di Elisa Mariella

“Il cavallo è un dono di Dio agli uomini”, così recita un vecchio proverbio arabo. Fin dall’antichità, quando ancora non c’erano i bolidi a quattro ruote e i droni telecomandati erano semplice fantascienza, le battaglie, la vita, gli amori si vivevano galoppando sul dorso di questi fedeli animali. E se il Riccardo III di Shakespeare per averne uno era disposto a vendere il suo regno, si narra che quello del grande condottiero Alessandro Magno lo accompagnò per più di vent’anni in tutte le sue battaglie.

La storia racconta che un cavallo può essere tante cose: mezzo di trasporto, simbolo di ricchezza, corridore, amico ma anche terapista, per via delle sue particolari doti di sensibilità, adattamento e intelligenza. Proprio le grandi qualità empatiche di questo animale sono alla base dell’Ippoterapia, un insieme di tecniche terapeutiche basate sul rapporto tra uomo e cavallo, che hanno lo scopo di migliorare le condizioni psicofisiche di soggetti diversamente abili. Di ippoterapia ne parlava già Ippocrate (460-370 a.C.), padre della medicina, che nei suoi manuali consigliava lunghe cavalcate per combattere l’ansia e l’insonnia. In Italia la terapia con il mezzo del cavallo è stata introdotta negli anni ’70 da Daniela Nicolas-Citterio, con la collaborazione dell’Associazione Nazionale Italiana per la Riabilitazione Equestre (ANIRE).

Oggi l’equitazione per disabili si suddivide in terapia con il mezzo del cavallo e ricreazione sportiva. Nel caso di disturbi neuromotori, il movimento oscillatorio dell’animale aiuta il paziente in sella a recuperare il tono muscolare e a rinforzare le ossa dello scheletro. In persone autistiche o affette da sindrome di Down, la relazione paziente-animale stimola nel primo emozioni piacevoli che inibiscono e riducono comportamenti aggressivi, ripetitivi o di chiusura. In questo modo la persona affetta da disabilità si avvicina al cavallo, creando con quest’ultimo un legame fatto di sguardi, carezze, vicinanza fisica e cura reciproca. È proprio questo animale possente e al tempo stesso sensibile ad accompagnare i pazienti verso una maggiore consapevolezza di sé, delle loro capacità, del mondo che li circonda. Tra equino e cavaliere si instaura così un rapporto bidirezionale: prendersi cura del cavallo, nutrirlo, correre insieme a lui diventa talmente simbiotico che, in alcuni casi, il salto da paziente ad atleta è breve. La competizione sportiva – che prevede obblighi, regole e una ferrea disciplina da rispettare – aiuta i disabili a reinserirsi in un meccanismo sociale, di cui prima non si sentivano parte.

Fra le categorie di gara dell’equitazione integrata ci sono il Dressage, la Gimkana e l’endurance sperimentale: nella prima gareggiano i disabili motori, i non vedenti o gli ipovedenti che, attraverso una serie di movimenti, disegnano figure geometriche in un campo rettangolare. La Gimkana invece è una gara di precisione: lungo un percorso vengono disposti degli oggetti che il cavaliere affronta e supera insieme al cavallo. Qui a contendersi il podio sono coloro affetti da patologie psichiche. Nell’endurance sperimentale infine, gareggiano i bambini fra i 5 e i 12 anni. I piccoli cavalieri assieme ai loro pony affrontano un percorso ad ostacoli “facilitato”, con la collaborazione degli istruttori. In Italia sono sempre di più le strutture che si occupano di equitazione integrata e ippoterapia, avvalendosi della collaborazione di specialisti del settore. L’obiettivo a cui tecnici specializzati e staff medico lavorano ha un comune denominatore: l`inclusione di queste persone nel contesto equestre. Il “mezzo” è proprio lo sport, vissuto come evoluzione della terapia e strumento fondamentale per abbattere i pregiudizi. Combattere l’emarginazione, rieducare alla socialità, promuovere l’inclusione: tutti possono tornare in piedi dopo essere caduti, superando gli ostacoli della vita. E magari, la “battaglia” fa meno paura se affrontata in sella a un compagno fidato come il cavallo.

Elisa Mariella

FOTO: www.cesvot.it

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