetto da considerare: il territorio. Anche sotto questo aspetto sembra che il Nord e il Sud del paese siano distanti anni luce: il Nord-Ovest e il Nord-Est si contendono lo scettro degli italiani più sportivi sfiorando il 40% (contro il 30% di sedentari), al Centro si registra un 40% di sedentari contro il 35% di sportivi, al Sud e nelle isole la situazione precipita con solo il 20% di cittadini sportivi e ben oltre il 50% si dichiara sedentario.

Uno dei motivi che porterebbero alcune regione a praticare in misure minore sport rispetto ad altre, potrebbero risiedere nei costi che le famiglie devono sostenere per permettere ai figli di svolgere attività fisica. Infatti dall’indagine Istat emerge che, nel 2014, le uscite per questo settore sono state del 21,6% (oltre 5 milioni e 500mila euro) con una spesa media mensile di 48 euro (l’1,4% della spesa media relativa a un mese). Scendendo nel dettaglio, le famiglie nelle quali la spesa sportiva è più elevata risultano essere quelle con 2 figli (42%), seguite da quelle con 3 figli (37%), quelle con un figlio (29%) e monogenitore (25%).

Un altro aspetto interessate che emerge dal report “La pratica sportiva in Italia”, riguarda lo sport quale fonte di lavoro quindi di guadagno. Sotto questo profilo, nel nostro paese i lavoratori impiegati nel campo delle sport sono lo 0,54% (oltre 120mila persone); una quota molto inferiore alla media europea che si attesta allo 0,72% con Svezia, Regno Unito, Finlandia, Spagna e Danimarca che superano la quota dell’1%.

Lo sport come lavoro, lo sport come “valore aggiunto” nel creare business: le imprese direttamente legate all’attività sportiva sono stimate in oltre 100mila addetti in quasi 35mila ditte, per un valore aggiunto di 4,5 miliardi di euro per un fatturato di 14 miliardi di euro. Tra il 2008 e il 2013, gli addetti sono aumentati nei servizi (gestione impianti sportivi, attività di club, palestre, etc) passando da 29.398 (nel 2008) a 33.999 (nel 2013) mentre sono scesi nel commercio (al dettaglio e all’ingrosso di articoli sportivi) da 50.198 (nel 2008) a 46.579 (nel 2013) e nell’industria (fabbricazione di articoli sportivi, abbigliamento,etc) da 34.619 (nel 2008) a 20.8121 (nel 2013).

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1 Commento

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  1. Giovanni Colombo

    marzo 14, 2016 at 4:00 pm

    Se noi siamo un paese sedentario allora il resto del mondo cosa e`? Gli USA, la Cina e la stragrande maggioranza degli altri paesi hanno il doppio degli obesi che abbiamo noi.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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