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Intervista al Professor Mariani: Totti, Strootman e i ferri del mestiere

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di Massimiliano Guerra e Emanuele Sabatino

Francesco Totti, Kevin Strootman, Lorenzo Insigne, Damiano Tommasi. Questi sono solo alcuni nomi dei circa duemila atleti che il Professor Mariani ha operato e guarito durante i suoi quaranta anni di carriera. Siamo andati a trovarlo nel suo studio a Villa Stuart per conoscerlo meglio e scoprire qualche altra curiosità su un mito della chirurgia traumatologica sportiva e non solo.

Come ha deciso di avvicinarsi alla medicina e alla chirurgia?

Per caso. La scelta di medicina è stata una casualità. Successivamente avevo deciso di fare il cardiologo, ma poi mi sono accorto che il mio orecchio non aveva un udito così elevato. All’epoca la cardiologia era solo fonendoscopio e quindi decisi di cambiare in favore di una disciplina meno medica. Arrivai a clinica ortopedica con il Professor Perugia che si interessava di Traumatologia dello sport. Anche questa può essere definita una casualità. Possiamo dire che la mia vita è stata una serie sliding doors”.

Praticava sport? E’ appassionato di qualche disciplina in particolare?

Non ho mai praticato sport. Mi piace vedere la pallacanestro. Seguivo molto la Stella Azzurra, mi ricordo grandi giocatori come Tonino Costanzo. Al Palazzetto c’era una bella atmosfera.

Quanto può durare una carriera di un chirurgo? Ci sono segnali anche a livello fisico?

Non c’è una durata precisa o determinata. Non esiste un punto di inizio o di fine, è un continuo evolversi. L’unico segnale è quello che ci da la polvere che passa dentro la clessidra. Un medico deve anche essere bravo a riconoscere i segnali del proprio organismo. Fino a quando potrò e mi piacerà fare questo mestiere, continuerò a farlo. Quando capirò di non essere più in grado di fare quello che faccio ora smetterò. Preferisco finire la carriera che fare le cose fatte male.

Le piace ancora il lavoro che fa? Si emoziona ancora quando opera?

Si, altrimenti avrei iniziato a godermi la vita. Se mi emoziono? Ancora si, il tavolo operatorio mi da ancora tanta emozione. In ogni intervento c’è sempre una goccia di adrenalina che ti scorre nelle vene. Certo qualche intervento è di routine, ma è un lavoro che non mi annoia mai perché ogni intervento ha una sua particolarità.

Ha già individuato l’erede di Mariani?

Bella domanda (ride ndr). Mi sono già posto il problema.  Intanto dobbiamo capire quando smetterò, perché ancora non lo so. Se oggi smettessi ci sono tanti colleghi bravi. Nel corso della mia vita sono riuscito a formare tantissime persone che oggi lavorano con i miei insegnamenti. Noi siamo un po’ come gli artigiani: Si entra in bottega e il mastro ti insegna il mestiere. Un giorno ho provato a contare tutti gli allievi che avevo formato, ma non ci sono riuscito perché sono davvero tanti. Rimane il fatto che la scuola italiana è una delle migliori e quindi dopo di me ci sarà sicuramente qualcuno bravo.

Ha avuto la fortuna e la bravura di operare e seguire numerosi atleti e campioni. Quale intervento è stato il più difficile e quale le ha dato maggiori soddisfazioni?

Non saprei dire quale è stato. Posso dire che pochi giorni prima di operare Strootman, operai un giocatore del Benfica (Salvio ndr) che presentava delle difficoltà a livello tecnico. Altri giocatori me li ricordo anche per le difficoltà a livello psicologico o di diagnosi. Ogni intervento ha il suo grado di difficoltà. Il bravo medico non è solo quello che sa fare il tavolo liscio e lineare, ma è quello che riesce a superare le complicazioni che gli si presentano davanti , perché già le ha viste oppure perché ha già sbagliato una volta. L’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori. La bravura sta proprio li, nella capacità di gestire le difficoltà.

Quanto è importante la psicologia in questo tipo di interventi? Ha mai pensato che un atleta non riuscisse  a tornare ad alti livelli?

