Nella cornice del Calcio Solidale inFest abbiamo incontrato Damiano Tommasi, ospite dell’incontro “L’altro calcio – Storie di sogni, di vita e di fatica” in veste di presidente dell’Associazione Italiana Calciatori.

 Partiamo dal Festival del Calcio Solidale, a cui hai preso parte. Questa iniziativa coinvolge realtà mosse da valori di solidarietà, senso della comunità, partecipazione attiva. Pare, a mio avviso, che ai media mainstream questo lato del calcio interessi poco. È così?

Questo tipo di calcio non ha bisogno della visibilità e della spregiudicatezza mediatica del calcio della Champions League o della nazionale. È un modo di vivere lo sport tanto diffuso quanto contagioso, perciò penso che si debba sviluppare a livello locale, per non dire porta a porta, agendo anche e soprattutto sui genitori dei bambini che praticano il calcio.

Sei stato da poco rieletto presidente dell’Associazione Italiana Calciatori: quali sono i principali obiettivi per questi ulteriori quattro anni di mandato?

In primis quello di rendere consapevole la categoria di avere un ruolo all’interno delle istituzioni federali. Poi quello di raggiungere una maggiore stabilità contrattuale nelle categorie inferiori. Infine, va affrontato il problema della violenza sui calciatori, che ha luogo in tutte le categorie del calcio italiano. Il 70% delle aggressioni provengono dai propri tifosi: è un modo malato di vivere il tifo. In Italia si è presa l’abitudine di considerarlo un effetto collaterale del calcio, ma, nei paesi calcisticamente evoluti, questi episodi vengono considerati delle eccezioni.

Facciamo un gioco: due cose che importeresti dai campionati esteri e due cose che esporteresti.

Importerei la capacità di vivere il calcio con semplicità e con gioia, cosa che ho vissuto soprattutto in Spagna durante la mia esperienza al Levante. Poi importerei la convinzione che il futuro è migliore del presente, che ho percepito in Cina. Esporterei la cultura del bello e la passione per le arti anche calcistiche – che abbiamo e che in altri paesi non è così evidente. Il nostro essere artisti anche in campo credo che sia una cosa da esportare e con cui contagiare paesi un po’ più freddi.

Ti sei connesso proprio alla domanda che stavo per fare: sette anni fa sei stato il primo calciatore italiano a giocare nel campionato professionistico cinese. Da allora in Cina è già cambiato tutto: come vedi il calcio cinese fra altri sette anni?

Sicuramente in crescita ancora più esponenziale. Ma la storia non si insegna a comando, quindi anche la tradizione calcistica cinese deve crescere in tutte le sue sfaccettature, a cominciare banalmente anche dai giornalisti: se c’è competenza calcistica cresce tutto il movimento, se manca è tutto rallentato. Questo sarà il futuro del calcio cinese: grandi investimenti per crescere soprattutto dietro le quinte. Infatti per quanto riguarda le strutture e altri aspetti più appariscenti, in Cina già sono alla pari dei paesi calcisticamente evoluti, perché per realizzarle non serve né la tradizione né la vena artistica che abbiamo nel nostro calcio.

Close