1997: dopo una vita calcistica costellata di successi con la sua amata Inter e le esperienze tra Genova (sponda Samp) e Padova, l’uomo ragno Walter Zenga decide di dire addio all’Italia, rescindendo il contratto con i biancorossi allora militanti n Serie B. Una vetrina decisamente troppo piccola, pure a 37 anni, per chi ha contribuito a scrivere la storia dei numeri uno in azzurro.

Il motivo, però, è soprattutto un altro: il desiderio irrefrenabile di tentare una nuova esperienza in territori dove il calcio è un mondo completamente diverso da quello vissuto nella nostra nazione (un leitmotiv che perdurerà anche da allenatore per il buon Walter).

C’è un paese, in particolare, che affascina Zenga: gli USA.

La Major League Soccer è appena nata e si sta tentando di costruire qualcosa di importante da quelle parti. L’ex Inter, dunque, appena conclusa l’esperienza patavina, insieme al proprio agente tenta di sondare il terreno per alcune possibilità di ingaggio nella nuova lega statunitense.

Detto, fatto. A Zenga perviene ben presto un’offerta ufficiale dei New England Revolution. La proposta è di quelle che non si possono rifiutare e il portiere sbarca così a Boston. La squadra, a dire il vero, non è esattamente competitiva ed è reduce da due fallimenti nelle altrettante prime stagioni della propria storia (e della MLS).

Poco importa, il sogno americano di Zenga ha inizio.

L’impatto è straordinario: il numero uno italiano gioca 22 partite e contribuisce in maniera decisiva a condurre il club alla prima storica qualificazione ai playoff che assegnano il titolo.

A questo punto, però, interviene la sfortuna: Zenga si infortuna gravemente al ginocchio e decide che è arrivato il momento di appendere gli scarpini (o, per meglio dire, i guanti) al chiodo.

Il board della società accetta con amarezza la scelta di Zenga ma sa di aver bisogno della grande esperienza dell’ex numero uno dell’Inter anche solo all’interno del club. Ecco, così, una nuova offerta: diventare osservatore per conto della società bostoniana in modo da portare i migliori talenti tra le fila dei Revolution.

Zenga accetta con orgoglio ma soltanto dopo poche settimane lo scenario cambia nuovamente e radicalmente.

Reduce dalla sua partita d’addio a San Siro, “mi sono concesso una lunga vacanza. Due mesi in giro tra isole Vergini e Caraibi. Nel viaggio era prevista una tappa a Boston, dove i New England Revolution mi avevano organizzato una festa come quella di Milano. Era un brutto momento, per la squadra: ultima in classifica, attacco e difesa peggiori del campionato, pubblico in calo. La serata in mio onore prevedeva una sfida ai Los Angeles Galaxy. Sono arrivate trentaseimila persone, a festeggiarmi. Appena finita la partita, il general manager mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha messo in mano un contratto per guidare la squadra“.

Incredibile.

Salta, dunque, la panchina dell’olandese Thomas Rongen e per Walter si spalancano le porte della sua prima esperienza da tecnico. Ma non solo. Il ruolo è quello di allenatore e calciatore allo stesso tempo. Nella stagione 1998, tuttavia, Zenga non sfrutta mai quest’ultima possibilità.

L’anno successivo, invece, cambia idea.

Nel 1999, infatti, Zenga’s back! A 39 anni suonati, difende i pali dei New England Revolution in 25 partite. Si destreggia ottimamente ed infatti viene addirittura convocato per l’All-star game della lega. La squadra, tuttavia, non gira. La stagione dei Revolution termina al quinto posto della Eastern Conference, senza i tanto agognati playoff.

Zenga viene, così, sollevato dall’incarico e l’esperienza americana si conclude definitivamente, non senza una piccola coda polemica.

“Avevo un contratto fino al 30 ottobre, ma la finalissima del campionato è a novembre. Allora un mese fa ho chiesto al GM della società dei chiarimenti. Nessuna risposta. Così mercoledì ho mandato un fax: “Devo valutare altre offerte, ditemi se volete rinnovarmi il contratto o no. Ma me lo dovete dire subito”. Giovedì si è presentato al campo il GM e mi ha detto che non avrei più giocato né allenato. Credo che abbiano interpretato, sbagliando, la mia lettera come un ultimatum”. In effetti, il g.m. dei Revolution, Brian O’ Donovan, afferma in seguito: “Noi volevamo aspettare la fine della stagione per valutare l’operato di Zenga, ma lui ci ha messo alle strette e posto un ultimatum…”

In MLS, ad ogni modo, Zenga non è certo stato un personaggio di passaggio.

Basti pensare che a lui fu addirittura dedicata la divisa da portiere dei Revolution nel 1999. In che modo? Venne inserita una ragnatela in bella vista sulla maglia, in onore al suo soprannome. Una maglietta che riscosse grande successo tra i fan americani e che è entrata nella storia come una delle più assurde mai presentate in MLS.

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