Strumentalizzare e definire macchiate di semplice razzismo le parole di un tecnico spesso fuori dagli schemi, che ha fatto dell’istrionismo di fronte alle telecamere un punto di forza, sarebbe probabilmente eccessivo. Proprio Sandro Pochesci rischia oggi, stando a quanto riportato dal Corriere della Sera, un deferimento per slealtà sportiva. “Sono un tifoso, purtroppo o per fortuna, nato nel ’63 che vorrebbe rivedere la Nazionale al Mondiale, ma non volevo offendere nessuno” ha peraltro dichiarato il giorno successivo, aggiungendo come “magari qualche giocatore si troverà in disaccordo con le mie parole e farà di tutto per smentirmi”.

Cerchiamo di analizzare, a poche ore dalla gara storica e decisiva di San Siro contro la Svezia, quel che il tecnico romano ha messo a nudo servendoci di analogie e citazioni.

“Oltre ad aver perso da una squadra di profughi, ci siamo fatti menare. Una volta l’Italia menava e vinceva, oggi ci menano e piangiamo”.

Prima un doveroso passo indietro, perché aver utilizzato il termine “profughi” ha generato un domino di reazioni e indignazione che forse avrebbe potuto essere evitato. A guardare la nazionale che ci ha sconfitto a Stoccolma, i giocatori con doppio passaporto non sono poi così tanti come la dichiarazione di Pochesci potrebbe far pensare. Martin Olsson, di madre keniota, Durmaz e Thelin sono gli unici oriundi – non profughi – in una squadra decisamente tendente al biondo.

Detto questo, anche il presidente americano Donald Trump ha criticato l’altissimo numero di siriani presenti nel paese nordico per eccellenza. Pochesci, definendo la Svezia una “squadra di profughi”, avrà probabilmente pensato anche a Zlatan Ibrahimovic, che da solo vale per dieci ed ha trascinato i gialloblù in tutte le competizioni per anni. Peraltro senza grandi soddisfazioni.

Per spiegare il significato della frase “oggi ci menano e piangiamo” basta invece una fotografia, quella spinta di Berg a Chiellini, che viene spostato di qualche metro e colpisce di striscio Buffon in uscita: le ferventi proteste per un fallo in attacco, dettato da semplice foga agonistica, sono servite a qualcosa? Giudicando il risultato, difficile dare torto a Pochesci.


 

“Le primavere sono fatte tutte da stranieri, mentre il calcio deve esser fatto dagli italiani, altrimenti ogni mese esce un oriundo. Andassero a prendere i giocatori dalla Lega Pro…anche perché una squadra di Lega Pro avrebbe vinto contro la Svezia”.

Capitolo Primavera: il discorso ha senza dubbio un fondamento, basti osservare gli attacchi delle grandi squadre italiane che cercano spesso altrove il talento e la fantasia. Prendendo come esempio la sfida Primavera fra Inter ed Hellas Verona, i giocatori “stranieri” in campo erano ben 10 su 22. Stranieri che molto spesso sono perfettamente integrati in Italia, paese adottivo per cui darebbero tutto. Sicuri che si tratti solamente di un problema nel sistema?

In rose che si aggirano intorno ai 30 giocatori, si va dal 35% di stranieri nell’Inter al 17% del Sassuolo, dal 28% rossonero al 21% del Genoa 4° in classifica. La capolista Atalanta ha 5 giocatori non italiani su 27 componenti della rosa, di cui fa parte proprio uno svedese. Eccezion fatta per le due milanesi, quindi, la critica lanciata da Pochesci non può esser presa per vera indiscriminatamente. Anche osservando il regolamento relativo alla registrazione delle rose e ai giocatori cresciuti nel vivaio, in Italia l’ingresso di giovani azzurrini nel calcio dei grandi è più controllato di quanto possa sembrare. Senza contare che Paul Pogba e Alvaro Morata sono cresciuti e stanno crescendo all’estero, sintomo di come star lontani da casa non è sempre un fattore negativo.