E’ molto importante senza dubbio. Ci sono pazienti con cui si instaura un rapporto di empatia anche a livello umano, mentre con altri si hanno più difficoltà. In molti casi è importante anche tenere a distanza il paziente. Comunque si, mi  è capitato delle volte di pensare che un atleta non potesse farcela a tornare ad alti livelli.

Nel 2006 disse a Francesco Totti “Giocherai il Mondiale”. Lo pensava veramente o era solo una mossa a livello psicologico?

Lo pensavo veramente all’epoca. Più in generale sono tendenzialmente ottimista, che può essere considerato anche un mio limite. Diciamo che ci sono due tecniche di approccio: quella del medico che abbassa le aspettative così qualunque risultato è tutto di guadagnato e quella del chirurgo che dice al proprio paziente che è andato tutto bene e che si vedrà poi dove riuscirà ad arrivare. Io opto per la seconda perché vedo sempre il bicchiere mezzo pieno.

E’ mai successo che la guarigione di un paziente superasse anche le sue aspettative?

Se parliamo di “semplici” pazienti allora sicuramente si, in qualche occasione è capitato. Se invece parliamo di atleti, avendone operati più di duemila durante la mia carriera, mi rimane un po’ difficile ricordarmeli tutti. Ci sono stati anche casi, però,  in cui il mio intervento non ha portato al risultato che ci eravamo prefissati. E’ una cosa che può succedere.

Dopo la partita di Genova ha sentito Kevin Strootman?

No. Ci siamo sentiti dopo il quarto d’ora che fece contro il Palermo. Il nostro rapporto era finito quando l’ho restituito alla squadra.

Che effetto le ha fatto rivederlo così bene in campo?

Purtroppo non ho avuto modo di vedere la partita e mi dispiace molto. Dire che sono stato contento è dire poco perché sono un tifoso della squadra e lui è un giocatore importantissimo per la Roma. Mi ha fatto molto piacere anche a livello umano e soprattutto professionale.

In America c’è il caso del Dottor. Steadman che ha operato campioni del calibro di Danilo Gallinari, Russel Westbrook e Giuseppe Rossi, che sono stati poi costretti a tornare sotto i ferri. Come è potuto succedere?

(Risata inziale) Molte volte crescono dei miti. Steadman lavora in un grosso centro del Colorado, in cui ha costruito il suo successo. Ha inventato, in realtà, una cosa banale nel mondo della chirurgia: nei difetti della  cartilagine lui faceva dei buchi con un uncinetto. Un metodo che funzionava senza dubbio e che gli ha permesso di creare un ottimo centro negli Usa e di diventare molto famoso. La scelta di andare da questo o da quel chirurgo dipende in parte dai procuratori e poi dal fatto che due degli atleti citati lavorano negli Usa mentre Rossi è cittadino statunitense. Comunque io dico sempre che se venisse un americano a lavorare in Italia dopo una settimana andrebbe via.

Perché?

Perché d’italiani bravi, checchè se ne dica, ce ne sono tanti e soprattutto superiori a tanti americani. Questo è fuori discussione.

Quante modalità ci sono d’intervento sul legamento crociato e perché delle volte si sceglie la terapia conservativa anziché essere operati?

Sul crociato si può intervenire in 20 o 30 modi differenti. Dobbiamo sempre considerare la vite che si sceglie o anche altri fattori. Delle volte si sceglie di non intervenire sul crociato perché non sempre è necessario essere operati. Ci sono persone che possono andare avanti anche con un legamento crociato rotto. Uno o due anni fa c’è  stato un giocatore di Serie A, di cui non faccio il nome, che ha giocato tranquillamente senza crociato. Io dico sempre ai miei pazienti che il crociato è come l’Abs delle macchine. Dipende sempre dall’uso che si fa della propria macchina: Ci sono piloti che sanno andare in autostrada anche senza abs, oppure altri che non ne hanno proprio bisogno perché usano la macchina solo per andare a prendere il giornale. Bisogna sempre valutare caso per caso.

