Caterina Stenta, classe 1987, triestina. A sedici anni prova il windsurf e subito se ne innamora. Laureata in ingegneria dei materiali tra l’università di Trieste e quella di Lisbona, oggi divide la sua vita tra l’attività di ricercatrice e gli allenamenti. Nel 2015 si posiziona decima ai campionati mondiali, sfidando i mostri sacri del windsurf. Caterina ci racconta la situazione del windsurf italiano e come sia più difficile, per una donna, ottenere degli sponsor in uno sport che è principalmente maschile.

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Quando e come hai iniziato a praticare windsurf?

Ho iniziato a fare windsurf da ragazzina, nell’estate dei miei sedici anni durante le vacanze in Grecia con la mia famiglia. I miei genitori sono windsurfisti e mi hanno insegnato i primi passi sulla tavola. Da quando ho provato la sensazione di planare sull’acqua non ho più smesso di surfare e il windsurf è diventato una dipendenza.

Qual è la situazione del windsurf italiano?

Il windsurf italiano, a differenza di altri paesi, non è molto supportato dalla Federazione Italiana di Vela. Siamo un po’abbandonati a noi stessi, in cerca di altri sponsor, il che rende più difficile fare del windsurf una professione. In Italia gli atleti forti devono spingersi da soli. La disciplina del windsurf più supportata è quella olimpica, l’RSX, che non si avvicina minimamente a quello che faccio io con vento e onde ed attrezzatura performante e leggera.

Quali sono gli spot migliori in Italia? E nel mondo?

Per gli spot l’Italia è un ottimo paese: nelle isole e nel nordest, dal Veneto fino alle coste croate, si possono trovare buoni spot. Le coste di certo non mancano.

In giro per il mondo i migliori sono nell’oceano. Per non andare troppo lontano, le Canarie sono un’ottima meta, altrimenti in Sudafrica, dove mi alleno da qualche anno. Ci sono poi spot che non ho ancora visitato che si trovano in Sudamerica, Australia, Hawaii e Indonesia.

Pensi che ci sia una differenza tra uomini e donne che praticano windsurf? Ottenere uno sponsor è più difficile per una donna?

Purtroppo il mercato del windsurf è principalmente maschile dunque gli atleti uomini sono generalmente più sponsorizzati. Credo però che il windsurf sia uno sport molto femminile ed elegante e che con la giusta grinta si possa riuscire ad arrivare al loro stesso livello. Bisogna lavorare e sicuramente non è facile, ma impiegando tutte le proprie energie si possono ottenere belle soddisfazioni.

Attualmente lavori? Se sì come concili il lavoro e uno sport che richiede molto tempo soprattutto per affrontare viaggi in luoghi che permettono un miglior allenamento?

Attualmente lavoro sei mesi l’anno in un’università come ricercatrice. Durante questi sei mesi mi alleno a secco ogni giorno e quando posso (di solito due o tre giorni alla settimana) in acqua. Gli altri mesi li dedico esclusivamente al mio sport, allenandomi ogni giorno in acqua, ma se non c’è abbastanza vento per praticare windsurf, mi alleno con lo Stand Up Paddle (SUP).

Nel mondiale scorso hai ottenuto il decimo posto. Quali sono gli obiettivi per il 2016? Le prossime gare a cui parteciperai?

L’obiettivo è scalare la classifica del mondiale e riuscire ad ottenere un risultato migliore del 2015, soprattutto nella prima prova del mondiale a Gran Canaria, dove l’anno scorso sono arrivata sesta. Per il 2016 vorrei anche dedicarmi allo Stand Up Paddle in maniera professionale ed ampliare la mia carriera sportiva con qualche risultato a livello nazionale anche in questo sport.

FOTO: Thomas Hoy

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