A questa nazionale, forse, servirebbero proprio Zaza e Gabbiadini in campo. Magari Zappacosta, forse persino Balotelli. Il capitolo sugli oriundi è troppo complicato, motivo per cui verrà chiuso.

Sul fatto che una squadra di Lega Pro potesse sconfiggere la Svezia i dubbi sono ancora più grandi. Forse la sua Ternana avrebbe messo sul campo più grinta, su questo molti si troverebbero d’accordo.

 “Se vedo che la mia squadra ha paura mi faccio da parte e lascio a uno più coraggioso”

 Venendo subito al destinatario dell’accusa, ovvero Gian piero Ventura, difficile pensare che un addio prematuro potesse cambiare qualcosa in positivo. Certo, incaponirsi su moduli e idee calcistiche divenute improvvisamente prevedibili e fuori luogo dopo la disfatta in Spagna, non sembra essere stata la giusta tattica, va però ricordato come già alla vigilia dell’inizio delle qualificazioni pensare ad un primo posto fosse quasi proibitivo. La differenza sostanziale? In estate si faceva riferimento allo strapotere tecnico della Spagna e non ad una possibile delusione azzurra, cosa che invece si sarà verificata in ogni caso, qualificazione o meno. Ecco che l’Italia è così diventata di colpo una nazionale priva di tecnica ed insicura, proprio la stessa che due anni fa stupiva agli Europei contro Belgio, Spagna e Germania. Quello “più coraggioso” sarebbe Antonio Conte? Ad ogni modo, le dimissioni di Ventura avrebbero generato un terremoto con più danni che vantaggi. Aver deciso di restare in sella con uno spogliatoio in ebollizione, se non come segno di debolezza, può anche esser visto come una scelta coraggiosa. Fare solamente due sostituzioni in 90’ è stato invece un segno di debolezza.

“Perdiamo tutti, noi addetti ai lavori e voi giornalisti”

Frase ancora una volta da analizzare più profondamente. Gli amanti della tattica troverebbero un preciso numero di ragioni che hanno portato alla sconfitta in ogni gara sotto la gestione Ventura, a dimostrazione di come a perdere siano stati solamente i giocatori impegnati sul campo. Visto che “il calcio non è sempre una scienza esatta”, vale la pena ampliare il cerchio come fatto da Pochesci: se si fa riferimento a quel filone di personaggi e quotidiani sportivi che si sono – giustamente o meno, poco importa – schierati dalla parte di chi cerca di esautorare l’allenatore attualmente in carica, anziché spronare fino al termine degli spareggi, ecco che una sconfitta sul campo sarebbe molto amara davvero per tutti.

Anche spostandosi alla stessa distanza da Ventura e dalla squadra, il risultato non cambia: come scritto dal nostro direttore, “il confine della tracotanza con la paura si è fatto davvero sottile”. Paura, paura di perdere, di perdere tutti.

“Quando giochi con la paura ti fai autogol”

 Frase che ha fatto drizzare le orecchie a molti ascoltatori, trovatisi nuovamente di fronte alla deviazione che ha spiazzato Buffon nella sfortunata serata di venerdì. Gli autogol storici e decisivi nei derby più famosi e sentiti d’Italia rendono questa frase veritiera e crudele, ancor di più se si paragona la deviazione di De Rossi a quella di Zaccardo contro gli U.S.A. nel 2006.

A proposito di autoreti, ad inizio campionato proprio Pochesci ha visto il suo portiere mettersi il pallone in porta – forse per paura, forse per sfortuna – contro il Venezia di Filippo Inzaghi, uno che con la maglia azzurra ha fatto la storia. Il giocatore in questione è Alessandro Plizzari, giovane promessa in prestito dal Milan, di nazionalità italiana. Questo a dimostrazione di quanto le leggi dello sport vengano riviste quotidianamente e di quanto il calcio sia strano, come urlò Fabio Caressa a Giuseppe Bergomi nel 4-3 fra Liverpool e Borussia Dortmund che riscrisse le regole del calcio. Proprio come ad Anfield, fra Italia e Svezia tutto sarà possibile. Anche passare il turno da sconfitti.

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