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Calcio

Beitar Gerusalemme: Israele, se il calcio è una fede (violenta)

Tiziana Della Rocca

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Con l’inaugurazione dell’Ambasciata americana a Gerusalemme, riconoscendo di fatto la Città Santa come capitale dello Stato di Israele, Trump ha fatto contenta la squadra del Beitar Gerusalemme, che ha addirittura aggiunto il cognome dell’attuale Presidente degli Stati Uniti nel nome, divenendo Beitar Trump Gerusalemme. Una compagine famosa per i suoi tifosi violenti, appartenenti alla destra nazionalista, che hanno sempre sostenuto la “purezza” ebraica della rosa dei giocatori, osteggiando la presenza di atleti di origine araba. Ecco la loro storia. 

 

Dopo la ormai celebre Sindrome di Stendhal, che prese il grande scrittore alla vista dei capolavori fiorentini, anche Gerusalemme fa perdere la testa, quando la si visita, quando di lei si parla, quando in qualche modo la s’incontra, ecco che sorgono strani pensieri e atti e desideri fuori della norma, roba che ha che fare con una misteriosa luce. Uno dei più accesi casi di questa Sindrome è quello che ha folgorato Arcadi Gaydamak, un ebreo di Mosca, benefattore di ospedali e orfanotrofi israeliani, che a un certo punto è stato rapito non tanto dal sacro Monte del Tempio, quanto da una bellicosa squadra di calcio, il temibile Beitar Yerushalaym. L’ha acquistata e, di colpo, è diventato uno degli uomini più popolari di Israele, ma anche uno dei più perseguitati, dalla sua stessa squadra, o meglio, dai suoi indomabili tifosi.

Il calcio, sempre lui, quella sfera infuocata che domina la scena della modernità, in tutto il mondo, il perfetto dado che gioca con i sentimenti, e i risentimenti, degli uomini del nostro tempo. Chi gioca non si da mai per vinto, alimenta in sé l’idea di avere sempre qualcosa da giocare, da mettere in campo, ed è quando non si ha più niente da offrire, quando si crede di avere esaurito tutte le possibilità di vittoria, che si rinuncia al bel gioco e si ricorre al crimine. Come nel Grande Gioco della politica, che degenera in guerra, e nel calcio all’entrata a gamba tesa che spacca il tendine dell’avversario.

La squadra è il tifo che si fa per lei, le urla che nello stadio, si levano in alto. La passione è grande, sicché anche quando delude tutte le aspettative, si continua a parteggiare, non è la squadra la colpevole ma la rivale, l’arbitro, la sfortuna. Ci sarà una rivincita, il tifoso vive nell’attesa delle rivincite.

Ma Arcady Gaidamak non ha incontrato un tifo qualsiasi; il Beitar Yerushalaym, è una squadra di calcio i cui i tifosi si chiamano la Familia, accesi sostenitori dello Stato d’Israele libero da ogni ingerenza, al punto da sconfinare nella violenza, legati tradizionalmente al movimento fondato nel 1927 a Riga, dallo scrittore, e poeta Ze’ev Jabotinsky.

Il Beitar è l’unica squadra composta da soli ebrei, schiava della tifoseria in maniera così forte da esserne ostaggio. Familia non vuole arabi a rappresentare i colori del Beitar; arabo, per Familia, è una minaccia alla loro identità ebraica, lacerata dal già perenne conflitto fra queste due comunità.

Stanco del potere della Familia, dopo aver cercato invano di sfruttare il successo, scendendo in campo con un partito politico, Gaydamak ha avuto una seconda Sindrome, un’altra illuminazione: tagliare la corda. Ma ogni volta che ci provava, ci ripensava. Finalmente, dopo vari tentativi, approdò alla libertà, scaricando la Familia su un certo Tabib, un affarista israeliano, che per prima cosa pensò di reclutare un calciatore arabo. Qualcuno gli piazzò una granata sotto la macchina. I soliti esagitati!

Israele, si sa, non può perdere nemmeno una partita, tante ne ha giocate tante ne ha vinte; per un paio che ne ha pareggiate sono stati dolori. Una sola sconfitta potrebbe segnare la fine di Israele. È una grande fatica per i suoi giocatori, tra i quali eccellevano i compianti Moshe Dayan e Rabin; l’arbitro non fischia sul campo di battaglia, tocca, senza sosta, correre all’attacco o stringersi in difesa.

