24 giugno 2014, Brooklyn, New York. Al Barclays Center va in scena uno dei Draft NBA più attesi degli ultimi anni. E le aspettative non vengono smentite, fra i giocatori selezionati compaiono star del calibro di Andrew Wiggins, Jabari Parker, Joel Embiid. Eppure, tra i 60 nomi eleggibili non figura un atleta che avrebbe senza dubbio meritato di essere draftato. Il commissioner, Adam Silver, lo chiama comunque sul palco e gli applausi, scroscianti, accompagnano il suo cammino tra gli spalti, mentre lui è visibilmente emozionato. Una scena toccante, se non fosse che in quella scena è ritratta tutta l’ingiustizia divina che ha colpito questo giovane ragazzo.

Il suo nome è Isaiah Austin, classe ’93, centro di 214 cm proveniente dall’Università di Baylor. Ottimo stoppatore, difensore instancabile, dotato di proprietà di palleggio e di tiro invidiabili per qualunque lungo, Isaiah era ormai pronto per l’approdo in NBA. La sua chiamata al draft era data per certa. Eppure, a pochi giorni dal Draft gli esami medici non lasciano scampo: gli viene diagnosticata la sindrome di Marfan. Una sindrome molto rara, che provoca una disfunzione nei tessuti connettivi e, se associata ad un’attività fisica intensa, può causare la morte.

Nel caso di Isaiah il rischio non poteva essere sottovalutato: la malattia aveva provocato una deformazione alle arterie coronarie, allargate più del normale, che avrebbero potuto collassare se sottoposte a intensi stress fisici. Si temeva che si ripresentasse quanto successo nel 1986 a Flo Hyman, pallavolista americana morta per dissezione aortica a causa proprio della sindrome di Marfan.

 Per il nativo di Fresno la scoperta della malattia e la susseguente esclusione al Draft sono uno shock. Lui, che già ne aveva passate tante, non riesce a crederci. Già, perché il destino già si era accanito con lui in passato. Durante la sua prima stagione coi Baylor Bears, nel 2012-2013, aveva dimostrato doti difensive eccezionali, al punto da essere visto come uno dei futuri centri più forti in NBA. Era sul punto di dichiararsi eleggibile al Draft del 2013, quando dovette fare un’inspiegabile quanto criticatissima marcia indietro. Pochi mesi dopo si scoprì il perché: per un infortunio di gioco – risalente dalle medie – aveva perso la vista dall’occhio destro, a causa del distaccamento della retina. Un problema che lo costrinse a ben quattro operazioni e all’utilizzo di speciali occhiali protettivi durante le partite.

 Impossibile non pensare ad un vero e proprio accanimento divino. Anche se di sicuro Isaiah stesso non apprezzerebbe queste parole. Lui, cresciuto nel cristianissimo Grace Preparatory Academy di Arlington, in Texas, ha da sempre mostrato una fede profondissima in Dio. Basti pensare che durante la March Madness 2014, dopo una sua prestazione sensazionale ai danni dei Creighton Bluejays, sul suo profilo Twitter si profuse in un ringraziamento molto particolare: “Thank you God for your Grace”.

Eppure, dopo le tante tribolazioni patite, in questi giorni le preghiere di Isaiah sono forse state ascoltate . Gli ultimi esami medici hanno portato a una nuova diagnosi, ben diversa dalla precedente. Austin può finalmente tornare a giocare a basket.

Dopo 2 anni di stop forzato ritornare ad esprimersi sul parquet come una volta non sarà facile, determinazione e duro lavoro saranno ingredienti indispensabili per raggiungere quest’obiettivo. Il tutto con il timore che la sindrome possa giocare qualche brutto scherzo. Dove potrà arrivare questo ragazzo? Potrà un giorno calcare i parquet dell’NBA? Diamogli tempo, le risposte arriveranno. Per ora godiamoci questo momento, in cui Isaiah inizia finalmente a intravedere uno spiraglio di luce dietro le ombre del passato.

Close