Quale migliore antidoto per i ragazzi dell’Iraq che vogliono provare a dimenticare la guerra, di avvicinarsi allo sport? Di provare a sentirsi liberi, così facendo, dalle bombe, dagli attentati, dai morti, e di farlo, per esempio giocando a calcio, sognando di diventare come Messi e Cristiano Ronaldo, come sognano milioni di ragazzi che sono stati più fortunati di loro. Che vivono in tempo di pace, hanno tutto, e pensano talvolta che lo sport, sia solo una perdita di tempo.

Non devono invece averla pensata così, quelli del programma No Lost Generation dell’UNICEF, quando hanno deciso di costruire un centro sportivo a Dohuk, nel cuore del Kurdistan iracheno. Una zona di guerra dove, purtroppo, un ragazzo che muore fa meno notizia di uno che gioca a pallone. Lo scopo è stato quello di aiutare i ragazzi che dalla guerra sono costretti a fuggire, a provare in questo modo, a dimenticarla, la guerra.

Anche se non è facile, purtroppo, e capita che alla fine anziché dimenticarla, un ragazzo che abita da queste parti, finisce per combatterla, la guerra. Anche per evitare tutto questo, che allora, a Dohuk, è nato l’Advan Centre, un centro sportivo che in poco tempo è diventato un punto di incontro per centinaia di ragazzi iracheni (l’Unicef ne conta 500 a settimana) che grazie allo sport possono in questo modo incontrarsi, conoscersi, trascorrere insieme del tempo e provare a renderlo migliore.

Ragazzi e ragazze. Dato che a frequentare il centro sono anche i fiocchi rosa. Come Loreen che è nata in Siria ma a Dohuk ha vissuto due anni. E lì, all’Avdan Centre, ha potuto imparare come si gioca a pallone. Sognando di diventare un attaccante e facendo tanta amicizia con ragazze come lei che arrivavano da ogni parte del Paese. “Ogni mia compagna di squadra è diventata una mia amica” dice Loreen anche oggi che è tornata a vivere in Siria.

Come si legge sul sito dell’UNICEF, “ogni domenica viene organizzata una partita” nella quale gli allenatori, di loro sponte, formano le squadre scegliendo ragazzi che vengono da regioni diverse. In questo modo, “si favorisce l’integrazione tra di loro” dice un allenatore, e così, per esempio, un ragazzo curdo si ritrova ad essere compagno di squadra di un ragazzo iracheno. Sarebbe potuto capitare in tempi normali? Chissà, ma non importa.

L’importante è invece, che Jolal e Khaled (due ragazzi che frequentano il centro e provenienti da etnie diverse) si siano potuti incontrare. E incontrandosi, siano diventati amici. Li si sul campo di calcio, dove giocano ogni fine settimana, pensando di essere per un giorno come i loro idoli, Messi e Cristiano Ronaldo. Sentirsi così campioni sul campo, essendo tutti i giorni “campioni” della vita.

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