Israele vorrebbe qualcosa di più della fine del primo tempo, qualcosa di più di una tregua, ma la sua non è una partita che si conclude al novantesimo minuto, la sua pare una partita eterna. Nel calcio, le più illustri squadre del campionato sono di sinistra, la squadra del Bnei Sakhnin mostra come arabi e israeliani, giocando assieme possano unirsi nella lotta contro l’estremismo, trascendendo il conflitto in corso.

Ma quando i suoi tifosi arabi si scontrano con il Beitar Yerushalaym, non resistono, eccoli che subito sventolano sugli spalti le bandiere palestinesi, mentre calpestano quelle israeliane…

 

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Calcio

Russia 2018: Vince la Svizzera, esulta il Kosovo

Ettore zanca

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La partita Serbia – Svizzera non sarebbe stata facile per loro tre.
Loro sono Behrami, Shaqiri e Granit Xhaka. Giocano nella nazionale svizzera ma hanno radici kosovare. Behrami e Shaqiri hanno avuto la storia meno cruenta dei tre. Se così si può dire. Entrambi fuggiti in Svizzera con le famiglie ai primi venti di guerra nella ex Jugoslavia nel 1991. Shaqiri pur legato molto alla Svizzera, è stato molto tentato di abbandonare la nazionale per giocare in quella kosovara, poi rinunciò per gratitudine a chi diede ospitalità alla sua famiglia.

La storia di Granit Xhaka è molto più affondata nella sua carne e in quella dei suoi familiari.
Le milizie serbe capitanate da Slobodan MIlosevic infatti, arrestarono il padre di Granit, accusato di essere un attivista delle cause kosovare. Condannato a sei anni, fu rilasciato dopo 3 anni e mezzo in cui fu torturato e percosso. Una volta fuori e prima che la situazione precipitasse, decise di scappare a Basilea. Dove nacquero Granit e suo fratello Taulant.

La curiosità è che mentre Granit difende i colori della Svizzera, suo fratello gioca per la nazionale albanese. Agli europei di due anni fa, la madre era allo stadio con una maglietta divisa in due parti per non fare torto a nessuno dei due. Granit dice di suo padre che è il suo idolo indiscusso, che però non gli ha mai raccontato tutto della prigionia, forse per risparmiargli il dolore.

Ieri sera la Svizzera ha vinto. Il gol della vittoria lo ha segnato Shaqiri, uno dei tre kosovari. Per completare la favola, occorreva che a pareggiare fosse l’uomo con la storia più affondata nella carne. Beh, indovinate un po’ chi ha fatto il gol del pareggio. Un gran bel gol tra l’altro.

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Il senso di Lukaku per la vita

Ettore zanca

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In mezzo ad un mondo che si urla di tutto, le immagini edificanti sono ormai delle oasi da tenersi strette. Dopo la fine della partita vinta dal Belgio contro Panama, c’è stata una delle più belle immagini del mondiale, finora. E sono immagini che rimandano alla storia personale di uno dei due. Nella foto che vedete, ci sono il panamense Fidel Escobar e il belga Romelu Lukaku, in divisa rossa. Durante la partita se le sono date di santa ragione per arrivare prima sul pallone. Lukaku ha segnato una doppietta. Alla fine entrambi, comunque hanno pregato, una preghiera di ringraziamento, evidentemente, che al di là delle religioni di ognuno, Lukaku è cattolico, Escobar cristiano evangelico, fa rendere entrambi paghi per quello che hanno avuto. E non è poco. Ancora più raro è vederlo su un campo da calcio.

La storia personale di Lukaku poi, è di quelle da fame nera. Nato ad Anversa, quindi Belga di cittadinanza e non naturalizzato, ha cominciato a sgomitare la vita prima degli avversari. Se c’è un momento in cui si realizza di essere poveri, Romelu lo ricorda nitidamente, aveva sei anni e tornava a casa da scuola e vide dipinta sui volti della famiglia la disperazione. Erano senza nulla. I topi erano i suoi coinquilini, mangiavano pane con latte allungato con acqua.
Si faceva la doccia dentro una pentola e non aveva elettricità. Promise a se stesso che tutto sarebbe cambiato per lui e per la famiglia.

