Gennaio, tempo di mercato. L’Inter scalda i motori. Resta il problema della benzina… l’avvento di Suning apre orizzonti diversi, costellati da sogni più o meno proibiti: fermi tutti, prima di svegliarsi frustrati e sudati. L’Inter, a conti fatti, è un ministro senza portafoglio, almeno sino a giugno. Il suono della sveglia arriva dalla Francia. Tre trilli: Fair, Play, Finanziario. È un ordine. O l’Inter raddrizza la rotta, o il prossimo mercato sarà con le mani legate.

Il motivo è molto semplice: la dirigenza ha giocato con il fuoco, rischiando di scottarsi. Pioli ha una rosa di 29 giocatori, è (complice anche lui) alla guida di una squadra fuori dall’Europa e diversi (anche troppi) esuberi. Tecnicamente, una situazione figlia di una gestione poco oculata: milioni bruciati sul mercato per calciatori neanche di primissimo piano: 45 per Joao Mario, 30 per Gabriel Barbosa, 22 per Candreva 7 per Ansaldi. Un poker da 104 milioni che non è valso neanche il passaggio del turno in Europa League.

I numeri annoiano, ma servono: l’Inter ha un bilancio in rosso. Serviranno altri 59 entro il 30 giugno 2017. Suning non è San Francesco: non staccherà assegni senza potenzialità di rientro dall’investimento, né si cimenterà in operazioni ambiziose o avventate. E allora, come racimolare i soldi?

Due, dunque, le strade percorribili. La prima: abbattere costi (cessioni dei giocatori) e monte ingaggi (prestiti sino a giugno). La seconda: implementare i ricavi attraverso sponsorizzazioni e valorizzazione del marchio. Il primo assalto è alla storia: il centro sportivo “Angelo Moratti” è già il “Suning training center” con buona pace anzi, “in memoria” di chi ha costruito la Grande Inter. Seguiranno nuove partnership commerciali. In questa ottica il futuro è azzurro più che nero. L’Inter ha 106 milioni di tifosi in Cina, dietro solo al Real Madrid e un bacino d’utenza pressoché illimitato in Asia.

Capitolo abbattimento dei costi di gestione: l’Inter ha 87 milioni di buoni motivi, raccolti nel cassetto “spese ingaggi a caso”. Il che  si traduce in un unico verbo: vendere. E comprare? Si può, ma con la formula del prestito con diritto di riscatto dopo il 30 giugno, quando la tagliola del FPF sarà (dovrebbe essere) schivata.

Dunque: chi lascia Milano? Brozovic, 25 milioni, era uno dei maggiori indiziati con De Boer. Ora è un perno della gestione Pioli. Gabigol è un “pacco” con sorpresa: c’è un giocatore di calcio dentro? Nel dubbio, prestito preferibile a una cessione. Lasciare anche uno fra Murillo e Miranda significa consegnare le chiavi della difesa a Ranocchia che aspetta il bacio di un principe (ner)azzurro per tornare ad essere un calciatore.  Eder? É un attaccante che gioca poco e segna anche meno. Potrebbe lasciare. Discorso identico per Palacio e Jovetic. E però serve monetizzare. E allora? Tutti gli indizi portano a Kondogbia. Il francese, pagato 35 milioni due estati fa, ha un ingaggio lordo (quello che, per capirsi, costa all’Inter) di oltre 7 milioni di euro e una valutazione che va a picco. Liberarsene sarebbe un affare. Sia dal punto di vista tecnico che economico: un risparmio di 13 milioni di euro sarebbe gradito sia allo staff tecnico che alla UEFA. Resta un’ultima domanda: chi se lo compra?

 

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