Dopo la ormai celebre Sindrome di Stendhal, che prese il grande scrittore alla vista dei capolavori fiorentini, anche Gerusalemme fa perdere la testa, quando la si visita, quando di lei si parla, quando in qualche modo la s’incontra, ecco che sorgono strani pensieri e atti e desideri fuori della norma, roba che ha che fare con una misteriosa luce. Uno dei più accesi casi di questa Sindrome è quello che ha folgorato Arcadi Gaydamak, un ebreo di Mosca, benefattore di ospedali e orfanotrofi israeliani, che a un certo punto è stato rapito non tanto dal sacro Monte del Tempio, quanto da una bellicosa squadra di calcio, il temibile Beitar Yerushalaym. L’ha acquistata e, di colpo, è diventato uno degli uomini più popolari di Israele, ma anche uno dei più perseguitati, dalla sua stessa squadra, o meglio, dai suoi indomabili tifosi.

Il calcio, sempre lui, quella sfera infuocata che domina la scena della modernità, in tutto il mondo, il perfetto dado che gioca con i sentimenti, e i risentimenti, degli uomini del nostro tempo. Chi gioca non si da mai per vinto, alimenta in sé l’idea di avere sempre qualcosa da giocare, da mettere in campo, ed è quando non si ha più niente da offrire, quando si crede di avere esaurito tutte le possibilità di vittoria, che si rinuncia al bel gioco e si ricorre al crimine. Come nel Grande Gioco della politica, che degenera in guerra, e nel calcio all’entrata a gamba tesa che spacca il tendine dell’avversario.

La squadra è il tifo che si fa per lei, le urla che nello stadio, si levano in alto. La passione è grande, sicché anche quando delude tutte le aspettative, si continua a parteggiare, non è la squadra la colpevole ma la rivale, l’arbitro, la sfortuna. Ci sarà una rivincita, il tifoso vive nell’attesa delle rivincite.

Ma Arcady Gaidamak non ha incontrato un tifo qualsiasi; il Beitar Yerushalaym, è una squadra di calcio i cui i tifosi si chiamano la Familia, accesi sostenitori dello Stato d’Israele libero da ogni ingerenza, al punto da sconfinare nella violenza, legati tradizionalmente al movimento fondato nel 1927 a Riga, dallo scrittore, e poeta Ze’ev Jabotinsky.

Il Beitar è l’unica squadra composta da soli ebrei, schiava della tifoseria in maniera così forte da esserne ostaggio. Familia non vuole arabi a rappresentare i colori del Beitar; arabo, per Familia, è una minaccia alla loro identità ebraica, lacerata dal già perenne conflitto fra queste due comunità.

Stanco del potere della Familia, dopo aver cercato invano di sfruttare il successo, scendendo in campo con un partito politico, Gaydamak ha avuto una seconda Sindrome, un’altra illuminazione: tagliare la corda. Ma ogni volta che ci provava, ci ripensava. Finalmente, dopo vari tentativi, approdò alla libertà, scaricando la Familia su un certo Tabib, un affarista israeliano, che per prima cosa pensò di reclutare un calciatore arabo. Qualcuno gli piazzò una granata sotto la macchina. I soliti esagitati!

Israele, si sa, non può perdere nemmeno una partita, tante ne ha giocate tante ne ha vinte; per un paio che ne ha pareggiate sono stati dolori. Una sola sconfitta potrebbe segnare la fine di Israele. È una grande fatica per i suoi giocatori, tra i quali eccellevano i compianti Moshe Dayan e Rabin; l’arbitro non fischia sul campo di battaglia, tocca, senza sosta, correre all’attacco o stringersi in difesa.

Israele vorrebbe qualcosa di più della fine del primo tempo, qualcosa di più di una tregua, ma la sua non è una partita che si conclude al novantesimo minuto, la sua pare una partita eterna. Nel calcio, le più illustri squadre del campionato sono di sinistra, la squadra del Bnei Sakhnin mostra come arabi e israeliani, giocando assieme possano unirsi nella lotta contro l’estremismo, trascendendo il conflitto in corso.

Ma quando i suoi tifosi arabi si scontrano con il Beitar Yerushalaym, non resistono, eccoli che subito sventolano sugli spalti le bandiere palestinesi, mentre calpestano quelle israeliane…

 

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