Ci sono in fase di studio nuove terapie o interventi che potranno rivoluzionare il mondo della chirurgia e i tempi di recupero?

Si. C’è uno studio sulla genetica e le biotecnologie che sta andando parecchio avanti. Si stanno cercando, dalla scienza di base, i meccanismi per i quali si guarisce o non si guarisce e usarli a nostro vantaggio. Questo è il futuro.

In base a cosa viene fatta la scelta di applicare un legamento crociato artificiale o di prenderlo da un cadavere?

Lei conosce una corda che non si spezza mai? Io in tutta la mia carriera ho usato solo sei volte legamenti artificiali. Quelli da cadavere li ho usati solo quando non avevo “pezzi di ricambio”. Comunque in un soggetto sportivo non utilizzerei mai un crociato di un cadavere perché non sappiamo quando il tessuto morto sarà pronto per far camminare l’atleta. Si rischierebbe di attendere uno a due anni prima che questo legamento permetta ad uno sportivo di poter ripartire.

In passato molti atleti, come Francesco Rocca o Marco Van Basten, hanno chiuso la loro carriera prematuramente . Con le conoscenze di oggi avrebbero potuto continuare ?

Ni. Per quanto riguarda Rocca, che seguii all’epoca del suo intervento, forse anche oggi avrebbe avuto difficoltà a continuare. Su Van Basten invece preferisco non rispondere perché non conosco a fondo la situazione e poi è stato operato da un altro chirurgo (sorride ndr).

I campi di nuova generazione (terza e quarta) sono pericolosi per le ginocchia? Prima si tornava a casa con una semplice sbucciatura ora si rischia il crociato, perché?

Perché prima ci si rompeva il crociato e non lo si sapeva. Non è vero che i campi di nuova generazione sono pericolosi per le ginocchia. E’ una leggenda metropolitana. Quaranta o cinquanta anni fa non si facevano diagnosi di questo tipo. Inoltre è una patologia del tutto occidentale, da paese ricco. Prima la gente aveva altri pensieri, ora la gente vuole sempre fare la partita a calcetto o la maratona. Ai miei pazienti dico sempre che Alcibiade è morto dopo una maratona, quindi che faccia così bene ho i miei dubbi (ride ndr).

Lo stretching meglio prima o dopo di una prestazione sportiva?

Se è visto come metodica allenante allora ci possono essere pareri discordanti. Se invece parliamo di prevenzione allora va bene sia prima che dopo. Il riscaldamento serve a migliorare la temperatura muscolare e alcune situazioni neuro-muscolari.

A 70 anni, con circa 44 anni di carriera formidabile con tanti campioni curati e con un contributo notevole dato alla medicina , il professor Mariani si ritiene soddisfatto?

Si, ma non mi siedo mai. Nasco come animale curioso e lavorando cerco sempre di farmi delle domande e di darmi delle risposte. Mi sento realizzato. Indubbiamente sono stato un uomo fortunato.

Massimiliano Guerra e Emanuele Sabatino

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2 Commenti

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  1. raffaele

    maggio 17, 2016 at 11:37 am

    molto molto interessante grazie

  2. Glauco De Horatiis

    gennaio 25, 2018 at 12:50 pm

    In Italia ed in in tutti i campi, esiste il divo o il Guru ed anche la medicina non ne` e` da meno. Questi semi Dii non lasciano spazio ai giovani medici, anzi li ostruiscono, limitando le loro carriere e il loro avvenire. Ognuno deve aspettare il proprio turno, pazientare, diventare vecchio, marcire nell`ombra. Molti emigrano, perche` e` forse l`unica soluzione saggia. Il Guru deve arraffare tutto: fama, ‘political status’, ricchezza, celebrita`. Nessuno deve minacciare la sua posizione. Proabilmente il Prof. Mariani ha avuto la fortuna di avere a sua disposizione le stringhe giuste e le ha sapute tirate, una ad una, a suo vantaggio ed a suo piacimento. Non dimentichiamo che esistono centinaia di potenziali Prof. Mariani che aspettano nell`ombra senza riuscire ad emergere, semplicemente perche` impediti dal nostro sistema.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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