A undici anni sembrava già uno di diciotto, i genitori degli altri ragazzini stentavano a credere che avesse quell’età. A dodici anni andò dal tecnico dell’Anderlecht under 19, gli chiese di farlo giocare, quello gli rise in faccia, e Romelu disse: “facciamo così, tu mi fai giocare e io ti prometto di fare 25 gol in un anno, se perdo mi sbatti in panchina o mi cacci, se vinco, pulisci il pulmino della squadra e cucini i pancakes per tutti. A fine stagione mangiammo dei buonissimi pancakes”.

Da allora è stato il sostegno per tutta la famiglia. E conosce bene la fame, per questo lotta come un disperato per tutto il campo. E ha un mantra, che tanti dovrebbero ricordare: “non bisogna mai scherzare con chi ha lottato tra miseria e povertà sconfiggendo la fame”. 
No, c’è poco da scherzare, Romelu, con chi fa a gomitate prima di tutto col fato e lo abbatte. Poi preghiamo insieme, poi. A partita finita. E non importa chi ha vinto.

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I tifosi messicani e il problema degli insulti omofobi

Emanuele Sabatino

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La Fifa ha aperto un’indagine disciplinare contro il Messico dopo che i suoi supporter hanno usato cori discriminanti e di stampo omofobo durante il loro match contro la Germania vinto per 1-0. I tifosi messicani potrebbero vedere il loro “Fan ID” confiscato.

Uno degli osservatori anti-discriminazione della FIFA ha riportato la reiterata pronuncia del coro “Puto” all’interno dello stadio Luzhniki di Mosca durante la sfida tra Messico e Germania. Un insulto tipicamente omofobo nella lingua spagnolo-messicana, rivolto all’avversario nello specifico Neuer, portiere della Germania ogni volta che effettuava un rinvio dal fondo.

I tifosi del Messico sono stati aspramente criticati in passato dalle organizzazioni a difesa dei diritti dei gay in quanto l’insulto “Puto”, letteralmente “prostituta di sesso maschile o gigolò” è ravvisato dagli stessi come omofobo. La federazione calcistica messicana è stata più volte multata per questi insulti durante le Qualificazioni Mondiali ma queste sono sempre state poi annullate dalla Corte di Arbitraggio Sportivo che lo ha ritenuto insultante ma non discriminante.

La cosa strana è che ai tifosi messicani, beccati di aver trasgredito ben 12 volte i regolamenti anti-discriminazione, non sia stato ancora impedito di accedere allo stadio, cosa invece avvenuta per i tifosi di Cile e Honduras colti in flagrante rispettivamente 10 e 5 volte.

Il nuovo regolamento della massima federazione calcistica mondiale, introdotto durante la scorsa Confederation Cup, vuole che ci sia un annuncio da parte dello speaker dello stadio e poi la sospensione ed eventuale abbandono della gara. Procedura che non è stata eseguita durante il match contro la Germania.

L’insulto “Puto” non rientrerebbe nell’articolo 58 della codice disciplinare della FIFA, che previene la discriminazione in base alla razza, colore, lingua, religione e origine. Non vi è traccia invece della discriminazione in base all’orientamento sessuale. La pena minima per la violazione dell’articolo 58 è pari a 30.000 franchi svizzeri che può sfociare in casi reiterati e ben più gravi dapprima nel divieto di ingresso per i tifosi ed in ultimo all’esclusione della squadra dal torneo.

L’insulto “Puto” violerebbe invece l’articolo 67 dello stesso codice disciplinare in quanto “parola offensiva generica” ma in questo caso non è prevista una pena minima.

La Federazione calcistica messicana ha subito e veementemente intimato i suoi tifosi a fermare questo tipo di cori, invitandoli a pensare al fatto che sono la rappresentanza dei migliori tifosi del mondo. Se beccati a comportarsi male, i tifosi messicani potrebbero vedersi confiscare il loro “Fan ID”, un documento ufficiale richiesto per entrare negli stadi e sostitutivo della Visa necessaria per entrare nel paese durante il torneo.

Sempre la federazione messicana, su Twitter, ha pregato i suoi tifosi a comportarsi bene e non farsi arrestare. I tifosi del Messico, dal canto loro, sono recidivi in quanto già ammoniti durante la scorsa Confederation Cup tenutasi lo scorso anno sempre in Russia. Vedremo se riusciranno a fare di peggio nella partita di oggi contro la Corea del Sud

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